Amy guardò il suo castello dalla cima della collina verde costellata da bianche margherite e alcuni papaveri solitari. Era stata una giornata spensierata per lei: aveva corso per la prateria in sella al suo frisone nero, un animale forse troppo grande per una ragazzina di sedici anni. Ma lei era la principessa del Regno della Speranza, governato da uno dei signori della guerra, conosciuti come “i cavalieri maledetti” fuori dall’isola, ed era praticamente cresciuta su quel cavallo. 

Il suo reame consisteva in realtà di un castello e di miglia e miglia di campi. Era comunque uno dei regni più potenti e antichi dell’isola, ma erano cicliche le guerre con gli altri signori. L’esercito non si dimetteva mai, correva da una parte all’altra dei confini: appena finiva una battaglia, subito ne scoppiava un’altra e così via da quando aveva memoria. Suo padre ogni tanto parlava di quando era giovane, di quando l’isola era in mano solo al suo reale genitore: tempi di pace, di benevolenza, di prosperità e ricchezza. Poi lui era morto e i suoi figli si erano spartiti i castelli e la guerra era iniziata. 

«Principessa, è ora di tornare» l’avvertì dolce e accorata la voce della sua fata madrina, la consigliera Meridian. 

Annuì prima di tirare leggermente le redini e costringere il cavallo a voltarsi e a riprendere la via di casa. Sentì la brezza accarezzarle i capelli, godette della sensazione gentile del vento che segretamente l’amava fino a quando si bloccò bruscamente perché la fata le era piombata addosso strattonandola e ripetendole con fare ossessivo: «Devi andare, è tardi!». 

I suoi lineamenti velocemente mutarono, la sua voce divenne quasi un gracchiare assordante; perse le ali, la luce azzurrina e si trasformò in… sua madre? 

Sally si stropicciò gli occhi mentre tentava di capire la situazione. Era stato un sogno, un bellissimo e maledettissimo sogno. 

«Sally, muoviti!» 

Inforcò gli occhiali sul comodino e i verdi prati del Regno della Speranza furono sostituiti da mura bianche appena dipinte e lenzuola rosse come ciliegie. 

Sally Thompson. Otto anni. Anno 2000. 

Era lunedì mattina e la scuola la stava aspettando. Sally non si impegnava molto nelle lezioni. Il suo sogno era fare la disegnatrice, voleva raccontare delle storie e imprimerle nella mente dei suoi futuri lettori attraverso le immagini. Quello che le insegnavano era quindi inutile al suo scopo, per questo non degno di essere ascoltato. 

Quando arrivò in classe, abbandonò lo zaino vicino al suo banchetto, tirò fuori un blocco di fogli bianchi e cominciò a disegnare. Non era la prima volta che sognava di Amy: ormai era da settimane che quella storia andava avanti. Tutte le volte che si addormentava le avventure di Amy, del suo cavallo di cui non ricordava mai il nome e della fatina Meridian riprendevano esattamente da dove si erano interrotte. 

Il maestro iniziò a spiegare i Romani; lei mise via i fogli sapendo quanto irritasse i suoi insegnanti vederla fare altro e appoggiò la testa al tavolo. Ci mise relativamente poco ad addormentarsi. 

Amy tornò al castello e immediatamente si diresse verso la stanza del trono, dove sapeva di trovare il padre. La regina era morta di parto e lei aveva avuto come unica figura di riferimento femminile Meridian, ma era spesso impegnata a consigliare il re. Era quindi cresciuta da sola, aveva potuto concentrarsi su quello che più le interessava e, mentre imparava ad andare a cavallo, aveva appreso l’arte della spada. 

Il padre quel giorno aveva un’espressione stremata. Era un uomo vecchio, con numerosi capelli bianchi, ma soprattutto era gravemente malato da anni ed ogni movimento era per lui una sofferenza. Gli altri regni lo definivano con ironia “il re di pietra”; i suoi sudditi con rispetto lo chiamavano “il saggio re”. Era normale che la stanchezza definisse i suoi lineamenti, ma era anomala la vena di frustrazione. 

«Ci hanno dichiarato guerra» annunciò senza neanche salutare la figlia. 

Amy chiuse le palpebre per isolarsi da quella situazione. Lui era troppo vecchio per guidare l’esercito, quindi toccava a lei. Non era quello a spaventarla però, era cresciuta nella guerra, sapeva tutto di strategie militari ed era successo più volte che un suo piano avesse salvato il regno; era preoccupata perché il loro nemico era il Regno della Follia. 

I Folli erano stati gli unici ad aver sbaragliato completamente le loro difese due anni prima. Erano arrivati davanti alle mura del castello e si erano ritirati promettendo che sarebbero ritornati, mentre lanciavano le torce sui campi. 

A lei spettava quindi incoraggiare i soldati, promettergli che quella volta sarebbe stato tutto diverso se non si fossero persi d’animo. Puntò il discorso sul fatto che i Folli non avevano strategia, che erano solo tanti, che potevano farcela e che ce l’avrebbero fatta. Focalizzò la loro attenzione sui terribili racconti di quel popolo di barbari, delle donne che avevano violentato, di tutte le città che avevano raso al suolo e sentì di aver toccato il tasto giusto, di star riuscendo a motivare i suoi sudditi. Il boato quando smise di parlare riempì tutte le mura del castello. 

«Thompson, svegliati immediatamente!» 

Alzò il capo mentre si stropicciava stancamente i piccoli occhi castani. Si scusò velocemente e per il resto della lezione fece finta di prendere appunti, mentre in realtà si segnava il discorso di Amy sapendo che altrimenti l’avrebbe dimenticato. 

Nella mensa si sedette al solito posto, vicino alle sue amiche. Erano bambine come tutte le altre, che si lamentavano del cibo di bassa qualità e che commentavano i ragazzini che passavano, in particolare quelli più grandi. A lei quelle cose non interessavano, forse per questo era l’unica ad avere un buon rapporto con i maschi della classe. In particolare, aveva legato con Silver, un bambino dal taglio a scodella biondo e gli occhi grigi, che, come tutti i giorni, si sedette accanto a lei chiedendole di aggiornarlo sul suo sogno. 

Silver era l’unico a sapere di quello che le succedeva la notte. Gliel’aveva raccontato per caso un giorno in cui erano stati allontanati entrambi dalla classe perché non avevano fatto i compiti; quella, in realtà, era stata anche la prima volta in cui si erano rivolti la parola. Da quel momento erano diventati inseparabili. 

Silver esprimeva tutta la vitalità che lei ritrovava nei suoi sogni: i suoi occhi grigi erano una tempesta di emozioni ogni volta che parlavano, ogni volta che lo vedeva poteva scorgervi qualcosa; raramente capiva a che cosa stesse pensando, spesso lui la sorprendeva con domande assolutamente casuali, ma era proprio quella la parte divertente della loro amicizia. 

Amy radunò tutto l’esercito e dopo una settimana iniziò a spostarsi con l’avanguardia, per controllare dove fosse l’accampamento dei Folli e iniziare a sondare il proprio nemico. 

Cominciarono gli scontri e le battaglie. Amy restava nelle retrovie, come era sempre stato. Ogni giorno incitava i suoi uomini a dare il meglio di sé, controllava assiduamente le mappe nella speranza di trovare una maledetta via che le permettesse di aggirare le difese dei Folli, ma il loro accampamento era nel punto più strategico del loro regno, probabilmente l’avevano scoperto durante la loro incursione di due anni prima. Ogni giorno vedeva sempre più tende rimanere vuote, vedeva i volti cambiare, altri sfigurarsi, altri sostituirsi; sentiva le grida, la disperazione. 

La sera era il momento che preferiva, perché si accendevano i fuochi e gli uomini si raccontavano le loro storie. Le piaceva sgusciare fra le tende e mettersi in ascolto, protetta dall’ombra e dal suo mantello nero. Ogni tanto la scoprivano, allora le offrivano qualcosa da mangiare e cambiavano argomento, pensando che le loro vite fossero di poca importanza per la principessa. 

Passarono tre anni in quell’inferno. Aveva iniziato a combattere lei stessa, aiutata dal suo destriero Jack che scalciava tutti quelli che si avvicinavano troppo e che sfuggivano alla sua lama. Si ferì solo una volta, non cadde mai da cavallo e gli uomini incominciarono quasi a venerarla come una dea guerriera: quando passava fra le tende dell’accampamento tutti si inchinavano; i generali finirono con l’accettare definitivamente l’idea che i suoi piani fossero migliori dei loro e la nominarono generale supremo dell’esercito dandole carta bianca su qualunque scelta, assumendo solo il ruolo di consiglieri.  

Sua fu l’idea di catturare uno dei cavalieri della Follia. Era l’ordine più vicino al re, la parte dell’esercito più potente, quelli che cinque anni prima avevano sbaragliato completamente il loro esercito ed era stato proprio uno di loro a ferirla. 

Quando le riferirono che il prigioniero era stato condotto nella tenda, quasi le sembrò un miracolo che vi fosse arrivato senza essersi suicidato come era già successo due volte. Andò in quella che era stata adibita a prigione e trovò un uomo costretto a terra con i polsi legati e il torso scoperto. Si inginocchiò di fronte a lui, gli afferrò i capelli neri e li tirò indietro forzandolo ad alzare il capo: due occhi color ghiaccio l’accolsero con un disprezzo disarmante. 

«Dove si trova il vostro castello?» gli chiese senza neanche aspettarsi una risposta. Sapeva che mai un cavaliere avrebbe rivelato così apertamente un’informazione che avrebbe messo a rischio il suo regno. 

Il castello dei Folli era l’unico di cui non si sapeva l’ubicazione. Era un segreto che nessuno, neanche quelli degli altri territori, era riuscito a scoprire. 

«Credi che te lo dica? Non tradirò mai il mio signore!» 

Si rialzò mollando la sua testa con un gesto stizzito. Era da troppo che combatteva, non vedeva l’ora che quella guerra finalmente finisse, ma l’unico modo era conquistare quel maledetto forte fantasma. In quei mesi la loro tattica era stata di bloccare i Folli senza pretendere di avanzare, di fiaccarli e stremarli mentre alcuni uomini perlustravano il loro regno, ma nessuno era tornato con buone notizie o semplicemente tornato. 

Afferrò la frusta che aveva legata alla cinta, la srotolò a terra e subito la usò per colpire quella pelle bruciata dal sole e ricoperta di polvere. Si costrinse a non pensare al fatto che stava torturando un uomo: non poteva mostrarsi debole e doveva incutere terrore, doveva spezzare la sua volontà e quello era solo il primo passo. 

Dopo la ventesima frustrata, quando decise che quelle ferite rosse erano sufficienti, si bloccò e affermò: «Tornerò domani e voglio avere una risposta». 

Percorse il campo frettolosamente, disgustata dall’odore nauseabondo di feci, alcol, sudore, carne cotta e dal ringhiare di cani randagi. L’accampamento era allo sfacelo: prima si controllava, si puliva per evitare che le malattie circolassero, ma da quando l’esercito era finito per essere composto per la maggior parte da ragazzi della sua età se non più giovani, da persone alle prese con la loro prima battaglia, senza la minima esperienza se non quella veloce e inutile impartita al castello, tutto l’ordine era crollato. Si chiuse nella sua tenda, si fece riempire la tinozza di acqua calda e si lavò via il sangue e la sporcizia di quella giornata prima di lasciarsi cadere sulla branda e addormentarsi istantaneamente. 

Il suo sonno fu agitato, disturbato dagli occhi color ghiaccio del prigioniero. Si svegliò di soprassalto, per nulla riposata, anzi infastidita e nervosa per quel disagio. Afferrò la frusta, si infilò gli stivali e si avviò a grandi falcate verso la prigione. Vide l’uomo dormire e le sue prime parole furono urla di terrore non appena la frusta si fu posata sulla sua schiena. 

Sentì le sue grida riecheggiare per il campo, immaginò che arrivassero fino ai Folli, magari fino al re stesso e godette di quella sensazione. Si bloccò al decimo schiocco. 

«La principessina si è svegliata male?» domandò l’altro mentre il sangue gli ingialliva i denti. 

«Chi diavolo sei?» gli urlò in faccia sfogando tutta la rabbia e la frustrazione che provava in quel momento. 

«Sir Claymore, cavaliere della Follia, nonché principe ereditario.» 

Quindi avevano catturato qualcuno di decisamente importante. «Dimmi dov’è il vostro castello e questa maledetta guerra finalmente finirà.» 

«Permettendoti di uccidere la mia famiglia? Non credo.» 

Ovviamente. Se ne andò promettendo che sarebbe tornata il giorno seguente, dopo aver ammazzato qualcuno dei suoi uomini e lui le chiese di non svegliarlo con la frusta. 

Si riaddormentò e di nuovo quegli occhi la ossessionarono. Sfogò la sua frustrazione per quella notte insonne in battaglia e si ritirò quando si accorse che il suo cavallo stava scalciando più persone del solito. Si lavò e si cambiò gli abiti prima di andare alla tenda. 

«La principessina si è sistemata, vedo» affermò subito sir Claymore appena la vide. Nella sua voce avvertì un leggero sollievo, forse perché aveva passato solo tutte quelle ore e finalmente avrebbe potuto parlare con qualcuno o anche solo vedere i minuti scorrere più velocemente. 

Era buffo che lui fosse l’unico ad essersi accorto del suo abbigliamento, però. Aveva abbandonato l’armatura e si era messa un corpetto; erano anni che non ne indossava uno e non sapeva neanche perché l’avesse fatto, forse per sentirsi una donna una volta tanto. 

«A quanto pare non dovrò svegliarti» affermò superiore girandogli intorno, contemplando le cicatrici sulla schiena e il sangue che gli colava dai polsi per le corde. «Hai deciso di darmi una risposta?» 

«No, principessina.» 

Si bloccò davanti a lui e si sedette sui talloni. «Dovresti smetterla di chiamarmi così.» 

Claymore sogghignò prima di scattare verso di lei mordendo l’aria. Istintivamente Amy si sporse indietro e cadde a terra imprecando. L’uomo sorrideva divertito mentre i suoi occhi azzurri scintillavano selvaggi. Gli tirò un calcio allo stomaco prima di andarsene da quella tenda maleodorante. 

Odiava essere presa in giro, odiava essere sottovalutata solo perché era una donna. Avrebbe ottenuto quell’informazione anche a costo di strappargli ogni singolo lembo di pelle. Ordinò ai generali di non disturbarla se non in casi di estrema necessità e si sdraiò sul letto. 

Erano rari i momenti in cui si concedeva un riposo. Le mancava essere bambina e correre spensierata insieme a Jack sui verdi prati della Speranza, le mancava persino la voce di Meridian che premurosamente la riprendeva perché era sempre sporca e si comportava come un maschiaccio. 

Chiuse gli occhi per ascoltare il rumore del vento, ma tutto quello che sentì fu solo lo sferragliare delle spade dei soldati che si allenavano o le grida dei feriti, le loro suppliche e le loro proteste. Tutto quello sarebbe finito. Si assopì senza neanche accorgersene e quello fu il suo errore peggiore: non avvertì nessun rumore fino a quando si ritrovò con un panno sulla bocca e un coltello puntato alla gola. Avrebbe potuto recuperare la spada, ma non fece neanche in tempo a pensarlo che fu bloccata da un altro corpo e poi quei due freddi occhi che avevano tormentato la sua notte le si pararono davanti con una luce di vittoria che li faceva risaltare nonostante li portasse una maschera di sangue. 

«La principessina si è distratta, quindi. Prima di andarmene volevo ringraziarla per aver fatto cadere questo coltello.» 

Provò a scalciare, frustrata, urlò, ma la sua voce uscì ovattata, impossibile da sentire. Si accorse che Claymore le stava slacciando la cintura e capì che non era passato solo per salutarla. La trascinò giù dalla branda e la legò ad un palo della tenda, con la schiena rivolta verso di lui e poi qualcosa la colpì alla schiena. Le fece male, dannatamente male. Era fredda, ma il dolore poi divenne talmente insopportabile che non vi fece caso; fu dal rumore che capì che cosa fosse: una catena di metallo. Provò a slacciare la cintura con la poca lucidità che le restava, ma fu bloccata da Claymore, che le si mise davanti e la fissò divertito. 

«Mi perdoni, principessina.» 

Riuscì a liberarsi dal panno, fece per urlare, ma subito la sua mano le tappò la bocca e i suoi occhi, stremati, si fissarono su di lui chiedendo pietà. Rimasero immobili a guardarsi, mentre le loro espressioni lentamente mutavano, mentre il peggiore dei sentimenti nasceva dentro di loro, mandato forse da qualche dio che aveva ascoltato le sue suppliche. La presa sulla sua bocca si allentò lentamente e le sue labbra, disperate, la cercarono in quello che era il peggior gesto per quel momento. 

«Ecco dov’eri! Forza, svegliati!» 

Si stropicciò gli occhi mentre la voce di Silver le ripeteva di alzarsi e le faceva la solita ramanzina per essere sparita dalla festa senza avergli detto dove andava. Gli passò le chiavi della macchina e provò a tornare nel mondo onirico, ma le bastò sentire la portiera che si chiudeva per sapere che Silver sarebbe presto arrivato a tirarla su dai sedili e a trascinarla fino al posto del passeggero come faceva sempre. 

«Dai, Sally, non farmi fare il taxi! Per di più con la tua macchina!» 

Annuì mentre si sedeva e si allacciava la cintura. Si stropicciò gli occhi e si stiracchiò mentre faceva schioccare la lingua in bocca. 

Silver accese la macchina e si avviò verso casa di lei. «Allora, fra Amy e Claymore come va?» 

Corrugò la fronte. «Come?» 

«Dai! È ovvio che si innamorino! Allora?» 

Sbuffò all’idea che i suoi sogni fossero banali. «Si sono baciati.» 

Silver annuì soddisfatto. 

Avevano diciotto anni ora e il sogno non si era mai interrotto in tutto quel tempo come anche la sua passione per quella storia e la loro amicizia. A legarli più di tutto era stata proprio quella storia. Con i loro compagni delle elementari avevano completamente perso i contatti, lo stesso per quelli delle classi successive; ogni anno avevano cambiato compagnia, ma non avevano mai trovato nessun altro con cui instaurare un legame forte come il loro. 

Sally ricordò improvvisamente che cosa si era ripromessa di fare quel giorno e si chiuse in un timido silenzio mentre lui raccontava che cosa fosse successo alla festa mentre lei dormiva. Decise di bloccarlo quando sentì le vene nel cervello pulsarle come a costringerla a parlare. 

«Silver, mi piaci.» 

Lui accostò immediatamente e si voltò a guardarla smarrito. «L’hai… l’hai detto davvero?» 

Annuì mentre la frustrazione cominciava a riversarsi in tutto il suo corpo, poi lo vide sorridere e si accorse della felicità nei suoi occhi. L’abbracciò mentre la riempiva di baci infantili, dettati dalla gioia più pura, mentre le sue labbra rimanevano incastrate in un sorriso. 

Quando arrivò a casa, sua madre – donna perspicace – capì subito che cosa fosse successo e le fece trovare una fetta di torta sul comodino, uno dei tanti gesti con cui era cresciuta: quando capitava qualcosa di bello un dolce, di brutto una bevanda calda o un gelato a seconda della stagione. Sorrise mentre controllava i messaggi sul cellulare. 

Amy ricambiò quel bacio disperato. Sentì la presa sulle mani liberarsi e poi si sentì sollevata e avvertì il contatto con le lenzuola. Sapeva che era una situazione sbagliata, sapeva di doversi fermare, ma era tutto così giusto nel suo cuore che finì per non avvertire più neanche il dolore alla schiena. Si fece spogliare, lo toccò ovunque e lo amò come mai aveva amato nessuno; si sentì completa e felice. Pregò che quella guerra fosse un sogno, che quella non fosse la sua tenda, ma la sua stanza, che quello non fosse un nemico, ma il suo uomo. 

Appoggiò il capo sul suo petto mentre lui ansimava nel tentativo di riprendere fiato.  

Sentirono entrambi i passi affannati dei soldati e le loro urla per richiamarla: lui fece appena in tempo a scendere da quel letto e a rimettersi i pantaloni; lei riuscì ad afferrare la spada e a puntargliela contro mentre si copriva con quelle coperte macchiate di sangue e terra. 

I generali entrarono urlando: «Principessa, il prigioniero…!» e si bloccarono sconvolti dalla scena. 

Claymore fu portato via; lei ordinò a tutti di uscire. Tutti sapevano che cosa fosse successo fra loro, ma non osarono parlarne; le vietarono solo di tornare alla tenda da sola, accordarono che fuori ci fossero degli uomini per “proteggerla”, dissero. 

Riuscì comunque ad amarlo, mentre la frusta schioccava sul terreno. La notte prese a sgattaiolare in quella prigione e iniziarono a parlare delle loro vite sottovoce, mentre la luce della Luna filtrava dalle fessure nella stoffa. Fu in un momento di estremo ottimismo che lui le propose di sposarlo e di porre fine alla guerra in quel modo. 

Il giorno seguente tornò al castello. Lo trovò immutato, perfetto e possente sulla collina. La città era piena di cibo, sembrava che il raccolto fosse stato buono nonostante la guerra e quello era un miracolo che ormai da tempo non si verificava. C’era stato un anno in cui l’esercito stesso era stato costretto a mangiare cipolle perché non c’era altro. 

Andò nella sala del trono: il padre era seduto sul suo scranno e accanto a lui c’era Meridian. L’uomo era ormai un vecchio dai capelli bianchi come la pelle e macchie ovunque, dalle dita scheletriche e gli occhi vacui; la fata era invecchiata e il potere aveva inasprito i suoi lineamenti, nonché aveva scurito la sua luce azzurrina che ormai era bluastra. 

«So come fermare la guerra» annunciò guardando solo lei, sapendo benissimo che il padre era ormai sordo da mesi. 

Meridian le accordò il permesso di proseguire chinando brevemente il capo. 

«Devo sposare il principe dei Folli.» 

La fata spalancò incredula gli occhi. «Parli forse di sir Claymore?» Annuì. «Deve averti stregata. È un mago, mia cara Amy.» 

Restò immobile sul posto prima di voltarsi senza aggiungere altro e tornare verso Jack. Spronò il cavallo a forzare i suoi muscoli al massimo. Non godette del vento; nella sua mente c’era solo una rabbia cieca e una tristezza incontrollata: non sapeva se piangere o urlare, se gridare o accasciarsi inerte in un angolo, se sperare o se distruggersi. Arrivò alla tenda verso il tramonto, vi si fiondò dentro mentre i soldati la rincorrevano affannati. 

«Sei un mago!» gli sputò in faccia senza neanche guardarlo attentamente. 

Claymore alzò la testa, con un movimento sofferente e finalmente si accorse delle nuove ferite alla schiena, di quello squarcio di sangue sul capo. Si inginocchiò di fronte a lui e gli tolse il sangue essiccato sugli occhi versandogli dell’acqua addosso. 

«Provi disprezzo per i maghi?» 

«Mi hai ingannata?» 

Lui sogghignò divertito. «Potevo andarmene in qualunque momento. Sono ancora qui, per te.» 

Gli slegò i polsi, mentre lui la fissava perplesso, confuso da quel gesto. «Torna a casa e, se mi ami davvero, fa in modo che questa guerra finisca.» 

Sally finì di disegnare la scena e subito Silver le prese la tavola e la guardò stregato, mettendola poi insieme alle altre. 

«Dovresti pubblicare questa storia, è bellissima!» 

Gli indicò un cassetto prima di buttarsi sul letto. «Ci sono dei contratti…» 

«Fra due giorni tornerò» affermò risoluto Claymore prima di aprirsi in un sorriso. 

Amy annuì con convinzione, per poi baciarlo con dolcezza. «Ti aspetterò, allora.» 

Lui si incamminò verso l’uscita, poi si voltò verso di lei. «Sei stata tu a stregarmi con la tua ostinatezza, io non ti ho fatto niente.» 

«E i tuoi occhi nei miei sogni?» 

Lui le rivolse un mezzo sorriso. «Sarebbe romantico dirti che era il nostro amore, principessina, ma quelle visioni te le ho effettivamente scatenate io.» 

Silver si sdraiò accanto a Sally e l’abbracciò, come faceva da qualche giorno per svegliarla. «Amore, devo andare.» 

Sally corrugò la fronte mentre continuava a tenere gli occhi chiusi e lo abbracciò con uno sbuffo di disappunto. 

«Dai, ci vediamo dopo. Tu alzati che è pronto.» 

Aprì le palpebre contrariata, decise poi di cambiare tattica e di mostrarsi triste. 

Silver si alzò sbuffando. «Mi reclamano a casa, è da una settimana che mangio con te. Sopporta la mia mancanza per due ore.» 

Sally si alzò faticosamente. «Uffa.» 

«Ti ho segnato il contratto migliore. Dovresti accettarlo.» 

Lanciò un’occhiata alla scrivania prima di tornare a focalizzare la sua attenzione su di lui. «Ma poi torni, vero?» 

Silver s’inginocchiò teatrale, le baciò la mano e canticchiò un motivetto epico. «Mia adorata, le prometto che fra due ore tornerò. Se non dovessi farlo, potete cercarmi e arrabbiarvi e uccidermi, fare di me ciò che vorrete.» Si rialzò per schioccarle un bacio sulla fronte. «Ma, siccome torno, lasciami andare che sono in ritardo.» 

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