Capitolo 3 – Il dolore
Era da quasi due giorni che continuava a seguire il suo bersaglio, un ladruncolo da quattro soldi che veniva in realtà dal Mare della Solitudine. La regina Kaleido lo cercava perché aveva osato rubare una delle sue collane, ma, siccome era riuscito a scappare nel territorio di Menivol, si era vista costretta a chiedere a lui di consegnarglielo.
Ed ecco come era diventato il suo obiettivo.
Menivol le faceva catturare qualunque tipo di ladro e, a volte, soggetti che in futuro avrebbero potuto diventarlo. Lui aveva l’abilità di leggere nella vita degli spiriti una volta che ce li aveva di fronte e, se scopriva che sarebbero diventati criminali, modificava le loro credenze fino a cambiare il loro futuro.
Si era rifugiato in un villaggio delle Montagne Bianche. Ledialle si massaggiò le braccia indolenzite dal freddo. Non era abituata a quel clima. Lei veniva da una delle parti più afose della Foresta dei Fantasmi. Detestava anche stare lì, perché c’erano pochi nascondigli e l’unica cosa che poteva fare per non essere vista era restare nei vicoli.
Non mangiava da quando era arrivata. Non le ci era mai voluto così tanto per catturare qualcuno, ma le sue missioni avevano sempre funzionato perché sorprendeva il bersaglio evitando lo scontro, lo stordiva e lo portava da Menivol.
Quel ladruncolo però era perennemente circondato dagli abitanti del villaggio. Appariva come gentile, si prodigava per aiutare tutti e in fretta aveva realizzato che doveva aver rubato quella collana semplicemente per sfamarsi.
Ma lei non metteva mai in discussione le missioni e, di certo, Menivol non era interessato a scatenare una guerra con Kaleido per un ladruncolo qualunque.
Finì il terzo giorno in attesa del momento giusto per catturarlo. Arrivò la notte e con quella il gelo divenne più intenso.
Si strinse nelle spalle mentre cercava un posto un minimo caldo per cercare sollievo dalla neve. Però lì le case erano tutte dalle spesse pareti in pietra e il calore del fuoco all’interno non arrivava fino a lei.
Aveva provato a stare vicino al camino di una casa la prima notte, ma il fumo le aveva in fretta dato fastidio ed era scesa di nuovo fra i vicoli.
Si sedette in un punto in cui la strada era coperta da una casa e si rassegnò ad un’altra notte gelida.
Il suo stomaco lanciò una protesta.
Non era abituata a digiunare, quella pratica era assolutamente contraria alla sua natura, e quello stato la rendeva nervosa e stanca. Sempre più stanca.
Scoprì di essersi addormentata quando si risvegliò sotto delle coperte.
Ci mise un po’ a capire di essere in una casa. Scattò seduta e si guardò allarmata intorno.
C’era solo una stanza, con un grande focolare al centro e ad un lato un ragazzo intento a mangiare.
Ledialle lo scrutò con sospetto, mentre analizzava ogni via di fuga.
«Devi mangiare», affermò lui asciutto senza neanche degnarla di uno sguardo.
Notò allora la ciotola accanto a lei. Mormorò un ringraziamento e la prese. Avrebbe potuto assaggiarla per essere certa che non fosse avvelenata, ma stava letteralmente morendo di fame e si ritrovò a divorarla in poche cucchiaiate.
«Ne vuoi ancora?»
Gli si avvicinò allungandogli la ciotola vuota e lui le riservò un’occhiata divertita. «Chi sei?»
«Una guardia di Menivol.»
Lui inclinò il capo mentre tornava ad osservare le fiamme. «E che ci fai qui? Non vediamo spesso delle guardie quassù.»
«Derza Cané.»
Non diede segno di interessarsene, sembrò solo rilassarsi. Guardò verso un paravento e, a passi esitanti, ne uscì una ragazza dai capelli violacei e gli occhi grigi come lui.
Era esile, eppure sentiva un grandissimo potere venire da lei.
Si chiese perché si fosse nascosta e lo capì quando si sedette accanto a lui, quando notò che erano molto simili. Erano rari gli spiriti gemelli e, ancora di più, che fossero di due sessi diversi. Solo per una specie era così.
«Ti ho vista qui fuori e l’ho convinto a salvarti!» affermò lei con un sorriso cordiale.
«Salvarmi?»
«Eri svenuta sotto un cumulo di neve», spiegò lui mordendosi il labbro. «Io ti avrei lasciata lì.»
«Tu lasceresti morire chiunque», replicò lei divertita. «Piacere, Kiria.»
«Ledialle. Grazie per l’aiuto. Siete spiriti lepre?»
Kiria annuì entusiasta, mosse le mani e delle lunghe orecchie bianche apparvero sulla sua testa.
Erano rare le lepri delle nevi e le donne erano desiderate da chiunque per via dei loro poteri di premonizione.
«Esci mai di qui?» le domandò di slancio.
Kiria scosse il capo, tristemente. «Qui sono al sicuro.»
«Non dire a nessuno di lei,» affermò lui di getto, «neanche a Menivol.»
«Tranquilli, non lo farò… sono un colibrì, capisco cosa state vivendo.»
Le loro specie condividevano la croce di essere fra le più ambite. I colibrì erano tanti, a differenza delle lepri, ma erano i perfetti schiavi: remissivi, calmi, cauti. Il suo villaggio non esisteva più: un giorno erano arrivate le guardie di Menivol e avevano catturato tutti loro per rimpolpare la servitù del castello. Lei, grazie alla sua velocità e ai suoi sensi sviluppati, era stata l’unica ad essere designata come guardia.
Kiria le strinse la mano per ringraziarla, poi tirò una gomitata al fratello per invitarlo a fare lo stesso, ma lui fece una smorfia.
«Hai anche tu delle orecchie così belle?» domandò per provare a strapparlo dalla sua compostezza.
Ottenne di farlo arrossire, mentre Kiria scoppiò a ridere in modo delicato. Le riempì la ciotola e le chiese se le stesse piacendo.
Annuì, con occhi famelici, e svuotò in fretta anche quella.
«Finalmente qualcuno che mostra apprezzamento!»
Lui sbuffò, ma non la contraddisse. «Quando hai finito, puoi andartene.»
Kiria si alzò sconvolta. «No! Puoi restare quanto vuoi!» Fissò lui con stizza. «Non togliermi l’unica occasione che ho per parlare con qualcuno!»
Ledialle sorrise. «Sarei felice di restare… Posso vedere cosa si vede dalle vostre finestre?»
Le analizzò tutte e annuì con soddisfazione notando che erano poco distanti dalla casa di Derza e dalla fornace comune, dove lui passava quasi tutta la giornata. «Resterò fino a quando non troverò l’occasione per prenderlo.»
«Cos’ha fatto?» chiese Kiria mostrandosi un po’ rammaricata. «Sembra gentile.»
«Ha rubato una collana alla regina Kaleido.»
Lui scosse il capo. «Idiota. Doveva andare nel Deserto delle Dune.»
«Perché non lo catturi ora?» chiese Kiria mostrando apertamente la sua curiosità.
«Ha delle protezioni su porte e finestre. Saprebbe subito della mia presenza e non mi piace scontrarmi con i bersagli. Preferisco aspettare un momento in cui è fuori casa da solo.»
Scoprì la mattina seguente il nome di lui, quando la sorella gli chiese di andare a comprare delle uova per colazione.
Era tranquilla quella casa, c’era un’atmosfera serena che non aveva mai sperimentato prima. Ricordava poco della sua famiglia e della sua vita prima di essere una guardia, ma la costante era sempre stato un senso di frenesia. Era così la vita dei colibrì: erano incapaci di stare fermi a non fare nulla. Dovevano perennemente occupare le loro giornate con le attività più disparate; per questo erano così ambiti come schiavi.
Quando era in casa, raramente c’erano tutti i suoi fratelli. Di loro ricordava ancora meno dei suoi genitori. Non rimpiangeva quella vita, l’unico rammarico era per la libertà perduta.
Lì invece sentì un senso di familiarità. Studiò molto Kiria ed Eist durante la giornata, come interagivano, come pulivano, come passavano il tempo.
Lui era premuroso nei suoi confronti, anche se spesso restava da solo a meditare. Kiria lo indicò un paio di volte in quelle occasioni e bisbigliò sottovoce che la faceva sempre ridere quando lo vedeva così concentrato.
La seconda volta Eist la sentì e la fulminò letteralmente e lei reagì con una risata dispettosa.
Erano dolci le loro interazioni. Battibeccarono spesso nell’arco della giornata, soprattutto quando lui si accorse che lei stava barando a carte.
Fu quando iniziò il tramonto che Ledialle si chiese quanto tempo avrebbe dovuto passare lì. Ogni singola volta in cui aveva controllato, Derza era stato attorniato almeno da un paio di persone.
«Domani devo andare alla fornace,» affermò Eist dall’altra parte della stanza, con tono neutro, «puoi venire con me.»
Ledialle gli sorrise riconoscente. «Grazie.»
Mangiarono stringendosi attorno al fuoco. Kiria aveva cucinato una zuppa d’avena. Non erano ricchi, l’aveva capito subito, ma c’era tanto calore in ogni loro gesto, soprattutto in quelli di lei. Si chiese come potesse essere così felice rinchiusa lì tra quelle mura.
Ma, d’altronde, non aveva altra scelta.
«Non ho ancora parlato con mamma oggi!» annunciò improvvisamente lei, folgorata.
Eist roteò gli occhi, mentre lei si alzò in fretta e si avvicinò ad un altarino sotto una finestra.
L’aveva notato la sera precedente poco prima di andare a dormire. C’era un disegno incorniciato da ghiande e pigne, le poche cose che potevano trovare lì intorno. La loro madre era stata una donna bellissima dai fluenti capelli neri e gli occhi grigi. C’era tanto dei suoi lineamenti in loro.
«Ha fatto Kiria quel disegno» commentò Eist. Non capì se per specificare che non era stato lui o se per mostrare con orgoglio le abilità della sorella.
Gli si sedette accanto per dare le spalle a lei e lasciarle dell’intimità mentre pregava. «Sospettavo.»
«Vuoi ancora zuppa?» le chiese quando notò che aveva finito.
Scosse il capo. «Sai qualcosa di Derza?»
«Non parlo molto con gli altri.»
Le sfuggì una risata e lui la squadrò di traverso. «L’avevo dato per scontato, scusami.»
«Che diavolo state facendo?» sbraitò incredula Sylvie facendoli sobbalzare tutti.
Erano arrivati ad un villaggio abbandonato nelle Montagne Bianche e sia Sylvie sia Eist avevano annunciato di avere altro da fare ed erano spariti.
Erano entrati dentro una delle poche case con ancora la porta e dopo poco Elaine aveva affermato di sentire dei ricordi potenti venire dagli oggetti. Quell’abilità le era stata molto utile durante la sua vita da ladra; l’aveva coltivata e affinata ed era arrivata al punto che poteva richiamare le immagini nell’aria a suo piacimento.
Così aveva fatto, ma nessuno di loro si era aspettato di essere nella casa di Eist. Nessuno di loro si era aspettato di scoprire che avesse una sorella.
Sylvie si guardò allarmata intorno. «Andiamocene da qui.»
«Perché?» domandò confuso Caster.
«Cercate un’altra maledettissima casa, non state qui.»
Rasia scosse il capo. «Ci siamo già sistemati qui…»
Lei l’afferrò malamente per un braccio, provò a spostarla, ma si bloccò quando sentì Eist dire: «Lascia stare».
Lo guardò tristemente e lui scrollò le spalle. «Non importa.»
Eist si sedette di fronte al focolare, lo accese, ma dopo poco di nuovo se ne andò.
Sylvie fissò Elaine con rabbia. «Perché diavolo non hai interrotto quei ricordi? Perché diavolo non vi fate gli affari vostri?»
«Pensavamo solo di vedere come vi siete messi insieme…» iniziò lei esitante.
«Perché? Cosa ve ne importa? Per sapere quanto fa male…» si fermò per recuperare il respiro, stringendosi una mano al petto. Chiuse gli occhi e inspirò un paio di volte costringendosi a ritrovare la calma.
Anire provò a toccarla, ma si ritrasse istintivamente. Riaprì gli occhi. «Non azzardatevi più. Lascia stare i ricordi di questo posto.»
«Ma mi stanno parlando…»
«Non hai alcun diritto di vederli.» Si voltò per andarsene. «Lascia tutto al silenzio.»
Uscì da lì, perché era doloroso restare tra quelle pareti, perché ogni dettaglio lì parlava di Kiria ed Eist e faceva così tanto male da poterlo sentire fisicamente.
Andò nel bosco lì vicino. Camminava esitante tra gli alberi. In lei un miscuglio di emozioni: la rabbia per quello che era successo, la tristezza per essere di nuovo in quel posto, ma soprattutto la nostalgia. Aveva amato ogni singolo giorno che aveva passato lì, con Kiria ed Eist, nella loro casa povera, ma calda.
Arrivò ad un grosso albero cavo. C’era Eist inginocchiato davanti all’apertura del tronco, con gli occhi chiusi. Gli si sedette accanto e i suoi occhi si fermarono sul fiore ghiacciato all’interno.
L’aveva fatto Kiria quando le aveva portato una rosa per fargliela vedere.
Elaine alzò esitante lo sguardo sugli altri. «Quindi?»
«Eist non ha mai parlato di una sorella…» mormorò Tane mordendosi il labbro.
Caster annuì, ma subito dopo si alzò in piedi con uno slancio: «Dobbiamo sapere cos’è successo!».
Anire si guardò intorno nervosa. «Se lo scopre Sylvie, ci ammazza.»
Rasia sbuffò. «Basterà stare attenti.» Prese un pezzo di carta e ci disegnò sopra un talismano, che applicò alla porta. «Ci avviserà se qualcuno tocca la porta.»
«Hai scoperto qualcosa di utile?» domandò Kiria quando rientrarono a casa.
Ledialle sospirò. «Solo che è davvero amato dalla gente di qui.»
«Devi per forza prenderlo?»
«O io o lui. Non ho molte alternative.»
Kiria annuì comprensiva, ma triste. Rivolse poi un sorriso al fratello. «Ho finito un altro libro, me ne andresti a prendere un altro dopo?»
Eist tirò fuori dalla borsa un paio di libri. «Ti ho anticipata.»
Lei gli saltò al collo, contenta, poi si allontanò e si sedette su un cuscino rosso in un angolo dove c’erano diverse tazze vuote appoggiate e prese ad accarezzare le copertine per decidere quale scegliere.
«Sei dolce con lei,» commentò Ledialle, per poi rivolgergli un’occhiata divertita, «solo con lei.»
Eist la fissò di traverso, poi si voltò verso la sorella. «Provo a renderla felice.»
«Lo è», gli disse accarezzandogli un braccio.
Lui posò gli occhi sulla sua mano, poi su di lei. «Lo dici perché hai qualche abilità particolare o …?»
«Basta guardarla per capirlo. Lei è felice, a differenza tua.»
Eist sobbalzò e d’istinto si allontanò, poi le si fece sotto e sibilò: «Non mi conosci».
«Ma vedo i tuoi occhi che guardano fuori dalla finestra appena lei è distratta.» Guardò Kiria tristemente. «Capisco però che tu voglia proteggerla e questo è davvero il modo migliore per farlo, per quanto sia un sacrificio per entrambi.»
«Di che parlate?» chiese Kiria alzando il capo dai libri, mentre ne apriva uno.
«Della cena», rispose lui di getto. «Kiria, provo a cacciare qualche animale. A dopo.»
Ledialle capì che quello era un modo per sottrarsi a quella conversazione, così lo lasciò andare da solo. Fece per sedersi accanto al fuoco, ma Kiria improvvisamente disse: «Portalo via».
La guardò incredula.
«Ti prego, portalo via.»
Restò in silenzio, smarrita. «Non vorrà mai…»
Kiria sospirò e delle lacrime subito lasciarono i suoi occhi. Le si avvicinò per abbracciarla.
«Vuole starti accanto.»
«Da bambini sognavamo di viaggiare…»
Sospirò mentre i suoi occhi andavano verso il ritratto della madre. «Com’è morta?»
Kiria pianse più forte e la strinse per cercare conforto. Quella era la prima volta che le accadeva, si scoprì impacciata in quei gesti che chiunque avrebbe dovuto saper compiere.
Le raccontò che da bambini si spostavano continuamente tra le montagne, perché, per quanto provassero a nascondere la loro specie, a un certo punto qualcuno riusciva a capirlo. La madre faceva di tutto per proteggerli dai pericoli: gli aveva insegnato come difendersi dagli animali feroci, come cacciare, come nascondere i loro poteri. Però un giorno, in un villaggio dall’altra parte delle Montagne Bianche, uno spirito era riuscito a catturarla.
Lei ed Eist avevano provato a liberarla, ma la madre stessa li aveva cacciati, per paura che potessero prendere anche la figlia, e, per evitare che tornassero, si era tolta la vita.
Ledialle sentì il sangue gelarsi per quella rivelazione. Capì l’atteggiamento iperprotettivo di Eist e anche il dolore di Kiria, ma seppe allora con maggior convinzione che non avrebbe mai potuto allontanarli.
Eist tornò dopo mezz’ora con un’anatra in mano e l’allungò a Kiria. «Ho trovato questa.»
«Che buona!» esultò lei. «E che grassa!»
«Finalmente una cena sostanziosa», confermò lui soddisfatto.
E lo fu così tanto che Kiria si addormentò poco dopo, accoccolandosi vicino al fuoco. Eist la coprì con una coperta e ne allungò un’altra a Ledialle.
Faceva freddo quella sera, fuori tutto era coperto da uno strato di ghiaccio e il gelo stava entrando anche in casa. Praticamente solo intorno al focolare si stava bene. E lei continuava a non essere abituata a quel clima.
Si strinse nella coperta, ma, nonostante fosse praticamente con la faccia tra le fiamme, si ritrovò a battere i denti perché sentiva la schiena gelata.
Eist la osservò per un po’, per capire se la coperta la stesse scaldando, ma, alla fine, si arrese all’evidenza e le mise anche la sua addosso.
Non bastò neanche quello. Ledialle provò a cambiare posizione, ma non servì a nulla. Lo guardò, stremata. «Come fate a vivere con questo gelo?»
Lui sogghignò divertito. «Questo non è nulla.»
«Che faccio?» chiese lei stringendosi meglio le coperte addosso.
Eist restò per un po’ in silenzio, poi le indicò il paravento. «Forse un bagno caldo ti aiuterà.»
Ledialle accettò immediatamente quella proposta – avrebbe accettato qualunque cosa in quel momento. Accese i tizzoni sotto la tinozza e se ne tenne uno in grembo mentre aspettava che l’acqua si scaldasse.
Uscì soddisfatta da quel bagno, finalmente i muscoli che non tremavano. Si sedette accanto ad Eist, che le offrì nuovamente la sua coperta per evitare che si ritrovassero in fretta nella situazione di partenza.
Si sistemarono in modo che fossero entrambi coperti e, rilassata dal bagno, lei scivolò nel sonno, finendo con l’appoggiarsi sulla sua spalla.
«Però sono carini», commentò Anire con un sorriso.
Jets si guardò la punta delle scarpe. «Secondo voi, che fine ha fatto Kiria?»
«Sta dormendo…» iniziò Rasia, ma lui subito la interruppe.
«Intendo ora. Dov’è? Cosa le è successo?»
Si svegliò che era ancora appoggiata a lui. Si allontanò appena ed Eist aprì gli occhi.
Aveva il sonno leggerissimo, bastava un nulla per svegliarlo. Era perennemente vigile.
«Grazie», sussurrò, visto che Kiria stava ancora dormendo.
Eist si avvicinò al focolare per ravvivarlo e lanciò un’occhiata fuori dalla finestra. «Nevica» affermò dopo poco.
Ledialle alzò gli occhi al cielo. «Non dirmi quello che penso…»
«La fornace resta spenta con la neve.»
«E Derza resterà a casa tutto il giorno… Ah, diamine, devo fare rapporto, ci sto mettendo troppo.»
Rovistò nella sua borsa e ne tirò fuori un ciondolo rosso, che strinse tra le mani. Era un monile che le permetteva di comunicare direttamente con Menivol. Gli spiegò dove fosse e tutto quello che era riuscita a carpire di Derza e il re, alla fine del resoconto, le rammentò che quella questione coinvolgeva Kaleido e la invitò a sbrigarsi.
«Tutto bene?» le chiese Eist.
Annuì con una smorfia. «Devo muovermi.»
Eist prese un secchio d’acqua e lo vuotò sul paiolo per poter preparare il tè. Osservò poi la sorella, stupendosi che non si fosse ancora svegliata.
«Da quanto non mangiavate così tanto?»
Eist l’affiancò per poter continuare a parlare sottovoce. «Di solito, avremmo razionato quell’anatra almeno in quattro porzioni.»
Guardò fuori dalla finestra. «Non ho mai visto la neve prima di venire qui, sai?»
Lui stralunò gli occhi. «Cioè non hai mai camminato sotto la neve?»
Scosse il capo e lui si alzò di scatto e la strattonò per un braccio per costringerla ad alzarsi. «Oggi vieni con me.» Scrisse su un foglietto che erano usciti, lo lasciò vicino alla sorella e poi le fece cenno di seguirlo.
Ledialle si coprì per bene con il cappuccio e, mentre lui la guidava verso il bosco, pensò che la neve non fosse molto diversa dalla pioggia. Se non che era fredda.
Quando arrivarono fra gli alberi, Eist alzò il capo verso il cielo per osservare la neve cadere e poi spostò gli occhi su di lei.
Piegò il capo di lato quando notò che si era anche avvolta una sciarpa intorno al collo. Le andò di fronte e le tolse il cappuccio. «Devi sentirla.»
«Ma è fredda…»
«È questo il bello.»
Restarono uno di fronte all’altra mentre la neve cadeva.
Ledialle notò che si scioglieva quando cadeva sul suo volto e istintivamente gli accarezzò la guancia. Eist le prese la mano, la sfiorò e le si avvicinò, come se volesse baciarla, ma si fermò appoggiandosi alla sua fronte.
Chiusero gli occhi e restarono in silenzio, le fronti vicine, poi lui l’abbracciò. Ledialle si irrigidì, mentre sentiva il respiro accelerarle.
«Torniamo indietro?» propose lui in un soffio.
«Ancora un istante», mormorò mentre ricambiava quell’abbraccio.
Quando rientrarono, Kiria era nel suo angolo a leggere. Li guardò e scoppiò a ridere trovandoli bagnati fradici. Fecero il bagno a turno, prima lui, e, quando ebbe finito, Ledialle lo trovò mentre dormiva vicino al fuoco.
Kiria leggeva ancora.
Si sdraiò di fronte a lui e restò in silenzio ad osservarlo. Le sembrò quasi impossibile poterlo fare.
«Portalo via», affermò Kiria dopo qualche istante.
Sentì gli occhi riempirsi di lacrime. «Non posso…»
«Non può vivere ancora qui.»
«Perché non ve ne andate?»
Lei sospirò mestamente. «Io sono al sicuro qui. È l’unico posto in cui non hanno mai scoperto della mia esistenza. Ma Eist… lui deve essere libero.»
«Kiria, lui vive per renderti felice.»
«Forse prima, ma, da quando sei arrivata tu, non l’ho mai visto così interessato al mondo. Convincilo, ti prego, portalo via.»
Eist aprì gli occhi, ma restò immobile, così che la sorella non si accorgesse di nulla.
Ledialle si ritrovò a piangere. «Non posso… Deve deciderlo lui.»
«Allora parlagliene.»
Eist le fece cenno di no e allora Ledialle si alzò. «Mi dispiace, Kiria, ma non potrebbe essere felice lontano da te.»
Lei allora chinò il capo e tornò al suo libro.
Riuscì a catturare Derza dopo due giorni, quando riaprì la fornace, e lui fu quello che si prese l’onere di riaccendere il fuoco.
Lo portò in fretta da Menivol, senza perdere tempo a salutare i due fratelli, per quanto una parte di lei volesse farlo.
Tornò da loro dopo un paio di giorni, quando Menivol confermò che non c’erano missioni per lei. Si presentò alla porta a pomeriggio inoltrato ed Eist aprì quasi incredulo. Vedeva la felicità nei suoi occhi e, incredibilmente, l’abbracciò, lasciandola lì sull’uscio confusa e felice allo stesso tempo.
Salutò Kiria quando fu entrata, quando ebbe chiuso per bene la porta dietro di sé. Lei, nel frattempo, si era nascosta dietro il paravento e subito le andò incontro sorridente. Le confidarono che avevano creduto che non sarebbe mai tornata.
«Siete la cosa più vicina a una famiglia che ho. Dovrete sopportarmi» affermò con non curanza, guardandosi intorno, quasi temendo la loro reazione.
Kiria batté le mani contenta e propose una cena speciale. Andò subito al paiolo, mentre Eist le andò vicino, restando a un passo da lei. «E cosa dovremmo essere?»
«Beh, Kiria è mia sorella.»
«E io?»
«Tu cosa vuoi essere?»
Lui la guardò divertito, poi spostò gli occhi verso la finestra. «Vado a cacciare qualcosa.»
«Vengo anch’io.»
Lui accettò perplesso, visto che non l’aveva mai accompagnato, e, quando furono nel bosco, scoprì il motivo di quel cambiamento: gli mostrò come catturava i suoi obiettivi. Gli diede dei consigli, gli insegnò come muoversi silenzioso.
Tornarono al tramonto con un’anatra. Avrebbero potuto portare il cervo che erano riusciti a catturare, ma Eist capì che quelle uscite erano l’unico modo che aveva per poter apprendere da lei, ma, con la carne di un cervo, sarebbero potuti andare avanti per una settimana almeno.
Ledialle iniziò quindi a passare tutto il tempo libero che aveva con loro. Bramava di tornare in quella casetta calda e accogliente, di sentire ancora la risata di Kiria, di stare fra le braccia di Eist.
Lo addestrò ad essere rapido, a starle dietro, e gli insegnò i rudimenti della spada, gli portò dei libri su delle tecniche e lui prese ad allenarsi anche in casa.
Fu quando fu certa che fosse pronto che tornò da loro con due ciondoli identici e lui li prese perplesso.
«Sono due telepati. I due indossatori conosceranno sempre le emozioni dell’altro.»
Kiria batté le mani contenta. «Così sapremo sempre come stai!»
Scosse il capo e rimase con lo sguardo fisso su di lui. «Il secondo non è per me.»
Eist alzò il capo e restò per qualche istante attonito. Guardò la sorella, poi Ledialle e infine il ciondolo.
«Ho una missione qui vicino. Ci metteresti un quarto d’ora a tornare. Vieni con me.»
Lui ancorò lo sguardo a terra, mentre rifletteva.
Kiria subito gli andò di fronte. «Eist, vai.»
«Quanto ci vorrà?»
Ledialle scosse il capo. «A volte ci metto un’ora, altre più giorni, come con Derza. Non posso dirtelo.»
Lui chiuse con forza gli occhi.
Gli mise uno dei due ciondoli al collo. «Vieni con me.»
«Non…»
«Devo andare ora, non posso perderlo di vista. Non posso darti tempo per rifletterci.»
Eist la guardò, sconfitto. «Perdonami…»
Posò la fronte contro la sua, sforzandosi di trattenere il pianto. «Dovevo provare.»
L’abbracciò e la strinse a sé, scosso come mai l’aveva visto. Non dissero nulla, restarono lì, mentre sentivano Kiria singhiozzare dietro di loro.
Ledialle si allontanò poi sorridendo, senza guardarli negli occhi. «Torno quando ho finito!» li salutò con quella che era diventata la frase con cui ogni volta se ne andava.
Si mise il cappuccio in testa mentre usciva dal villaggio, per evitare che qualcuno potesse vedere le sue lacrime. Sentiva una fitta al petto così acuta che quasi le faceva male respirare e fu costretta a fermarsi. Entrò in un vicolo per non bloccarsi proprio sulla strada principale e si mise a fare degli esercizi di respirazione per calmarsi.
Fra lei ed Eist era sempre rimasto tutto sott’inteso, ma sapeva che anche lui bramava di più. Lo sapeva da come l’abbracciava quando si allenavano fra gli alberi, da come si addormentava vicino a lei la sera, da come la guardava quando se ne andava. Aveva davvero sperato che l’avrebbe seguita.
«Ledy.»
Sobbalzò e alzò lo sguardo, sorpresa di trovarlo davanti a lei.
«Vengo con te.»
Non gli chiese perché avesse cambiato idea, non le importava. Lo abbracciò e lui ricambiò sorridendo, appoggiando la fronte contro la sua, gli occhi chiusi.
«Andiamo?»
Lo baciò sulla guancia e annuì, felice, con gli angoli degli occhi ancora pieni di lacrime. Corsero veloci lungo le Montagne Bianche, con lei avanti di qualche passo per poter fare strada.
Notò la sua fatica, ma Eist non si fermò mai, la seguì silenzioso, osservando con cura tutto quello che scorsero. Era inebriante essere così lontano da quel villaggio, dove ormai stavano da dieci anni. Quasi si era dimenticato come fosse fatto il mondo.
Poi le montagne e la neve finirono e furono nella foresta. Corsero fra i rami, silenziosi, e poi arrivarono sopra una tenda.
Ledialle gli indicò il grosso spirito salamandra che mangiava radici e frutta secca per evitare di essere scoperto con il fuoco, poi piombò a terra e lo stordì, rapida come gli aveva mostrato decine di volte con gli animali.
Le andò accanto dopo che l’ebbe legato. «Lo consegni ora?»
Lei annuì, si rialzò e restò immobile a guardarlo.
Eist fissò a terra, si concentrò sulle emozioni di Kiria. Stava bene, nulla era mai variato in quei minuti in cui erano stati lontani.
«Quanto dista il castello?»
Ledialle si caricò in spalla lo spirito e saltò fra i rami di un albero per scalarlo, arrivando fino in cima. Aspettò che la raggiungesse e indicò una montagna. «Lassù.»
«Sarei a casa per domani, quindi…»
Lei annuì. «Eist, devo andare.»
Strinse il ciondolo, si morse il labbro e si guardò intorno. Quel mondo lo chiamava.
«Ti seguo.»
Ledialle sorrise euforica e prese a correre, prima che lui potesse cambiare idea. Arrivarono davanti al castello verso sera e lei gli disse di aspettarla fuori mentre consegnava lo spirito.
Tornò dopo poco, gli bisbigliò che lo portava dove si nascondeva prima di incontrare loro e riprese a correre.
Lo portò in una caverna piccola, protetta da qualche sigillo per evitare che chiunque potesse entrarci. Ledialle gli diede un braccialetto con legato un ciondolo a forma di runa e gli spiegò che l’aveva fatto fare dai fabbri di Menivol.
C’era un baule vicino a delle rocce e un giaciglio fatto di foglie e mantelli. Si sedettero lì ed Eist commentò che non aveva mai dormito su qualcosa che non fosse il pavimento.
Lei scrollò le spalle. «I colibrì dormono sulle foglie e volevo dare a questo posto la parvenza di una casa.»
Le accarezzò la schiena e l’abbracciò.
«Kiria?»
«Penso stia dormendo.»
Si sistemò per potersi accoccolare al suo petto e lui la guidò perché si sdraiassero. Restarono in silenzio ad osservare il soffitto.
«Come ti senti?»
«Bene. Mi piace correre.»
«Te la sei cavata benissimo. Non ho mai conosciuto nessuno che riuscisse a starmi dietro per tutto quel tempo.»
Le sfiorò il braccio, mentre rimuginava su qualcosa, poi le fece alzare il volto perché potessero guardarsi. «Voglio venire con te.»
Lo baciò e lo sentì bloccarsi per un istante, prima di ricambiare. Percepiva la sua felicità e anche la sua serenità.
Restarono fuori per una settimana per altre due missioni. Lei non disse a Menivol di lui, per evitare di destare il suo interesse, e lui ne fu soddisfatto, perché sapeva che così la sorella sarebbe stata al sicuro.
Quando rientrarono, passò ore a raccontarle tutto quello che avevano fatto. Kiria era incredula di vederlo così contento e ringraziò Ledialle piangendo quando lui andò a cacciare qualcosa per cena.
Iniziò a prendere anche più cibo al mercato, perché a Ledialle le missioni potevano venire assegnate in qualunque momento. Voleva seguirla, voleva vedere altro di quel mondo, ma allo stesso tempo non voleva che la sorella dovesse razionare le scorte.
E da quel giorno fu sempre accanto a lei. Smise anche di chiedere quanto ci volesse a tornare indietro. Prese ad allenarsi con la spada con maggiore solerzia, per poter essere di aiuto a Ledialle in qualche modo se una delle sue catture non fosse andata immediatamente a buon fine e così iniziarono a svolgere i loro incarichi più in fretta, perché non dovevano più attendere il momento perfetto.
Tornavano sempre da Kiria, ma, a volte, prendevano strade più lunghe o si fermavano in punti panoramici. Fu durante quelle soste che Ledialle iniziò a prendere l’abitudine di camminare o correre all’indietro per poter osservare il più possibile.
Tutti quei momenti però, tutta la loro intimità, restò sconosciuta ad Elaine, perché lei poteva vedere solo i ricordi degli oggetti. Videro solo un Eist felice e chiacchierone, il contrario di quello che conoscevano loro.
Sentirono uno scoppio ed Elaine fece immediatamente sparire le immagini. Dopo poco entrò Eist, che si avvicinò a Tane portando in mano un fiore completamente ghiacciato. Lo reggeva quasi fosse stato un oggetto sacro, con un’attenzione che lasciò tutti di stucco.
Glielo mostrò e, con voce flebile, gli chiese se conoscesse un modo per poterlo tenere lì in quella casa.
Tane fece un rapido incantesimo e allora Eist lo posizionò vicino al ritratto della madre.
Videro Sylvie che lo scrutava dall’uscio e poi li scandagliò uno ad uno, scettica, in cerca di un qualunque segno per capire che cos’avessero fatto fino a quel momento.
«Quindi questa era casa tua?» domandò Caster guardando Eist.
Lui sembrò appena sentirlo. Annuì, poi si alzò e si guardò intorno, fermando poi lo sguardo sull’angolo in cui Kiria leggeva. C’erano ancora un libro e delle tazze vuote.
Sylvie chinò il capo. «Dovremmo andarcene. Ci sono altre case abitabili.»
Eist scrollò le spalle.
«Odio quando sei così testardo», sbottò lei, per poi fissare gli altri e fargli cenno di recuperare le loro cose.
Non obiettarono quella volta, perché avevano capito che doveva essere successo qualcosa a Kiria, qualcosa di tremendo che aveva cambiato profondamente Eist, che l’aveva portato ad abbandonare quel posto e a non tornarci da chissà quanto tempo.
Si sistemarono in un’altra casa, più grande, su due piani, divisa in stanze e non da paraventi. Era stata del proprietario della fornace, uno dei più ricchi del villaggio.
«Cos’è successo a Kiria?» domandò Tane quando ebbero posato le loro cose, approfittando dell’assenza di Eist.
Sylvie chinò il capo, sospirò profondamente e chiuse gli occhi per provare a nascondere le lacrime. «L’hanno scoperta e noi eravamo lontani. Non abbiamo potuto fare niente.»
«Dov’è ora?»
Le lacrime uscirono prepotenti. «Non c’è.» A quel punto li guardò. «Quanto avete visto?»
Gli altri iniziarono a balbettare imbarazzati, a provare a minimizzare, ma Tane le rispose sinceramente.
Sylvie guardò verso la finestra per essere certa che Eist non stesse arrivando. «Avevamo messo dei sigilli alla porta per evitare che qualcuno potesse entrare, ma ci provarono comunque. Eist si accorse che Kiria era nervosa, così tornammo indietro e la trovammo ancora qui, con alcuni dei sigilli rotti. Capimmo che volevano catturarla, così lui la portò via, uscendo dal retro e scapparono nel bosco. Io restai per depistare chiunque provasse ad entrare. Aspettai due ore, ma non venne nessuno, così decisi di raggiungerli.» Chiuse gli occhi. «Capii che li stavano inseguendo dalle orme. Trovai Eist che combatteva. Kiria stava ancora scappando, ma lui era in difficoltà e, stupidamente, mi fermai ad aiutare lui. Eravamo convinti fosse al sicuro, che lui fosse riuscito a fermarli tutti, ma…» Scosse il capo. «Uno la prese. Lei provò a lottare, ma… era pura, dolce… Non sapeva difendersi, sapeva solo mordere. Resistette per un po’ e riuscimmo a raggiungerla in tempo.»
«Quindi si è salvata», commentò Jets corrugando la fronte.
Sylvie sospirò. «Eist voleva portarla in un altro posto, voleva provare a trovarle un’altra casa, ma Kiria si mise a guardare la neve e gli alberi e disse che voleva restare lì. Passammo la notte nel bosco e il giorno successivo e quello dopo ancora, perché lei non voleva andarsene. Alla fine, capimmo cosa volesse fare, quando ci accorgemmo che non stava mangiando.»
Sgranarono tutti gli occhi, mentre lei si asciugò le lacrime.
«L’abbiamo seppellita lì nel bosco.»
«Dopo quanto siete scappate dal mondo degli spiriti?» chiese Tane.
«Un mese», mormorò lei in un soffio. Notò che Eist stava venendo verso di loro. «Sta arrivando. Fingete di non sapere nulla.»

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