Capitolo 5 – Il ritorno
Stavano camminando verso l’hotel. Erano tutti in silenzio, intenti a riflettere e pensare che era strano che non ci fosse Sylvie lì con loro. Era sbagliato che non ci fosse… e chissà se ci sarebbe mai più stata.
Realizzarono in quel momento che non sapevano se e quando l’avrebbero mai rivista e che il loro saluto era stato davvero minimo, inadatto alla realtà, all’amicizia che avevano costruito.
Anire si bloccò improvvisamente e fece per girare i tacchi, ma Tane le si parò davanti. «Dove vai?»
«Voglio salutare Sylvie…» rispose mentre i suoi occhi cadevano verso l’asfalto, già gonfi di lacrime.
Tane scosse il capo, le mise un braccio intorno alle spalle e la fece voltare. «Non funziona così. Non potete andare nel mondo degli spiriti quando volete.»
Lei sospirò profondamente, mentre si lasciava guidare dall’altro.
Senza i poteri si sentiva di nuovo la solita Anire, la ragazza impacciata e insicura di sé, non era più la fiera e coraggiosa ladra.
Guardò Rasia e notò che anche lei non camminava più con la schiena perfettamente dritta, così come Elaine, che aveva smesso di guardarsi continuamente intorno alla ricerca di possibili pericoli.
Realizzò in quel momento che Sylvie e Ledialle invece erano identiche. Sylvie amava correre, era sempre stata una delle più veloci; se si emozionava, era incapace di gestire il respiro; era ironica, ma attenta ad ogni singola parola che diceva.
Loro avevano conservato i loro nomi di spiriti, ma avevano perso tutto quello che le rendeva tali. Lei, invece, aveva solo cambiato nome.
Per questo Eist l’aveva riconosciuta immediatamente, per questo era stato in grado di completare una sua frase.
Arrivarono all’hotel e invitarono i ragazzi a salire. Raccolsero le cose di Sylvie e le misero dentro il suo zaino, per poi fissarlo con un pesante sospiro.
«Che ne facciamo?» chiese Rasia.
Jets se lo caricò in spalla. «Lo darò io ad Eist quando torna qui.»
«Anche se certe cose è davvero inutile che se le porti dietro» commentò Tane prima di scuotere il capo. «Ma, d’altronde, ogni tanto tornerà e a quel punto le serviranno.»
«Che diciamo a sua madre?» chiese incerta Anire.
«Ditele che si è messa a viaggiare da sola», affermò Jets.
Elaine scosse vigorosamente il capo. «Le verrebbe un infarto.»
«Allora che ha incontrato un suo vecchio amico e che stanno viaggiando insieme. Ci penserà lei a spiegare tutto quando tornerà», concluse Tane prima di fare un saluto e andarsene insieme a Jets.
Restò Caster, che chiese il numero a Rasia e che, timidamente, le propose di cenare insieme. Lei restò un po’ imbambolata a scrutarlo, poi si voltò verso le altre.
«Quanto stiamo qui ancora?»
«Direi di andarcene domattina», rispose Anire.
Lei allora si aprì in un sorriso e si voltò verso di lui. «Molto volentieri.»
Passò un anno prima che ritornassero in quella città, stremate dalle continue richieste di Rasia di rivedere Caster.
Era andata bene la loro uscita, così bene che era rimasta a dormire da lui ed era tornata dalle amiche dopo due giorni. Enorme era stato il loro fastidio per quel cambio di piani.
L’unico motivo per cui accettarono fu che speravano di incontrare Ledialle.
Elaine era rimasta in contatto con Jets. Si mandavano delle immagini divertenti e ogni tanto si raccontavano le reciproche giornate, ma lui non disse mai una parola sull’amica. Non sapeva neanche se l’avesse mai rivista.
Quando arrivarono alla stazione, fu Rasia a guidarle verso l’albergo e, con orrore, scoprirono che aveva di nuovo prenotato il tremendo posto dell’anno precedente. La fissarono incredule e lei, con una veloce scrollata di spalle, commentò che era vicino alla casa di Caster.
Elaine la mandò al diavolo prima di afferrare il telefono e provare a cercare un’altra sistemazione nei paraggi, ma si arrese alla realtà: era tutto pieno.
«Neanche un ostello?» chiese sconvolta Anire.
«C’è il festival dei fiori», rispose Rasia prima di aprirsi in un sorriso trionfante. «Andiamo?»
Almeno, era riuscita a prenotare la stanza con il bagno privato.
Anire ed Elaine borbottarono per tutto il tempo che ebbero posato i bagagli e si furono fatte la doccia. Si placarono solo quando si confrontarono su che cosa fare del resto della giornata.
«Io vado da Caster», annunciò Rasia senza mezzi termini.
Elaine le fece il verso quando ebbe chiuso la porta, poi sbuffò sonoramente. «Sento Jets?»
Anire alzò le spalle. «Va bene, vai. Almeno è simpatico.»
Jets passò a prenderle dopo una decina di minuti. Aveva una macchina quella volta, non molto nuova, ma almeno era comoda per spostarsi in quella città dove il sistema dei trasporti sembrava essere stato pensato da un masochista.
«Come state, ragazze?» le salutò lui calorosamente, abbracciandole entrambe.
Elaine immediatamente si addolcì nei suoi confronti.
Ogni volta che si sentivano, poi lei doveva sfogarsi con le amiche e la domanda era sempre la stessa: “Perché non mi dice mai niente di profondo?”.
Le piaceva da quando l’aveva visto il primo giorno, ma era stato nel mondo degli spiriti che aveva realizzato che non voleva essere sua amica. Lui però sembrava essere preso dagli allenamenti e le aveva prestato davvero scarsa attenzione, era arrivata così a convincersi di non interessargli minimamente.
«Benissimo!» affermò Anire con un sorriso ironico. «Rasia ci ha abbandonate per andare da Caster e noi non abbiamo idea di cosa fare.»
«Possiamo andare al festival. L’hanno fatto carino quest’anno.»
Accettarono, perché gli avvenimenti accaduti in quella città erano stati così rilevanti per loro che ancora la ricordavano a memoria. Riconobbero tutte le strade che avevano visto, ogni singola casa o palazzo.
Riconobbero quindi la via dove si svolgeva il festival e non poterono che restarne affascinate. Era da poco finito il tramonto e in tutta la via erano state accese delle lanterne e spenti i lampioni.
Si trovavano nella parte vecchia della città, costruita sul dorso di una collina. Il festival consisteva in una serie di bancarelle e stand di fiori e cibo che occupavano la stradina principale. I commercianti di quella zona ovviamente ne approfittavano: spegnevano anche loro le luci e accendevano le lanterne.
I locali più ambiti erano quelli con i posti a sedere fuori, per poter godere dell’atmosfera unica di quell’evento.
C’erano fiori ovunque, tantissimi odori, ma la cosa che più le stupì fu che nessuno urlava. Erano tutti calmi, nonostante la marea di persone, nessuno spingeva, non c’era neanche così tanto rumore da rendere difficile sentirsi.
Jets prese per loro delle piccole lanterne, spiegando che fossero immancabili per chi partecipava per la prima volta, e le seguì nella loro scoperta delle bancarelle. Non fece mai fretta, nonostante fosse palese il suo disinteresse totale per i fiori, però improvvisamente annunciò che doveva assolutamente portarle in un posto e prese a guidarle senza più fermarsi.
Girarono dentro un vicoletto con una rampicante a formare un arco e videro diversi tavolini in ferro, tutti occupati.
«Che bello!» esordì Anire sorpresa.
Lui però la ignorò, prese a guardare ogni singolo tavolo, poi trovò chi stava cercando e finalmente riprese a camminare.
Videro prima Tane, che le salutò con un cenno, e poi notarono che c’erano altre due persone con lui. Si bloccarono quando riconobbero Ledialle.
Lei si alzò e le abbracciò calorosamente, si fermò poi di fronte ad Anire e le chiese di dirle quali posti avessero visitato.
Anire però scoppiò a piangere e Ledialle rise per quella reazione. La guidò fino ad una sedia e restò in silenzio a guardarla accarezzandole una mano.
«Scusate…» mormorò mentre si asciugava le lacrime. «Come sei conciata?» domandò poi per provare ad alleggerire la tensione.
Ledialle si guardò sorpresa. «Perché? Sto benissimo!»
Aveva un vestito dalla stoffa leggera, rosso, che le lasciava scoperte le spalle, e che le disegnava gentilmente il corpo. Portava dei grossi bracciali di bronzo con incisi dei simboli e, osservandoli meglio, realizzò che erano gli stessi che aveva già visto ai polsi di Eist.
«Che sono quelli?»
«Ci permettono di stare qui», spiegò lei. «Piaciuta la sorpresa, Anire?»
Annuì prima di sporgersi per abbracciarla. «Mi sei mancata tantissimo.»
«Per forza, non c’era nessuno che dicesse a Rasia che ha delle pessime idee. Jets mi ha detto che siete di nuovo in quell’hotel tremendo.»
Elaine sbuffò. «Lasciamo perdere. Allora, che ci dici?»
Lei si sistemò contro lo schienale della sedia in ferro e si inclinò per potersi appoggiare alla spalla di Eist. «Sto bene, tranquille. Ho avuto un po’ da fare. Lukra Shu non scherzava, il mio sostituto era davvero tremendo.»
Si avvicinò un cameriere per prendere le loro ordinazioni e fu Jets a scegliere per tutti, visto che lì solo Tane sapeva quale fosse la specialità di quel posto.
Anire restò di sasso quando si ritrovò un bicchiere d’assenzio davanti.
Ledialle scoppiò a ridere per la sua faccia. «Jets, Anire è astemia.»
«Nessuno è astemio al festival dei fiori!» replicò lui prima di bere.
Eist annusò il bicchiere e storse subito il naso. Ledialle gli bisbigliò all’orecchio che la divertiva sempre quella sua smorfia e lui, di rimando, bevve imitando Jets.
«Ti trovo davvero bene», affermò Anire dopo aver raccontato che cos’avessero visto in quei mesi.
Non l’aveva mai vista sorridere così tanto come quella sera. Per una volta era spensierata, davvero.
Ledialle lanciò appena un’occhiata ad Eist, poi spostò la sedia per avvicinarsi a lei. «Sono felicissima, non hai idea. Lui è davvero incredibile.»
«Ma… non ti annoia dopo un po’?»
«Macché, scherzi? È dolce e gentile.» Anire la scrutò scettica. «Ok, non lo sembra, ma lo è davvero. Ah, Ani, sto una favola! Se non fosse per Menivol, starei vivendo un sogno.»
«Nel mondo degli spiriti?» domandò perplessa.
Ledialle alzò le spalle. «Almeno non ho la preoccupazione di trovarmi un lavoro per avere soldi. Un vantaggio, no?»
Si ritrovò a darle ragione e quasi a invidiarla. Durante quell’ultimo anno a turno ciascuna di loro si era dovuta cercare un lavoro per poter continuare a restare in giro. Avevano fatto le cameriere, le commesse nei negozi, le pescivendole, le raccoglitrici di frutta. Qualunque cosa che non richiedesse la benché minima esperienza e che desse una paga decente e lasciasse loro abbastanza tempo per poter comunque vedere la città nella quale si trovavano.
«Non mi hai detto come mi sta il vestito.»
La osservò nuovamente. «Bene… è che non è da te.»
«Beh, perché è quello tipico del festival», le rivelò facendo un cenno intorno a sé, mostrandole così che tante altre ragazze indossavano abiti come il suo, di tutti i colori. Prese poi un sacchetto da terra e glielo passò. «L’ho preso anche a voi! C’è un bagno dentro il bar, andate a cambiarvi!»
Elaine accettò immediatamente, perché si sentiva tremendamente fuori luogo con i suoi abiti sportivi e Anire si vide costretta a seguirla.
Quando tornarono, entrambe si fermarono un attimo ad osservare Ledialle ed Eist che si baciavano. Realizzarono in quel momento di non averli mai visti farlo.
Fu Ledialle a notarle e a sorridere entusiasta. «Ho azzeccato le taglie! Per fortuna non siete cambiate.»
«Tu sei più esile, invece. Stai mangiando?»
«Non fare come mia madre», sbottò lei roteando gli occhi. «Sono muscoli.»
Eist puntò lo sguardo oltre loro e fece una smorfia. Si voltarono confuse e Anire istintivamente scoppiò a ridere vedendo Rasia e Caster avanzare verso di loro.
Caster aveva uno sguardo sognante, totalmente perso tra le nuvole, lei invece esibiva un abito arancione e un enorme fiore azzurro tra i capelli. Non erano i colori il problema, ma il fatto che il vestito le andava grande e lei doveva continuamente riposizionare le spalline che scivolavano e che il fiore era talmente grande da andarle davanti gli occhi.
«Hai scelto sempre tu il suo look?» chiese Elaine voltandosi verso Ledialle.
Le bastò sogghignare perché capissero. «Lei crede che siano un regalo di Caster.»
«Sei davvero tremenda», commentò Jets ridendo, per poi canzonare l’amico quando si furono avvicinati.
Caster gli fece un gestaccio come risposta, poi alzò il mento per salutare Tane e, infine, squadrò Eist. «Gnomo.»
«Spilungone.»
Ledialle si alzò per abbracciare Rasia e poi indicò i due posti liberi accanto ad Eist, che la fissò come se avesse voluto incenerirla.
Jets trattenne una risata, poi fece cenno al cameriere di portare altro assenzio.
«Ci vuoi ubriachi», commentò Elaine.
Lui scrollò le spalle e replicò che quello era il festival dei fiori e che l’unico modo in cui poteva svolgersi quella serata era bere in compagnia.
Si risvegliarono in casa di Jets la mattina seguente, tutti irrimediabilmente con il mal di testa.
Eist e Jets decisero di allenarsi insieme per provare a smaltire la sbornia prima di fare colazione, ma ottennero solo di incespicare e barcollare.
Ledialle continuò a dormire fino a quando non fu rientrato Eist.
Tane era quello più fresco di tutti. Rivelò nel pomeriggio che aveva saltato qualche giro di assenzio, perché non amava particolarmente essere ubriaco.
Elaine si ritrovò nel letto di Jets, ma, dato che era ancora perfettamente vestita, capì che lui gliel’aveva ceduto e chissà dov’era andato a dormire.
Anire era in bagno, stanca, provata dalla notte insonne passata a vomitare, mentre malediceva tutti gli altri che beati russavano intorno a lei. Era riuscita a riposare solo quando Tane si era accorto di lei e le aveva preparato una tisana.
Caster e Rasia erano abbracciati su un materassino gonfiabile che aveva perso quasi tutta l’aria durante la notte. Dormivano alla grande, non li svegliò neanche Jets quando si mise ai fornelli facendo un gran fracasso perché continuava a far cadere le padelle.
Ledialle scollò Anire dalla sua postazione e si fece una lunga doccia calda per provare a riprendersi.
Jets si avvicinò ad Eist e gli chiese sottovoce come facesse a restare lì mentre c’era l’altra nuda nell’altra stanza. Eist dapprima sembrò imbarazzarsi, poi preferì ignorare quella domanda provocatoria e gli chiese che cosa stesse preparando.
«Uova. Chi vuole i cereali, sono nella dispensa.»
Elaine si riempì un’abbondante ciotola di latte e fece colazione solo con quello, assetata all’inverosimile.
Ledialle tornò indossando una canotta aderente e dei pantaloni larghi che le arrivavano a metà polpaccio. Posò poi il vestito dentro una cassettiera e allora Anire si ritrovò a corrugare la fronte.
«Vieni spesso qui?» le chiese confusa.
L’altra scrollò le spalle. «No, sto al massimo mezza giornata, ma Jets ha deciso di prestarmi un cassetto per non dovermi sempre portare lo zaino dietro.»
«Prestare? Mi hai lanciato via le cose e te lo sei preso.»
Lei lo guardò provocatoria. «Tu non me l’hai mai vietato.»
Eist sorrise e le fece cenno di sedersi accanto a lui.
Fecero colazione mentre osservavano Rasia e Caster che ancora dormivano beati. Qualcuno chiese sottovoce perché fossero così stanchi e Tane rivelò che aveva dato a loro i suoi giri di assenzio saltati.
Jets lo scrutò corrucciato. «Ero io a pagare, potevi anche darli a me.»
«Eri già abbastanza ubriaco», sentenziò l’altro con una scrollata di spalle.
Ledialle scoppiò a ridere ricordando improvvisamente Jets che balzava in piedi sulla sedia e si metteva a cantare, richiamando anche tutti gli altri clienti del locale a seguirlo. Faceva così tanto baccano che alla fine erano stati cacciati, perché il festival conservasse la sua atmosfera di luogo di pace.
Quindi erano andati lì e Jets aveva tirato fuori altre bottiglie. Notarono che erano tutte vuote intorno al materasso gonfiabile.
«Mi deve parecchi soldi», commentò allora Jets fissando in cagnesco Caster.
Eist lanciò un’occhiata verso l’orologio e commentò che dovevano andare.
Ledialle si mostrò triste e si voltò verso Anire. «Provo a tornare in questi giorni.»
L’amica l’abbracciò con un sospiro profondo. «Mi manchi un sacco.»
«Anche tu, Ani.» Poi sgranò gli occhi e corse verso una sacca appoggiata sulla cassettiera e ne tirò fuori una penna d’argento, che porse all’amica. «Allora, ascoltami bene. Devi scrivere su questo quadernetto» e le allungò anche un taccuino nero con le pagine di pergamena. «Solo ed esclusivamente con questa penna.»
«E che succede?»
«Che scriverai anche sul quaderno che ho io a casa. È come se chattassimo, capito?»
Spalancò gli occhi e l’abbracciò di slancio, ringraziandola forse più del necessario. Ma le mancava la sua migliore amica.
Anche prima di partire si scrivevano quasi ogni giorno con i pretesti più assurdi e passavano a trovarsi a qualunque ora per poter stare insieme. Passare da quella situazione al silenzio assoluto per un anno era stato devastante.
Ledialle le rispose con delle pacche sbrigative, perché Eist fece un leggero colpo di tosse per metterle fretta. «Ti scrivo quando torno! Salutatemi Rasia.»
Tornarono dopo un paio di giorni, apparendo direttamente nel soggiorno di Jets, che imprecò contro i passaggi del principe Duvor, come faceva sempre. Una volta si era ritrovato Eist direttamente nel suo bagno e per poco non gli era venuto un infarto.
Ledialle subito si lanciò su Anire per abbracciarla. Le confidò che un ladro era scappato nel mondo degli umani e, scrutando Eist, le rivelò che aveva intenzione di fingere di metterci tantissimo a catturarlo.
Eist alzò le spalle, commentò che era lei la guardia e poi guardò fuori dalla finestra. «Conviene almeno cercarlo.»
Ledialle annuì con convinzione, baciò l’amica sulla guancia e sparì insieme all’altro.
Tornarono dopo qualche ora con uno spirito legato e imbavagliato, che rinchiusero nell’armadio di Jets, che non provò neanche a protestare, perché ormai si era rassegnato al fatto che Ledialle faceva sempre quello che le pareva.
«E Duvor non si accorge di niente?» chiese Caster sorpreso.
«Al massimo dobbiamo preoccuparci di Menivol», replicò Ledialle, per poi sorridere furbescamente. «Ma qui in città c’è solo Eist che potrebbe denunciarmi.»
Elaine corrugò la fronte e chiese perplessa se i due reali non ci avessero pensato.
«Non gliene frega niente se ci prendiamo un paio di giorni,» commentò Eist, «sempre che non ci siano emergenze.»
Ledialle annuì entusiasta, poi prese Anire per un braccio e la costrinse ad uscire con lei per una passeggiata in un posto che non fosse una foresta.
Fu bello passare un pomeriggio con lei, come se fossero di nuovo le due semplici migliori amiche che si divertivano a spettegolare e guardare spettacoli teatrali insieme. L’unica cosa che le ricordava che non lo erano più erano i bracciali di bronzo dell’altra.
Doveva indossarli per essere sempre rintracciabile per Menivol. Erano la sua catena.
Ledialle però sembrava disinteressarsene. Non aveva mai dato segno di non apprezzare il lavoro per Menivol e, in realtà, per una della sua specie era quasi una benedizione: non rischiava costantemente di essere catturata, aveva parecchia libertà e poteva addirittura comandare qualcuno.
Stavano mangiando una crêpe quando, bisbigliando, le chiese se un giorno le avrebbe mai mostrato i suoi tratti di colibrì.
Ledialle la scrutò sorpresa, poi la guidò in un vicolo e chiuse gli occhi. Dopo un istante delle piume colorate le apparvero intorno agli occhi. Alzò le maniche della maglia e le mostrò che ce le aveva anche su tutte le braccia. Le fece poi sparire mentre ritornavano sulla strada principale per andare verso un negozio che già da lontano aveva attirato la loro attenzione.
«Sei bella anche con delle piume in faccia» sbottò Anire, che invece era sempre stata insicura del suo fisico.
L’altra scoppiò a ridere e le rivelò che neanche Eist l’aveva vista con quell’aspetto.
«Perché?» le domandò sorpresa.
«Ha perso una scommessa. Io e Kiria abbiamo scommesso che, se mi avesse battuta in una gara di velocità, gli avrei mostrato le mie piume, altrimenti sarebbe stato lui a farmi vedere le sue orecchie. Ovviamente ho vinto io», completò con un sorriso smagliante.
«È stato ottimista», commentò Anire divertita.
«Orgoglioso, semmai. Come sempre.»
Tornarono per cena portando della pizza e Jets quasi fece per baciarle, visto che Caster e Rasia gli avevano svuotato il frigorifero quando si erano svegliati.
Fu un pasto conviviale, felice, alleggerito dalle battute di Jets e dalle sue canzonature verso Caster, che, addirittura, spostò la sedia per far accomodare Rasia. Fu preso in giro non tanto per il gesto, ma per il contesto, visto che non c’era spazio per tutti intorno al tavolo e Tane e Anire erano finiti a mangiare sul divano.
«Devo ospitarvi anche stanotte?» domandò Jets scrutando incerto tutti.
Elaine e Anire annunciarono che tornavano all’albergo, almeno per giustificare i soldi spesi per quel posto tremendo; Rasia, ovviamente, andò da Caster; e Tane tornò a casa sua. Rimasero solo Eist e Ledialle, come si era aspettato, e in realtà li ringraziò mentalmente, perché non voleva avere la responsabilità di quello spirito nell’armadio.
Andò in camera sua urlando che si sarebbe messo le cuffie e si chiuse bene la porta dietro.
Ledialle guardò nella sua direzione divertita mentre si sedeva sul divano.
Eist era appoggiato alla ringhiera del balcone. Non guardava nulla di preciso. Era evidentemente perso nei suoi pensieri, ma, quando glielo chiese, accennò che non era nulla di urgente e tornò da lei.
Lui restò pensieroso per tutti e due i giorni in cui restarono lì. Erano sempre insieme, anzi, le disse apertamente che non voleva che se ne andasse di nuovo solo con Anire. Non spiegò quel suo comportamento in assoluto contrasto con il suo carattere e con la loro relazione.
E Ledialle non poté che iniziare a preoccuparsi. Alla fine, semplicemente esplose.
Erano nel parco, lui era silenzioso e sulle sue poco lontano da tutti loro. Gli si parò davanti dopo che l’ebbe chiamato un paio di volte e non le ebbe risposto e lo fissò in cagnesco.
«Cos’hai?»
Lui scosse il capo.
«Eist,» iniziò lei avvicinandosi di un passo, «dimmi che hai o ti lancio nel lago.»
Lui reagì con una smorfia, perché sapeva che l’avrebbe fatto davvero, e le fece cenno di seguirlo. Si allontanò quel tanto che bastava perché gli altri non potessero sentirli.
Posò la fronte contro la sua e le accarezzò il volto.
«Mi stai facendo preoccupare…» mormorò lei mentre sentiva il respiro accelerare.
La baciò e restò qualche istante a guardarla. Era così triste il suo sguardo che lei si ritrovò in lacrime solo con quello. «Ledy, la regina Kaleido mi ha proposto di essere una sua guardia.»
Ledialle restò lì a fissarlo per un’infinità, incapace di formulare un pensiero compiuto. Furono le lacrime ad esprimere quello che aveva dentro.
Eist l’abbracciò. «Mi dispiace.»
«Andrai?»
Lui annuì solo e lei si allontanò di scatto, ferita. «Ci hai davvero pensato bene?»
«Sono stanco di essere una spia di Duvor.»
«Eist, non puoi cambiare regno come se nulla fosse.»
«Avrò la sua protezione appena sarò nel suo territorio.»
«E come…?» Poi lei chiuse gli occhi con forza e li riaprì. «Non potrai più tornare nella Foresta…»
Le prese le mani per bloccarla dallo scappare via. «Mi dispiace.»
Lei annaspò in cerca d’aria e lui subito le prese il volto tra le mani e posò la fronte contro la sua. «Respira, Ledy.»
Ma quel contatto non la calmò. Si ritrovò a piangere, incapace di fermarsi, il corpo sconvolto da tremori che non poteva controllare.
«Respira.»
Gli altri li guardavano confusi, perché era evidente che qualcosa non andava.
«Respira, amore.»
Ledialle lo abbracciò e affondò il volto contro il suo petto per provare almeno a nascondere i singhiozzi ed Eist la strinse con forza, chiudendo gli occhi a sua volta, come se quel gesto lo aiutasse a fermare le lacrime.
Restarono lì immobili fino a quando lei non ebbe recuperato il controllo e allora si allontanò di qualche passo, guardò in direzione degli altri e poi di nuovo lui. «Qualcuno lo sa?»
«No. Potrò tornare qui, a loro non cambia nulla.»
«Cambia solo a me», mormorò lei in un soffio.
Eist la baciò. «Mi dispiace.»
«Dimmi il vero motivo.»
Le accarezzò la schiena e poi guardò a terra. «Io e Kiria sognavamo di vedere tutto il mondo degli spiriti.»
Ricordò di averla vista leggere un libro sul Mare della Solitudine. Però, quella spiegazione rese tutto più facile.
«Va bene», mormorò debolmente.
Eist le spostò i capelli che le erano finiti davanti agli occhi. «Mi mancherai.»
Gli sorrise. «Anche tu, amore.»
Tornarono dagli altri tenendosi per mano e Ledialle annunciò che sarebbero rientrati quella sera nel mondo degli spiriti.
«Quando torni?» domandò Anire sospirando.
Lei alzò le spalle, deglutì e commentò che non lo sapeva, che doveva controllare se ci fossero altri incarichi per lei.
Allora andarono a casa di Jets, si fermarono giusto per comprare qualcosa da mangiare, e di nuovo passarono una bella cena divertente, ridendo tutti, nessuno escluso.
Poi Eist recuperò lo spirito nell’armadio e lo passò a Ledialle, che lo guardò per qualche istante prima di dire: «Devo denunciarti».
Lui annuì. «Lo so.»
Tane corrugò la fronte e chiese di che stessero parlando.
Eist iniziò a tirarsi su le maniche. «Andrò a lavorare per la regina Kaleido.»
La prima a capire, incredibilmente, fu Rasia, che scattò in piedi. «Sei pazzo? Avrai metà della Foresta dei Fantasmi alle calcagna, le guardie di Menivol…» Poi si bloccò, puntando gli occhi su Ledialle.
«Saranno le prime a cercarti. I disertori hanno come pena la morte», completò lei guardandolo.
«Salutami Kirian Dou», commentò lui sprezzante.
Ledialle lo baciò e restò con la fronte appoggiata alla sua. «Non fermarti mai. Posso solo darti il vantaggio di andare al castello. Non tornare a casa. Scappa più veloce che puoi.»
Eist la strinse a sé. «Addio, Ledy.»
Aveva iniziato ad accorciare il suo nome dopo poco che si erano conosciuti. La prima volta l’aveva guardato incredula e lui le aveva spiegato che era così che lui e Kiria la chiamavano quando non c’era. L’aveva accettato subito, felice di avere anche lei un soprannome.
«Addio, amore.»
Eist si tolse i bracciali ed entrò rapido nel varco.
Ledialle si voltò verso le amiche, sforzandosi di sorridere. «Vi scrivo quando torno.»
Superò il varco e a quel punto poté solo correre. Era ai piedi della montagna, così ci mise qualche minuto per arrivare al piano delle guardie, mollare il ladro ancora svenuto nella stanza dove li lasciava sempre e andare da Menivol.
Spalancò la porta e annunciò: «Eist sta scappando da Kaleido».
Il re sgranò gli occhi e subito suonò un campanellino. Ledialle si tappò le orecchie per quel sibilo acuto che le entrò nel cervello. Quello era il richiamo delle guardie nel castello. Rispose immediatamente Kirian, palesandosi davanti al re.
«Spiegagli la situazione per strada. Andate.»
Ledialle allora riprese a correre, mentre urlava all’altro che cosa stava accadendo. Kirian si impegnò per starle dietro, ma ad un certo punto, dopo ore di corsa, dovette fermarsi per riprendere fiato.
Ledialle tornò indietro quando se ne accorse e restò lì impacciata a guardarsi intorno. «Che faccio?»
Kirian era seduto contro il tronco di un albero, ansimava prepotentemente. «Non lo uccideresti mai. Aspettami.»
Si alzò poi per togliersi l’armatura e abbandonarla lì sul prato.
Sapeva bene che era stata lei ad addestrare Eist, tutti conoscevano la sua velocità e sapeva che non poteva perdere ulteriore tempo. Le fece un cenno e ripresero a correre.
Fu in piena notte che giunsero in prossimità del Mare della Solitudine. Erano entrambi stanchi, spossati, ormai anche Ledialle trovava difficile correre e sapeva che doveva essere lo stesso anche per Eist.
Pregò che non si fosse fermato, che l’avesse ascoltata davvero.
Loro due si erano dovuti riposare altre tre volte.
Quando arrivarono al confine, videro Eist poco più avanti e davanti a lui la copia della regina Kaleido.
Era in grado di materializzare copie di sé ovunque nel suo territorio. Quella era fatta di terra e sassi. Era inquietante da guardare con quelle pietre bianche come occhi e il fango perennemente in movimento a disegnarla.
Eist si voltò verso di loro e istintivamente impugnò la spada.
«Non possono farti nulla», proclamò Kaleido prima di abbracciarlo. «Lui è mio. Non osate entrare nel mio territorio.»
Kirian strinse la collana per contattare Menivol e raccontargli che cosa stesse accadendo.
«Rientriamo», annunciò poi a Ledialle, che non riusciva a staccare gli occhi da Eist. «Non aspettarmi.»
Lei si morse il labbro e fece quell’ultimo passo che le mancava prima di oltrepassare il confine. «Non tornare.»
Eist annuì, poi infilò una mano sotto la maglia e ne tirò fuori un ciondolo per mostrarglielo. Riconobbe immediatamente il telepate. Gli sorrise e scomparve.

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