Capitolo 2 – La verità

Sylvie si svegliò di soprassalto, si mise addirittura seduta, e restò lì immobile per un’infinità. 

Mai faceva così, di solito si alzava subito per andarsi a preparare e si svegliava sempre presto per poter stare tranquilla in bagno mentre le altre continuavano a dormire. Solo Anire si svegliava prima di lei, ma restava nel letto a leggere quasi fino all’ultimo. 

«Tutto bene?» le chiese l’amica sottovoce, per evitare di svegliare le altre. 

Sylvie sobbalzò, ma non la guardò, restò con lo sguardo perso fra le coperte. «Sì… un incubo.» 

«Ne hai spesso ultimamente.» 

Praticamente da quando avevano incontrato quei ragazzi, Sylvie si svegliava ogni giorno in quel modo e restava per tutta la giornata con un’aria sempre più malinconica. Non era un comportamento nuovo per loro, erano abituate ai suoi momenti bassi. Di solito si concludevano quando lei all’improvviso annunciava di voler restare sola e si staccava dalla comitiva per dedicarsi alla visita di qualche museo. 

«Già. Vado a prepararmi.» 

Recuperò in fretta dei vestiti, si chiuse in bagno e subito si sciacquò il volto. Non erano incubi i suoi. Vedeva quel ragazzo che aveva completato la sua frase e spesso era fra le sue braccia. Avrebbero potuto essere sogni belli, ma si accompagnavano sempre ad un senso di rimpianto e nostalgia e quei sentimenti le restavano addosso fino a sera e crescevano di giorno in giorno. 

Era arrossita la prima notte che l’aveva sognato e per ore aveva provato a distogliere i pensieri da lui. Il rimpianto era arrivato la notte successiva. 

Restò a guardare il proprio riflesso facendo esercizi di respirazione che le servivano a placare la tachicardia e finalmente riuscì a staccarsi dal lavandino per aprire l’acqua della doccia. 

Restò lì sotto più del solito, perché l’acqua aveva sempre avuto il potere di farle dimenticare tutto il resto. Si concentrò sulle gocce sul vetro, sulle strisce che cadevano a intervalli ritmici. Non sentiva nulla là sotto, solo lo scrosciare dell’acqua, che la riportava sempre alla pioggia.

Amava la pioggia. Non usava quasi mai un ombrello, se non quando era così forte da farle male. C’era stato un periodo in cui l’aveva cercata, in cui usciva di casa appena intravedeva le prime gocce e restava lì a farsi accarezzare il volto, sorridendo, ruotando appena su se stessa. 

Quando chiuse l’acqua, sentì le altre parlare vivacemente nell’altra stanza. Stavano decidendo che cosa visitare quel giorno. Subito la sua espressione divenne una smorfia, perché quella mattina la voce di Rasia le risultava particolarmente antipatica. 

Si vestì e uscì mentre si tamponava i capelli. 

Non era un bell’hotel quello in cui erano finite e quella stanza in cui praticamente non avevano libertà di movimento era la più grande di tutte. Non avevano quasi comfort lì, solo il letto e una cassettiera che dovevano condividere e che avevano finito per riempire di souvenir per non dover litigare i cassetti, visto che erano solo tre. E ovviamente non c’era un phon in bagno… era già tanto che ci fosse un bagno; altre camere dovevano usufruire di quello comune in fondo al corridoio. 

Le trovò tutte intorno ad una cartina, ognuna con una matita in mano mentre indicava quello che avrebbe voluto visitare. Erano parecchio in disaccordo quella mattina: Anire e Elaine puntavano su uno spettacolo teatrale, mentre Rasia continuava a insistere su una villa storica. 

«Io vado al parco», annunciò Sylvie senza mezzi termini. 

Le altre allora si focalizzarono sul grande spiazzo verde in un angolo della città e soppesarono a lungo quella proposta. 

«Ci vado da sola», puntualizzò. 

Rasia roteò gli occhi e sbuffò con fare melodrammatico. «Ecco che ci risiamo! Sparisci per una giornata e non vuoi nessuno intorno.» 

Annuì mentre tirava fuori dalla borsa le loro carte di credito. «Ci vediamo per cena. Non spendete tutti i vostri soldi e non spendeteli in cavolate. Sapete che ho accesso ai vostri conti.» 

Anire storse il naso, poi sospirò. «Va bene. Sicura che vuoi andare da sola?» 

Non si diede neanche la pena di rispondere. Anire era quella che la conosceva meglio di tutte, era la sua migliore amica dai primi giorni di scuola e sapeva leggere i suoi stati d’animo meglio di altri. E non era semplice farlo. 

Sylvie fu la prima a uscire, dopo aver dato un’occhiata alla mappa per capire quali mezzi prendere per raggiungere il parco senza fare troppi giri inutili. 

A quel punto anche le altre decisero di dividersi. Anire ed Elaine andarono al loro spettacolo teatrale e lo amarono alla follia dal primo istante. Comprarono anche delle magliette e delle tazze come ricordo e poi aprirono il loro quadernino con i posti che avevano segnato da voler vedere. 

Ne restavano pochi ormai, erano lì in città da quasi due settimane, ed entrambe decisero di andare al parco. Sapevano che Sylvie bramava il silenzio quando era in quella fase, ma era così grande che era anche improbabile incontrarsi e, comunque, avrebbero anche potuto far finta di non vederla. 

E davvero era così che avrebbero voluto fare, ma, quando Anire la vide su una panchina ai lati della strada, mentre osservava il vuoto davanti ad un laghetto artificiale, sentì stringersi il cuore. 

«Eli, vado da lei, scusami.» 

«Sì, tranquilla. Mangio qualcosa e raggiungo Rasia!» 

Annuì sorridendo, sforzandosi di mostrarsi cordiale e tranquilla, ma era sempre un tuffo al cuore per lei vedere la tristezza che Sylvie covava dentro. Aveva imparato con gli anni che quella che mostrava era una maschera studiata per non avere rogne. 

«Tutto bene?» le chiese non sapendo in che altro modo palesarsi. 

Sylvie neanche spostò gli occhi su di lei. Annuì distrattamente, lo sguardo perso sulla riva verde del laghetto. 

«Sei stata qui tutto il giorno?» 

«Sì. Anire, voglio stare…» 

«Che incubi stai facendo?» 

Lei sospirò e i suoi occhi caddero ai suoi piedi. «Non sono proprio incubi… vedo il ragazzo dell’altro giorno, ma… sono strani.» 

Anire si ritrovò a corrugare la fronte. Aveva già visto l’amica innamorata, ma mai l’aveva trovata in quello stato, neanche quando veniva rifiutata. «Cioè?» 

«Cioè sembrano ricordi. Ed è assurdo, perché ovviamente non lo conosco, ma… non so che dire. Mi sento anche scema perché continuo a pensarci.» 

Le mise una mano sulla spalla, provando a confortarla, ma lei si ritrasse con una smorfia. «Sto bene, ho solo bisogno di calmarmi. Forse sono stanca dal viaggio.» 

«Io ho iniziato a sognare il mio letto», commentò sperando di strapparle un sorriso. 

E ci riuscì, perché Sylvie fece scattare gli occhi verso di lei, con un ghigno di malizia fra le labbra. «Per forza, stiamo dormendo su delle molle.» 

«Quell’hotel fa davvero schifo», concordò con un sospiro. 

«L’ha scelto Rasia, che ti aspettavi?» 

Scoppiò a ridere e poi si bloccò come folgorata vedendo Jets che camminava sulla strada principale del parco, a qualche metro da loro. «Guarda, eccolo lì!» 

Sylvie spalancò gli occhi, subito seguì il suo dito, ma si ritrovò a reagire con una smorfia. «Mica parlavo di lui.» 

«Ma se ci hai parlato tutto il tempo l’altro giorno!» sbottò sorpresa. 

Lei allora alzò gli occhi al cielo. «È simpatico, ma decisamente non il mio tipo. Parlavo dell’altro moro.» 

«Quello scontroso?» 

«Lo era? Non so assolutamente nulla di lui. L’ho visto per trenta secondi e lo sogno da giorni.» 

C’era qualcosa di straziante nella sua voce così dilaniata e ancora di più nel sorriso tiratissimo che sfornò per salutare Jets e Caster che si stavano sbracciando per farsi vedere. 

I due le raggiunsero e subito il rosso chiese dove fossero le loro amiche. 

«In giro, oggi ci siamo divise. I vostri amici, invece?» domandò Anire guadagnandosi un’occhiataccia da parte di Sylvie. 

Jets scrollò le spalle. «Tane dovrebbe essere qui da qualche parte, l’altro sta spesso da solo.» 

Anire si mordicchiò il labbro inferiore. «Qual era Tane?» 

«Quello simpatico», commentò di slancio Caster. 

Jets sbuffò, ma non ribatté. «Allora, visto che siete qui, vi posso far vedere il punto più bello del parco!» 

«Dimmi la casetta dei cigni e mi hai conquistata», affermò Sylvie di slancio. 

Anire si stupì di trovarla così animata di colpo. Non riusciva mai ad abituarsi alla repentinità dei suoi cambi di umore. 

Jets annuì soddisfatto e Sylvie gli si lanciò letteralmente al collo, afferrò la sua borsa e gli si mise a braccetto per farsi guidare. 

Anire si vide costretta ad accodarsi, anche se quella struttura non le interessava particolarmente. Aveva visto diverse foto online, i cigni non erano fra i suoi animali preferiti ed era convinta non ci fosse nulla di speciale in quel posto. 

Dovette ricredersi quando arrivarono. La casetta era un gazebo bianco circondato dall’edera, largo e basso, costruito su un isolotto in mezzo ad uno slargo del fiume. Dormivano diversi cigni lì sotto ed altri si stavano lavando le piume a qualche passo di distanza. 

L’acqua era cristallina in quel punto, si potevano contare le pietre sul fondo. Sylvie si avvicinò alla riva e rimase lì ad osservare gli animali, per poi tirare fuori dalla tasca un quadernino e mettersi ad abbozzarli. 

«Disegni?» domandò sorpreso Jets. 

Lei annuì senza aggiungere altro e Anire si vide costretta ad intervenire. «Soprattutto animali. Ha iniziato a farlo durante questo viaggio, perché non riesce mai a fare foto come dice lei.» 

Sylvie si infilò la matita in bocca per osservare il bozzetto, squadrando con occhio critico i cigni per capire se ci fosse un modo migliore per disporli intorno a quel gazebo, poi però i suoi occhi all’improvviso scattarono alla sua destra e si bloccò sorpresa. 

Anire seguì il suo sguardo e quasi ebbe un tuffo al cuore vedendo il ragazzo dei sogni di Sylvie. Le sembrò per un attimo di essere in una fiaba in cui i due protagonisti si rivedono dopo anni di separazione. 

«Jets, ho delle novità», affermò l’altro dopo aver ricambiato velocemente lo sguardo di Sylvie. 

Jets gli si avvicinò e gli mise una mano sulla spalla con il suo consueto sorriso. «A dopo il lavoro! Unisciti a noi. Ti piacciono i parchi, no?» 

Lui si scostò in fretta, quasi irritato. «No, ora. È urgente.» 

Jets sbuffò, poi fece un cenno a Caster, che subito afferrò il telefono per scrivere a Tane, e osservò rammaricato le ragazze. «Se ci liberiamo in fretta, vi scrivo… però ho solo il numero della vostra amica.» 

«Scrivo a Elaine di girarmelo e ti mando un messaggio» affermò Sylvie provando a mascherare l’ansia. «Le dico anche di raggiungerci. Immagino sia con Rasia, vero?» domandò voltandosi verso Anire, che annuì. 

«Vi raggiungiamo il prima possibile!» sbottò Caster con un impeto completamente inaspettato, risvegliato dal nome della rossa. 

«Al massimo ceniamo insieme. Vi mando l’indirizzo di un ristorante che dovete assolutamente provare», affermò Jets ammiccando, per poi salutarle e seguire il ragazzo. 

Raggiunsero Tane alla panchina dove era solito passare i suoi pomeriggi lì nel parco. Era abbastanza grande perché tutti loro potessero sedersi ed era diventata il loro punto di ritrovo quando dovevano discutere di qualcosa. 

«Quali sono le novità?» chiese Tane mentre mangiava delle patatine. 

Eist tirò fuori una pergamena da una tasca della giacca. «Il principe Duvor ha individuato gli spiriti in fuga.» 

Jets sospirò stremato. «Che pizza, non possiamo riposare neanche per un weekend!» 

Il principe Duvor era una delle autorità più importanti del mondo degli spiriti, nonché il loro datore di lavoro. Eist lavorava per lui da qualche anno ed era stato lui a trovare prima Tane e poi Jets e Caster. 

Tane era stato uno spirito in fuga a sua volta, un suo obiettivo. L’aveva sconfitto e riportato nel mondo degli spiriti e Duvor aveva deciso di graziarlo in cambio del suo lavoro. Era severa la pena per chi fuggiva nel mondo degli umani, era spesso la morte, perché era vietato, ma Tane non aveva mai usato i suoi poteri lì, se non per difendere le persone dagli spiriti malintenzionati e quello era stato l’unico motivo della sua grazia. 

Jets e Caster invece si erano rivelati essere degli umani con poteri psichici particolarmente sviluppati. Erano in grado di vedere creature normalmente invisibili ed era così che erano venuti a sapere che tutte le credenze popolari sul mondo degli spiriti erano reali. Duvor avrebbe potuto cancellare i loro ricordi, ma in fretta aveva realizzato che gli sarebbero stati più utili consapevoli, così aveva incaricato Eist di addestrarli e istruirli sul mondo degli spiriti. 

Erano diventati una squadra con lo scopo di rintracciare gli spiriti che riuscivano a fuggire dal loro mondo. 

Erano quasi tutti pericolosi, perché dotati di poteri che per gli esseri umani erano inconcepibili. Avrebbero potuto sovvertire il clima con uno schiocco di dita, causare terremoti battendo i piedi o anche solo rivelare al mondo intero dell’esistenza della barriera che divideva i due mondi. 

Eist aprì la pergamena e la passò a Tane, che lesse a chiara voce: «I vostri obiettivi si sono reincarnati in feti umani, che rispondono al nome di Rasia Moon, Elaine Dikster, Anire Doom e Sylvie Trace». 

Jets restò qualche istante immobile, poi voltò lo sguardo verso Caster. «No…» 

Anche l’altro restò lì imbambolato per quella notizia. 

Eist sospirò. «Probabilmente non ricordano nulla della loro precedente vita.» 

Tane arcuò un sopracciglio e Jets spiegò che erano le ragazze con cui li avevano trovati due settimane prima. A quel punto l’altro si portò una mano al mento. «Quindi?» 

«Dovete rivederle a cena, giusto?» domandò Eist. 

Caster annuì, mentre Jets prese il cellulare per controllare se gli fosse già arrivato un messaggio di Sylvie e, infatti, lo trovò lì come prima notifica. «Non ci andiamo a cena per annunciargli che sono spiriti e che probabilmente verranno giustiziate per qualcosa che hanno fatto in una vita di cui neanche si ricordano.» 

«Vado a parlare con Duvor», affermò Tane. «Voi intanto state con loro e capite se davvero non hanno ricordi.» 

Eist si guardò nervosamente intorno. «Vengo con te.» 

«Lo sai che a te non concede mai nulla. Ci penso io.» 

Jets gli mise un braccio intorno alle spalle. «Dai, vieni, sembravi interessare parecchio a Sylvie!» 

Eist chiuse con stizza gli occhi, se lo scrollò di dosso e sbuffò. «Dove dobbiamo andare?» 

Jets la chiamò per potersi organizzare velocemente e dopo poco iniziò ad incamminarsi, annunciando agli altri due che stavano ancora aspettando le loro amiche lì nel parco. 

Le trovarono poco dopo che Rasia ed Elaine erano arrivate portando dei panini. Stavano mangiando in riva al lago. 

Sylvie era di nuovo avvolta dalla malinconia; le altre sembravano ignorarla mentre si raccontavano quello che avevano visto quella mattina. Rasia in particolare stava elencando tutti gli oggetti che aveva trovato nella villa d’epoca, ma si bloccò di colpo quando li vide, scattò in piedi come una molla e mosse la mano per salutarli freneticamente. 

«Non può essere uno spirito…» commentò Caster, pallido come un cencio. 

Quando avevano scoperto dell’esistenza degli spiriti, quello che era rimasto più traumatizzato era stato proprio lui. Per quasi una settimana aveva avuto paura persino della sua stessa ombra. 

Jets chiuse gli occhi. «Mi sento uno schifo ad andare lì.» 

«Vi avevo informati che ci sarebbero stati casi come questo», commentò Eist asciutto, cinico. Quando raggiunsero le ragazze, i suoi occhi però indugiarono su Sylvie, con lo sguardo ancora smarrito nell’acqua. 

Fu Anire a riscuoterla, tirandole una gomitata. Lei allora sembrò notarli e fermò gli occhi su di lui. «Eist…» 

Fu un sussurro debolissimo che gli gelò il sangue. 

Jets corrugò la fronte, chiedendosi come potesse conoscere il suo nome, ma non esternò quel dubbio ad alta voce, si limitò a fissare l’amico. 

Eist distolse lo sguardo, poi però tornò su di lei. «Tutto bene?» 

Sylvie si sforzò di sorridere. «Sì, certo. Vivete in una città magnifica», affermò voltandosi poi verso Jets. 

Le altre allora iniziarono a parlare una sopra l’altra, a raccontare tutti i posti meravigliosi che avevano visto e quelli che volevano ancora vedere. 

Sylvie si allontanò dalle altre, prendendo come pretesto il fatto che Rasia si stava sbracciando per prevaricare sulle amiche. Si avvicinò alla riva, osservò i ciottoli per qualche istante, poi si voltò per fingere di seguire la conversazione. 

C’erano Jets e Caster che ridevano della foga con cui Rasia raccontava e Anire che ogni tanto provava ad inserirsi. Elaine ci aveva rinunciato, fissava scocciata l’amica, le braccia incrociate per mostrare tutto il suo fastidio. 

I suoi occhi scivolarono poi verso Eist e lo trovò che la studiava. Distolse subito lo sguardo, imbarazzata, e si sentì assalire dal rimpianto e da un senso di vuoto. Era nuovo quel sentimento, quasi la travolse. Si costrinse a chiudere gli occhi per bloccare i suoi pensieri e provare a riprendere fiato. 

Sentì qualcuno avvicinarsi e si stupì di trovarsi Eist davanti. «Respira.» 

Il vuoto divenne così sovrastante che si ritrovò gli occhi pieni di lacrime. 

«Ledialle, respira.» 

Lo fissò sorpresa, confusa per quel nome che non era il suo, ma che sentiva come tale. Fu l’arrivo di Tane a riscuoterla. 

Si palesò con un caloroso saluto generale, un veloce inchino e si presentò alle sue amiche. Si voltò poi verso Jets. «Ho avuto una mezza vittoria.» Tornò a guardare le ragazze, mentre prendeva delle lettere. «Per voi.» 

Fu Eist ad intercettare quella di Sylvie. «Cosa c’è scritto?» 

Nel frattempo, le altre la aprirono e tutte si imbambolarono a fissare il vuoto. 

«Recupereranno i loro ricordi. Eist, dagliela.» 

Lui fece una smorfia, puntò lo sguardo a terra, poi si voltò con stizza allungandole la busta. «Ne parliamo dopo.» 

La prese incerta, confusa, osservando preoccupata le amiche. «Che sta succedendo?» 

«Aprila», ordinò lui. 

Vedeva la sconfitta nei suoi occhi, così come lo smarrimento in quelli degli altri. 

Aprì la lettera e subito tutto scomparve. Furono ricordi quelli che trovò, di un’altra vita, di quello che aveva dimenticato di essere stata. 

«Eist, perché non ci hai detto di conoscerla?» domandò Tane scrutando l’amico. 

Lui reagì con una smorfia. «Te l’ha detto Duvor?» 

«Mi ha detto che sei stato tu ad avvertirlo di averla trovata. Allora?» 

«Sono affari miei.» 

Era concentrato su di lei, non staccò mai gli occhi da lei, così Tane poté prendere il cellulare e scrivere agli altri due quello che gli aveva raccontato Duvor: “Stavano insieme, poi lei improvvisamente è sparita”. 

Jets restò lì incredulo a fissare quel messaggio, stralunando gli occhi. Eist appariva sempre come chiuso, ci aveva messo quasi un mese per ottenere da lui una frase che non fosse un rimprovero. Non l’aveva mai visto con qualcun altro. Si accorse in tempo che Caster stava per sbraitare e subito gli si fiondò addosso per tappargli la bocca. 

La prima a tornare presente fu Anire, che scattò in piedi, in posizione difensiva. «Chi siete?» 

«Inviati del principe Duvor», spiegò Tane. 

«Cosa vuole da noi? Non abbiamo fatto nulla in questo mondo, non siamo più neanche spiriti.» 

Lui annuì. «Sì, ha deciso di non giustiziarvi, tranquilla. Quando anche le altre riacquisteranno i loro ricordi, vi spiegherò le sue condizioni.» 

Anire scattò verso Eist e lo allontanò dall’amica, con fare protettivo, tenendola stretta a sé. Capì a grandi linee i suoi sogni grazie a tutti i ricordi che aveva riacquistato. 

Lui non disse nulla, non commentò, restò immobile a guardare l’altra quando capì che si era risvegliata. Vide le lacrime come prima cosa e per un istante si chiese perché l’avesse consegnata a Duvor. 

Sylvie si divincolò da Anire e lo abbracciò, piangendo. Eist la strinse, affondando il volto fra i suoi capelli neri. «Parliamo dopo, Ledy.» 

Sylvie si allontanò con un sorriso. «Era parecchio che non mi chiamavano così.» 

«Che diavolo sta succedendo?» sbottò Rasia. 

Elaine affiancò Anire e osservò perplessa Sylvie. «Lo conosci?» 

«Sì. Lui è uno spirito. Mi ha consegnata lui, immagino.» Non c’era rimprovero nella sua voce, quella era una semplice constatazione. «Scusate, ragazze, colpa mia.» Si voltò verso Tane. «Devi portarci da Duvor, vero?» 

Lui annuì perplesso. «Sembri tranquilla.» 

«Ho lavorato per suo padre per cinquant’anni. So cosa aspettarmi.» 

Jets sospirò stremato. «Quanto odio questa situazione…» Schiacciò un pulsante sul suo orologio e un portale variopinto si aprì di fronte a loro. Potevano scorgere un grosso tavolo nero dall’altra parte, con una poltrona dall’aspetto imponente e un uomo seduto. 

Sylvie guardò prima le nuvole, poi si voltò verso il parco per poterlo osservare il più possibile. Fu Rasia a spingerla dentro, commentando che non aveva voglia di perdere tempo. 

Superato il portale, ripresero il loro aspetto di spiriti.

Rasia divenne più alta, più formosa, con gli occhi azzurri più allungati. I capelli rossi erano lunghi fino alle spalle e ondulati e indossava un top azzurro e dei pantaloncini attillati neri. 

Gli occhi di Elaine invece divennero verdi e i suoi vestiti sportivi furono sostituiti da una casacca bianca larga, tenuta ferma da una cintura di pelle. Sulla sua schiena c’era un simbolo variopinto di una volpe e un fiore. 

Sulla testa di Anire spiccavano due lunghe orecchie da volpe. Aveva anche una vaporosa coda arancione. Indossava anche lei abiti bianchi e sul suo petto c’era lo stesso simbolo di Elaine. 

Sylvie fu quella che cambiò meno. Il suo fisico non mutò, i suoi occhi restarono blu, con la stessa forma a nocciola. Portava una canotta nera con una rete metallica come maniche, degli stretti pantaloni che le arrivavano al ginocchio e delle scarpe che le disegnavano il piede. 

Si fermarono di fronte al principe Duvor, che aveva optato per una casacca rossa e dei pantaloni larghi neri. Si alzò, mettendo le braccia dietro la schiena, per accoglierle. 

«Bentornate nel vostro mondo.» 

Rasia sputò a terra. «Vent’anni fa.» 

Lui alzò le spalle. «Lo sapete che andare nel mondo degli umani non è comunque concesso.» 

«Cosa vuole, principe?» domandò Sylvie mentre osservava i fogli sulla sua scrivania. «Sta cercando qualche artefatto, vedo.» 

Lui divenne paonazzo, mentre Jets trattenne una risata, perché era la prima volta che lo vedeva in difficoltà. 

«Non mi sei mancata per niente, Ledialle.» Prese un lungo rotolo dall’aspetto usurato. «Sto cercando i tesori spirituali che avete rubato», affermò rivolgendosi alle altre tre. «Trovateli e vi lascerò tornare alla vostra vita nel mondo umano.» 

«Paparino si è accorto della loro assenza?» chiese Sylvie in un sibilo ironico, guardandolo sprezzante. 

«Cosa dobbiamo portare?» domandò Anire lanciandole un’occhiata significativa come a dirle di tacere. 

Duvor porse a Rasia la pergamena e le liquidò con un cenno della mano, indicando la porta alla sua sinistra. Restò solo Sylvie, che lo guardava fisso. 

Sembrava sicura, ma Eist si accorse che stava stringendo il ciondolo appeso al bracciale, un gesto che aveva sempre fatto per mascherare il tremore delle mani. Avrebbe voluto affiancarla, ma avrebbe così svelato la sua maschera. 

«Ho anch’io una possibilità di perdono?» 

Duvor annuì con aria grave. «Controlla le tue amiche.» 

«Tutto qui?» 

«Vuoi ritornare nel mondo degli umani o restare qui?» Sapeva che i giri di parole non funzionavano con lei, che non si lasciava mai incantare dai lunghi discorsi, anzi, che la innervosivano solo. 

«Hai di nuovo bisogno dei miei servigi?» domandò allora lei sorridendo divertita. 

Duvor sospirò e mosse qualche passo per raggiungerla. «Mio padre crede che tu possa ancora essere utile.» 

Lei alzò gli occhi verso il soffitto. «O torno o muoio quindi, giusto?» 

«Corretto.» 

«Va bene. Dì a re Menivol che accetto, ma prima devo chiudere qualche questione in sospeso.» 

«Cioè?» 

«Salutare la mia famiglia», rispose lei con una scrollata di spalle. «Potrò tornare a trovarli?» 

«Sì, certo, non vogliamo creare scompiglio e neanche che le tue amiche possano tradire l’esistenza del nostro mondo. Puoi andare.» 

Prese anche lei la porta da cui erano uscite le altre e le trovò poco più avanti, in piedi, che fissavano la valle sotto di loro. 

Il palazzo di Menivol si trovava su uno dei monti più alti del mondo degli spiriti. Da lì si potevano vedere la Foresta dei Fantasmi, una punta del Deserto delle Dune e un promontorio del Mare della Solitudine. Loro erano nella prima zona, le altre due erano dominio degli altri due re del mondo degli spiriti, Danimas e Kaleido. Era vietato sconfinare in un altro regno. 

Rasia indicò verso ovest, verso delle montagne. «Laggiù c’è il mio covo. Il pugnale d’argilla dovrebbe essere lì.» 

Elaine sospirò. «Non so neanche se so ancora usare i miei poteri. Tu che devi fare, Sylvie?» 

Lei scosse il capo. «Tornare a lavorare per loro.» 

«Con il tuo vecchio incarico?» 

«Immagino di sì.» Si voltò verso gli altri, che le avevano raggiunte. «Dovete seguirci?» 

Tane annuì. Anche lui aveva di nuovo il suo aspetto da spirito e, con sorpresa, notarono che era della stessa specie di Anire. Erano rari gli spiriti volpe, sia perché erano pochi in generale sia perché erano diffidenti e abilissimi a nascondersi. 

Sylvie posò lo sguardo su Eist, mormorò che le avrebbe raggiunte e gli fece segno di seguirla. Sparì, seguita subito dopo dall’altro. 

Rasia sgranò gli occhi. «Avevo dimenticato quanto fosse veloce.» 

Elaine sbuffò. «Dimenticato? Ci aveva prese in due minuti l’altra volta.» 

Iniziarono ad incamminarsi, con Jets che subito affiancò Elaine. «Cioè?» 

«Il compito di Sylvie era prendere i ladri. Ci aveva messo mezza giornata a rintracciarci e non siamo neanche state in grado di scappare.» 

«Perché non vi ha consegnate?» domandò confuso Tane. 

Anire sorrise furbescamente. «Sono riuscita a entrare nella sua mente e l’ho convinta a scappare con noi.» 

«Voi spiriti volpe siete terribili», commentò Caster con una scrollata di spalle, avvicinandosi poi a Rasia. «Tu che specie sei?» 

«Gatto», rispose lei guardandolo con la coda dell’occhio. Notò così che aveva la pupilla verticale e l’iride gialla. 

«Però sono curiosa di sapere che si dicono», mormorò Anire mordendosi il labbro, voltandosi poi verso Elaine. «Le hai messo qualcosa addosso?» 

Lei annuì divertita. Si fermò, unì le mani e le riaprì. Davanti a lei si delineò come un velo d’acqua sulla cui superficie apparvero Sylvie ed Eist. 

Lei stava guardando una caverna, con sguardo sognante e allo stesso tempo malinconico. Lui era a qualche passo di distanza, la osservava con attenzione. 

Sylvie finalmente si voltò verso di lui. «Mi dispiace.» 

Eist chiuse gli occhi e distolse lo sguardo. «Sono passati vent’anni, l’ho superata.» 

Sylvie gli andò di fronte, gli occhi lucidi. «Per me no. Eist, io… ah, è complicato.» 

«Vuoi davvero parlarne?» 

«Sì, voglio spiegarti. Io non avrei mai voluto lasciarti.» 

Eist mosse un passo verso di lei. «L’hai fatto.» 

«No. No, io non…» 

Non l’aveva mai vista così fragile come in quel momento. Non riconosceva neanche la malinconia e il rimpianto che vedeva. 

L’abbracciò istintivamente e Sylvie chiuse gli occhi. Si lasciò calmare dal suo calore e posò la fronte contro la sua spalla. 

«Respira, Ledy.» 

Prese dei respiri profondi, mentre lui le accarezzava la schiena, poi si allontanò quel tanto che le serviva per poterlo guardare negli occhi. «Re Menivol mi aveva incaricata di portarti da lui. Ovviamente non sapeva che stavamo insieme.» 

«Perché mi voleva?» 

«Eri potenzialmente pericoloso. Continuavo a dirgli che non ti avevo trovato, che avevo bisogno di più tempo e, nel frattempo, gli portavo tutti gli altri obiettivi e continuavo a chiedergliene di altri, sperando si dimenticasse di te.» 

«Per questo lavoravi così tanto…» sussurrò lui prima di accarezzarle il volto e posare la fronte contro la sua. «Poi cos’è successo?» 

«Mi ha ordinato di portargli le altre. Le trovai tutte insieme, ma… Anire scovò subito la mia ansia e la sfruttò contro di me. Modificò i miei pensieri e mi fece credere che volessi fuggire con loro nel mondo degli umani.» 

Eist restò in silenzio a lungo prima di fare qualche passo indietro. «Ledy, per me sono passati vent’anni.» 

Lei annuì con un sorriso, ma le lacrime le rigarono le guance. «Sì, immaginavo.» Tornò a guardare la caverna. «Immagino che non rivedrò più questo posto.» 

«Ledy…» 

«Torniamo dagli altri.» 

Elaine si affrettò a far sparire l’immagine e riprese a camminare. Anire ci mise un po’ a riprendere la strada. Quando aveva modificato i suoi ricordi, le era importato davvero poco di cambiare la sua vita per sempre, ma ora la conosceva. Sapeva cos’aveva fatto, cos’aveva causato e le dispiacque. Le venne quasi da scusarsi quando la vide apparire poco più avanti. 

Sembrava serena, non c’erano più quei sentimenti che da giorni covava dentro, ma, grazie ai suoi sensi potenziati, le fu impossibile non riconoscere la tristezza. 

L’affiancò, la prese a braccetto per allontanarla da Eist e andò a passo più spedito degli altri per poter avere un minimo di intimità. «Tutto bene?» 

«No, per niente.» 

«I sogni che facevi…» 

«Erano ricordi», confermò lei con un sospiro. «Bei ricordi…» Scosse poi il capo e si fermò, voltandosi verso Rasia. «Dov’è il tuo covo?» 

«Vicino alle Montagne Bianche.» 

Le fu impossibile non reagire con una smorfia, visto che lì c’era il villaggio dove aveva conosciuto Eist.

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