Capitolo 1 – L’incontro
Stavano camminando con il naso per aria, intente a fissare le meraviglie di quella città da quasi tre giorni praticamente.
Era tutto diverso dal loro paese lì: l’architettura, i cartelli stradali, i lineamenti delle persone… persino gli animali randagi. La prima cosa che avevano notato è che c’era molto più verde, anche rispetto a tutti gli altri posti che avevano visitato.
Avevano sempre sognato di fare quel viaggio, si erano pure preparate leggendo decine di riviste e guardando centinaia di video per essere certe di non perdere nulla, ma comunque si erano trovate impreparate alla meraviglia.
Si riscossero quando sentirono un ragazzo sbraitare in mezzo alla strada e, all’unisono, loro quattro abbassarono lo sguardo dal grattacielo che stavano ammirando e lo fissarono su di lui.
Era alto, con spalle larghe, e capelli di un prepotente rosso ramato. Stava urlando contro un ragazzo dai capelli neri, con un sorriso a trentadue denti, sornione, fiero e con una punta di malizia.
«Carino quello», commentò Elaine.
Sylvie si voltò sconcertata verso l’altra. «Quale?»
«Il moro.»
Scrollò le spalle con non curanza, mentre Rasia sgranava incredula gli occhi. «Scherzi? Il rosso è mille volte meglio!»
La guardarono tutte perplesse, perché era innegabile il contrario. Il moro aveva lineamenti semplici, tondi, a differenza dell’altro, di cui una caratteristica distintiva era il mento netto e appuntito. Anche gli occhi erano piccoli, di un marrone slavato, poco incisivo, mentre quelli dell’altro erano grandi, di un verde acceso e prepotente, che trasmetteva energia.
«Vabbè, andiamo a conoscerli?» chiese retorica Sylvie, che già aveva iniziato ad incamminarsi.
«Ma sei pazza?» sussurrò incredula Anire.
«Ciao, scusate, potete dirci come arrivare all’Arco?» domandò Sylvie mostrandosi cordiale, srotolando la cartina della città che aveva comprato in un negozio di souvenir.
Il rosso spalancò la bocca come un baccalà, come se non avesse mai parlato con una ragazza, mentre l’altro si aprì in un sorriso entusiasta. «È qui vicino. Possiamo accompagnarvi, se volete!»
Sylvie accettò prima che una delle altre potesse dire qualunque altra cosa.
Erano in viaggio da quasi tre mesi e, per quanto volesse bene alle sue amiche, sentiva il bisogno di passare del tempo con qualcun altro.
Allungò la mano per presentarsi. «Sylvie!»
«Jets, piacere! Lui è Caster. Allora, di qua.»
«Loro sono Rasia, Anire ed Elaine. Siete di qui?»
«Nati e cresciuti qui. Possiamo farvi da guida per tutta la giornata… quanto restate?»
Caster gli tirò una gomitata e gli bisbigliò, ad un volume neanche tanto basso, che avevano altro da fare. Jets gli lanciò un’occhiataccia e tornò a rivolgere a loro un sorriso caloroso, chiedendo qualcosa delle loro vite.
Praticamente parlarono solo lui e Sylvie lungo il tragitto. Gli altri sembravano essersi chiusi nella timidezza e li fissavano a tratti con fastidio, l’unico modo che avevano per mostrare il loro disappunto per quella situazione in cui li avevano infilati.
Lei fu vaga, preferì chiedergli della città, come se fosse stato una vera guida, ma capì in fretta che l’arte e la storia non erano il suo campo. Provò allora con Caster, ma lui neanche provò a simulare la sua ignoranza.
Jets si rivelò però una guida migliore per i locali, quando arrivarono all’Arco e subito indicò un bar ed elencò le loro specialità.
Elaine fu letteralmente presa per la gola. Si sbloccò all’istante. Convinse le altre ad andare lì, tranne Sylvie, che reagì con una smorfia e andò a visitare il monumento.
Anire si morse il labbro, la guardò quasi con rammarico, ma poi notò i dolci in vetrina e si disse che da quel bar comunque c’era una bella vista dell’Arco.
Elaine si sistemò i capelli neri in una coda e si sedette accanto a Jets, sorridendo, e gli chiese di ripetere le specialità.
All’improvviso Anire sbiancò e mormorò che non avevano soldi. Loro tre non erano molto brave a gestirli; dopo neanche una settimana di viaggio, Sylvie aveva confiscato le loro carte di credito.
Rasia sbuffò sonoramente e borbottò per l’ennesima volta contro quella decisione.
Lei e Sylvie non si sopportavano molto, avevano caratteri quasi opposti e raramente erano d’accordo in una discussione.
Rasia reagiva alzando la voce e l’altra alzando gli occhi al cielo, stremata. Detestava discutere e ancora di più con lei, visto che non giungevano mai ad un’intesa. Entrambe avevano storto il naso quando Anire aveva proposto quel viaggio e annunciato le partecipanti.
Caster si propose di pagare il conto e Rasia non si lasciò pregare. Era magra lei, quasi spariva di profilo, per cui tutti si stupivano sempre quando la vedevano mangiare. Caster realizzò di aver fatto un errore, ma scattò anche qualcosa dentro di lui. La osservò e notò che avevano i capelli dello stesso colore, un rosso che nessuna tinta poteva replicare e per questo invidiato da molti. Restò lì in contemplazione mentre lei mangiava, canzonato da Jets, che continuava a ridere sornione.
«Eccovi, finalmente.»
Jets sobbalzò e si voltò sorpreso. Si erano avvicinati altri due ragazzi al tavolo. Uno era basso, dall’aria severa; l’altro era poco più alto di Jets, con lineamenti gentili. Era stato il primo a parlare con tono neutro, l’aria di chi sta sottintendendo qualcosa.
Jets afferrò il telefono e scoprì così le diverse chiamate perse. «Scusate, ragazzi,» iniziò senza neanche troppa convinzione, «vi unite a noi?»
«Forse è meglio andare», commentò quello più alto.
«Dai, cinque minuti non cambiano nulla! Aspettiamo che torni la loro amica, dovrebbe aver finito la visita.»
Anire si guardò intorno e vide Sylvie che camminava all’indietro verso di loro. Lo faceva ogni volta che non voleva lasciare un posto: lo ammirava il più possibile.
«Eccola», affermò indicandola.
Sylvie in quello stato però era distratta e quei due di certo non si aspettavano di essere presi da qualcuno che camminava all’indietro. Finì su quello più basso, che si voltò quasi incredulo e che poi si paralizzò osservandola.
Anche Sylvie restò lì persa per qualche istante, poi si riscosse e guardò il tavolo, per essere certa di essere arrivata a quello giusto, e poi di nuovo il ragazzo. «Sylvie, piacere! Scusa, ma stavo guardando l’Arco e…»
«Non volevi lasciarlo andare», mormorò lui in un sussurro quasi impercettibile.
Lo sentirono solo Sylvie, Anire, Jets e l’altro ragazzo. Lei restò ferma a guardarlo, sorpresa, visto che era sempre così che aveva definito quel suo comportamento.
Jets batté le mani sul tavolo, scuotendo tutti, e si alzò con un sonoro sospiro. «Ragazze, scusate, ma abbiamo un impegno. Possiamo rivederci, però!»
Elaine subito tirò fuori il cellulare e suggerì di scambiarsi i contatti.
Così lui e gli altri se ne andarono e Sylvie si sedette, ancora scossa.
«Lo conosci?» domandò Anire incerta.
L’altra spostò gli occhi su di lei. «No… credo. Strano.»
«Cosa?»
«Forse l’ho visto in giro… Ma… no, boh. Che mangiate?»


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