24, 25, 26, 27 giorni sono passati da quando sono morto.
[27 giorni prima]
Una macchina che sfreccia nel vuoto, un burrone, il mare. Acqua, acqua ovunque. Non prova neanche a cercare una via di fuga. Ormai ha deciso.
[Ora]
Forse non avevo riflettuto abbastanza su quello che stavo facendo, forse non mi ero reso conto di che cosa volesse dire perdere tutto. Davvero tutto.
Credo di essere in Unione Sovietica, non capisco una parola di quello che dicono o di quello che c’è scritto in giro. So che sto seguendo una medium, ma lei non si è nemmeno accorta di me… pessima.
1947. Dovrebbe ancora esserci Stalin o almeno così dicono i manifesti. Fa freddo qui, lo capisco dai loro volti nascosti dentro pellicce ed enormi cappelli di pelo. Qui è tutto diverso rispetto alla mia Inghilterra… non so neanche dove sia “qui”. Non sembra una città grande e neanche un posto ricco. Sembra di essere ancora nel Medioevo qui.
Credo di essere in un villaggio dimenticato dall’Unione Sovietica stessa e che le stesse persone si sono dimenticate di farne parte.
Sono costretto a seguire questa medium incapace e non posso allontanarmi da lei per più di dieci metri. Qualunque cosa faccia, io devo starle dietro come se fossi il barboncino di qualche ricca borghese.
La scruto e l’analizzo per l’ennesima volta, perché lei sembra essere l’unica cosa interessante in questo posto. Non si intravede molto sotto gli strati di pelliccia, però, se non dei capelli dorati che sfuggono dal cappello e gli occhi di un intenso azzurro.
Realizzo che, per la prima volta, sta guardando me.
«Perché mi segui?» mi domanda di colpo, quasi con fastidio.
«Perché? Mi vedi?» replico incredulo. Non capisco neanche se si è accorta di me solo ora o se ha finto per giorni di non vedermi.
«Sylia, buongiorno, mio dolce fiore!» Sta arrivando un ragazzo robusto, dall’aria baldanzosa, che subito l’abbraccia.
Realizzo ora di non averla mai vista parlare con nessuno. Scopro ora che la mia medium si chiama Sylia.
Lei si è girata, sta spingendo il ragazzo ed io mi sento, come di consueto, trascinato.
Devo seguirla mentre si dà da fare con questo?
Sylia gira però il capo, mi fissa appena e all’improvviso non sono più costretto a seguirla. Gioia breve, perché mi accorgo di non poter neanche girarmi o muovere un passo.
Impreco e mi rassegno ad aspettare.
[Due ore dopo]
Eccola! Finalmente! Volevo morire dalla noia… ah già, non posso più.
«Come ti chiami?»
Perché sono di nuovo legato a lei? «Kyle.»
Noto che ha lo sguardo triste, ma per me continua ad essere una sconosciuta e non me ne frega davvero niente di quello che sta passando. Mi sono suicidato per non avere più problemi e non voglio accollarmi quelli di qualcun altro.
«Andiamo a casa.»
Il suo appartamento è minuscolo, non ci sono stanze. C’è un’ampia camera con una vecchia stufa ad una parete, con accanto qualche pentola e un paravento dall’altra parte che nasconde quello che lei usa come letto: un cumulo di stracci e mantelli.
«Fai quello che vuoi, io vado a dormire» e sparisce sotto le coperte.
Ho scoperto che i fantasmi dormono in questi giorni… l’ultima delle caratteristiche che mi sarei aspettato di avere. Penso sia l’abitudine o un modo per fare qualcosa. All’inizio ho giocato con la mia nuova abilità di passare attraverso le pareti, poi ci ho provato con le persone, ma è stato sgradevole. Mi sono ritrovato investito dei loro sentimenti come se fossero stati il getto d’acqua di una doccia.
Mi guardo intorno per pensare a cosa fare di quella serata, ma mi rendo conto che lei sta piangendo. Resto lì fermo a chiedermi come agire o se posso offenderla e poi realizzo che tanto non può farmi nulla. Sono già morto.
Giro intorno al paravento e resto lì a guardarla mente singhiozza, chiedendomi come richiamare la sua attenzione.
Sono dolci i suoi lineamenti, delicati, è una di quelle persone che neanche il pianto riesce a rovinare.
Non so nulla di lei, ho solo seguito i suoi ritmi. Passa le giornate a leggere, raramente esce, e dedica tantissima cura al suo corpo. Si lava in un catino dietro la casa che riscalda grazie ai carboni della stufa e resta lì fino a quando non inizia a tremare. Non ho mai visto nessuno strofinarsi con tutta quell’energia.
È diversa da tutti gli altri abitanti di questo schifo. Penso che sia l’unica oltre all’oste che sappia leggere e far di conto. Sono tutti contadini qui, dalle mani ruvide e graffiate e i volti inaspriti dal sole. Ma, soprattutto, sono quasi tutti vecchi qui. La guerra.
Mi chiedo che cosa faccia lei per vivere per avere la pelle diafana e le dita sottili.
Sylia mi sorride quando si accorge di me e si rialza asciugandosi le lacrime. «Scusa se non ti ho parlato finora. Ho sperato che potessi andare nel mondo dei morti da solo.»
«Esiste un mondo dei morti?»
Sorride divertita. «Vedi altri fantasmi in giro? Come sei morto?»
«Suicidio.»
Lei sospira alzando gli occhi al cielo. «Detesto voi suicidi, ma dovevo immaginarlo. Solo voi ci mettete tanto ad andarvene. Da dove vieni?»
«Inghilterra.»
Alza un sopracciglio e mi scruta incerta.
«Cosa?»
«Tu non dovresti essere qui. Non hai incontrato un uomo africano quando sei morto?»
«Quel tipo strambo? Sì! Ha detto che non mi voleva perché sono cinico e mi ha spedito qui!»
Lei straluna gli occhi, si alza di scatto e inizia ad imprecare e borbottare che non vuole gli scarti degli altri medium. Poi si volta verso di me, fissandomi come se fossi stato una zavorra assolutamente indesiderata. «Un tempo eravamo parecchi noi medium, decine per regione. Anche qui in questo villaggio erano in due, per farti capire, ma ora siamo davvero pochi e quelli che lo sbandierano in giro sono fattucchieri e cartomanti da quattro soldi.» Afferra un libro da una pila e me lo mostra. «La cosa peggiore della situazione attuale è che siamo in pochissimi quelli rimasti a dover gestire voi fantasmi incapaci di trovare la strada da soli. Però ci siamo divisi il lavoro. Con questo» e mi sbandiera il libro sotto al naso «posso contattare i miei colleghi. Io ho scelto di seguire le anime del blocco sovietico e tu non dovresti essere qui».
«Perché solo quelle?»
«Perché faccio fatica a parlare la tua lingua.»
Abbozzo un sorriso. «Non sei male. Ho sentito accenti peggiori del tuo.»
Sylia resta lì ad analizzarmi, mi studia da capo a piedi e poi mette via il libro. «Non ti sei pentito di esserti suicidato, vero?»
«Direi di no.»
«Ecco perché ti ha mandato da me…Va bene, domani vediamo cosa fare.» Sistema un mantello a terra e mi fa cenno di usarlo. «Io ho solo una regola: non toccarmi.»
«Perché?»
Scuote il capo e si lascia ad un sospiro mentre si rimette sotto le coperte. «Vedrei ogni tuo singolo ricordo, anche la tua morte.»
Nei giorni successivi scoprii che, grazie a quell’abilità, aveva potuto aiutare diversi fantasmi, ma poi con la guerra quel dono era diventato un supplizio: aveva vissuto l’esperienza nei carri armati, quella della fanteria; aveva vissuto il terrore delle bombe e delle violenze ingiustificate e le era venuta la nausea anche solo a sentire il respiro di un’anima.
Sylia si sveglia presto e, da quando ha deciso di parlarmi, mi fa anche la colazione. Mi ha spiegato che ho gli stessi bisogni dei vivi, per quanto attenuati. Anzi, più sono attenuati, meglio è.
Mi ha portato al campo sacro per farmi vedere cosa accade a chi non riesce a separarsi da quel mondo: c’erano solo fantasmi incapaci di volare, che avevano difficoltà persino a camminare o ad alzare le braccia, che riuscivano solo a piangere e lamentarsi.
Mi ha raccontato la vita di qualcuno di loro e si è dilungata, ovviamente, su quella di un suicida addossato alla lapide della fidanzata morta per una malattia.
«Non mi sono suicidato per amore» le ho detto senza mezzi termini.
«Tutti si suicidano per amore» ha ribattuto lei prima di farmi cenno di tornare indietro.
Da quel momento però ho iniziato a guardare in modo quasi ossessivo quanto sono in grado di lievitare. Una notte ho persino misurato la distanza massima da terra usando come riferimento un segno che ha sulla porta e ogni tanto controllo.
Mi ha parlato del mondo dei morti e del ruolo dei medium e ho capito che lei è potente. Mi ha parlato del mondo dei morti e del ruolo dei medium e ho capito che lei è potente. È in grado di comunicare con chi ha superato il tunnel e può anche richiamarli, facendo in modo che usino il suo corpo. Mi ha fatto parlare con dei miei amici nella speranza che comprendessi che cosa fare per andarmene, ma nulla.
Siamo a cinque giorni da quando ha iniziato a parlarmi e mi ha appena detto che non ha senso che io sia ancora qui, che non ci sono davvero motivi, visto che non ho rimpianti, che ho accettato la mia morte e che non c’è nessuno che mi lega qui.
«E quindi?»
«Facciamo colazione.»
So che uova e bacon non è la sua colazione tipica, so anche che non è facile trovare la carne qui, ma sono tanti quelli che le devono dei favori. Praticamente tutti la conoscono, perché, a un certo punto, chiunque le ha chiesto di parlare con un proprio caro.
Sorride a tutti quando li incontra, ma è in casa che sto scoprendo la vera lei. Non mi ha ancora rivelato perché stesse piangendo l’altro giorno e, più sto con lei, più mi dispiace.
Improvvisamente una macchia bianca appare di fronte a me, accecando tutto il resto.
Intuisco cosa sia e provo ad avvicinarmi, ma avverto qualcosa che non va, qualcosa che mi blocca qui e tutto ritorna dei propri colori.
Sylia mi fissa con parecchio disappunto. «Finalmente stavi facendo un passo avanti e invece ne fai cinquanta indietro. Cos’è successo?»
Riprendo a mangiare e medito in silenzio, poi la scruto di sottecchi. «Forse mi sto affezionando a te.»
Lei scoppia a ridere, mormora che sarei il suo fallimento come medium se restassi lì per colpa sua, poi si volta verso la finestra. «Hai combattuto?»
«Sì… è stata la guerra a togliermi la voglia di fare qualunque cosa. Al mio ritorno, mi sono reso conto di non voler riprendere la mia vita.»
Lei sospira e scuote il capo. «Non sei il solo, purtroppo.»
«Tu hai partecipato?»
«Indirettamente. Metà dei fantasmi al cimitero sono soldati.»
«Non puoi fare niente per loro?»
Sylia mi fissa con un accenno di disprezzo. «Non hai capito? Se smetti di volare, resti qui. Punto. Fine. Io non posso fare nulla.»
«Perché piangevi l’altro giorno?»
«Non parleremo di me, Kyle. Non peggiorare la tua situazione.» Prende un libro e si sistema nella sua postazione di lettura. «Hai notato che sei seduto oggi?»
Mi ritrovo a sgranare gli occhi e subito vado alla porta. È vero, sono più in basso del solito.
Sylia non ha mai smesso di guardarmi. «Sei felice ora che sei morto?»
Non ho esitazioni. «Sì.»
«Sei felice di questa condizione?»
«No.»
«Perché non te ne vai, allora?»
«Ma prima avevo visto una luce e poi… non lo so, c’era qualcosa che mi fermava.»
Lei storce il labbro, legge per una decina di minuti, poi si ferma e torna a guardarmi. «Che cos’hai fatto in guerra?»
«Ucciso. Cos’avrei dovuto fare?»
«Perché continui a credere che la vita sia un gioco? Sei morto, sei bloccato qui e per te è ancora tutto uno scherzo…»
Scrollo le spalle. Questi discorsi filosofici mi hanno sempre interessato relativamente poco. Sono sempre stato pragmatico ed ero felice quando avevo qualcuno che scandiva la mia giornata, che mi diceva in ogni istante cosa fare.
«Avevi amici?»
«Morti insieme alla mia famiglia.»
Sylia scatta in piedi. «Non vuoi rivederli?»
Resto fermo, imbambolato, chiedendomi perché non ci ho pensato prima.
«Ricorda quella luce e seguila. Ignora tutto il resto, segui la luce. Sarò accanto a te.»
E di nuovo la stanza sparisce. Percepisco che davvero lei è con me e un po’ mi rassicura. E poi, di colpo, vedo un prato verde, delle colline che mi ricordano il parco della casa dei miei nonni. Vedo mia madre che tesse e parla con mio padre e poi, bellissima, rivedo la mia Elizabeth, la mia metà.
La chiamo, smanio perché mi senta, mi sbraccio e mi sembra di essere a un nulla da lei, quando mi giro per salutare Sylia.
La luce ed Elizabeth, il prato verde, tutto scompare.
Sylia mi guarda incredula. «Perché diavolo non sei andato da lei?!»
«Volevo… salutarti» accenno incerto, dandomi dello stupido, chiedendomi se avrò di nuovo l’occasione di stare con la mia Elizabeth.
Lei si blocca e poi il suo respiro si fa più difficoltoso e poi scoppia a piangere.
«Che succede?»
«Nulla. Vattene, muoviti!»
Di nuovo sento quel peso che mi frena. Mi guardo incerto intorno. «Vuoi… parlare?»
Sylia scoppia a ridere in modo quasi isterico. «Che pessima medium che sono! Ho un fantasma bloccato qui perché è preoccupato per me!» Si asciuga le lacrime e scuote il capo. «La mia vita non è bella, fa schifo e lo farà sempre. Sono una medium, vivo con i morti, non sono mai sola. Tu hai visto la gente ringraziarmi, ma in realtà pensano che io sia una strega. Chi mi vuole o sparisce o cerca solo il mio corpo. Allora, Kyle, ora che sai della mia vita, cosa pensi di poter fare?»
Restiamo fermi a guardarci fino a quando non bussano alla porta. Nessuno l’ha mai fatto in tutti quei giorni, persino lei sembra confusa. La socchiude appena e poi la spalanca di colpo, incredula e di nuovo le lacrime sono ai suoi occhi.
C’è un uomo oltre la soglia con capelli biondi e occhi azzurri, la barba di qualche giorno a coprirgli le guance. Ha abiti trasandati che hanno visto giorni migliori, rattoppati alla meglio. Non ha il cappello, lo tiene in mano, perché lei lo riconosca subito.
«Lukiy…»
«Buongiorno, mia Sylia!»
Lei gli getta le braccia intorno al collo e piange. Non sono le lacrime soffocate cui mi ha abituato, è come una liberazione quel pianto. Non si trattiene e lui si allarma subito.
Entra, mentre la stringe a sé. «Che succede, amore?» Mi fissa, palesemente mi fissa, ma decide di ignorarmi. L’allontana appena e tira fuori dal giaccone un pacchetto rosso mezzo sgualcito. «Volevo darti…»
Lei ride. «Scusami, io…» Scuote il capo e apre i lacci. Ci sono delle pietre lì dentro. Non sono preziose, sono dei sassi comuni.
«Sono uno per ogni giorno che sono stato via.»
Lo bacia. «Sei sempre stato troppo romantico per me.»
Lukiy le sfiora il volto, poi sospira e chiude gli occhi. «Che succede? Quel tipo ti ha fatto di nuovo qualcosa?»
Mi ricordo in quel momento del ragazzo che aveva incontrato nel vicolo quando ha deciso di parlarmi. Resto lì con gli occhi sgranati realizzando di non aver capito davvero nulla quel giorno.
Sylia lascia il sacchetto con i sassi sul tavolo, lo sistema con calma come se fosse stato un trofeo e poi finalmente guarda l’altro. «Lo fa da mesi. Mi sei mancato.»
Lukiy resta in silenzio, poi si volta verso di me. «Quando l’ha visto l’ultima volta?»
«Non coinvolgere i fantasmi in questa storia» sbotta lei con l’aria di chi ha già ripetuto quella frase decine di volte.
A quel punto iniziano a discutere, la gioia di rivedersi oscurata dal nome di quel ragazzo, dalle azioni che ha fatto contro di lei anche in passato. Scopro che quel tale è figlio dell’oste, che ha sempre approfittato della sua posizione per fare quello che gli pareva di tutto e tutti e considerare come sua ogni cosa o persona. E un giorno il suo sguardo famelico era caduto su Sylia, quando l’aveva vista senza il cappotto nella taverna del padre mentre invocava lo spirito della madre.
L’aveva presa la prima volta quella sera stessa, incurante delle sue grida e suppliche, mentre gli abitanti delle case intorno chiudevano le tende.
Scopro che Lukiy era scappato perché un giorno non era più riuscito a sopportare quello che le faceva e l’aveva pestato a sangue. In realtà, non sarebbe neanche dovuto tornare, ma non era riuscito a resistere ancora lontano da lei.
Lukiy decide di andarsene quando lei gli chiede che cosa dovrebbe fare e a quel punto Sylia mi guarda, corrucciata, ma vedo anche un accenno di sorriso sul suo volto. «Secondo te è andato da quello?»
Ovvio che sia lì, cosa credi? «Lo ami?»
Sorride. «È così evidente?»
«Hai cambiato voce da quando è arrivato… per la prima volta ti vedo come una ragazza.»
«Allora noi russi e voi inglese non siamo poi così diversi» mormora lei prima di infilarsi il cappotto e uscire.
Sentiamo subito delle grida venire dalla taverna. Sylia non corre però, va con calma, mentre alza il volto per osservare la neve che cade.
«Lukiy si è invaghito di me da bambini. Mi ha fatto la prima proposta di matrimonio a cinque anni.»
«Siete sposati?»
«No… dovevamo, ma poi ha deciso di perdere le staffe. Per un attimo mi sono illusa che potessimo farlo oggi stesso.»
Alzo le spalle. «Potreste farlo comunque.»
Lei scuote il capo e torna a guardare davanti a sé. «Non dopo questa bravata.»
Lo troviamo davanti alla taverna, sopra il tale, mentre lo riempie di pugni. C’è sangue sulle sue mani e sangue sul volto di quello.
C’è una folla intorno a loro che li incita, che insulta Lukiy, ma tutti si placano quando arriva Sylia. Si spostano per farla passare e lei tocca la spalla di Lukiy per fermarlo. Basta quello per far crollare la maschera di odio che aveva fino ad un attimo fa.
Lukiy si alza e la segue, rosso in volto, imbarazzato. Fa strano vedere così uno della sua stazza. Tornano a casa di lei e lui abbozza un non troppo convinto: «Perché mi hai bloccato?».
Sylia si toglie il cappello. «Perché non voglio che mi lasci sola.» Si sfila gli stivali. «Di nuovo.» Slaccia i bottoni della giacca e resta ferma a guardarlo a qualche passo di distanza.
Lukiy le toglie la giacca e l’abbraccia. «Perdonami, io… sono davvero stupido. Ma… perché non ti sei ribellata, amore?»
Sylia scuote il capo. «Ha detto che l’avrebbe fatto a Katrina.»
«Quella ti odia. Perché l’hai fatto?»
«Non volevo che qualcuno provasse questa vergogna. Tanto per me questa vita non ha senso. Sono una medium, no? Tanto vale che vada nell’aldilà.»
Lukiy la guarda incredulo. Restano in silenzio, lei con lo sguardo oltre la finestra, verso la neve e lui su di lei. «Da quando hai perso il tuo amore per la vita?»
Sylia alza gli occhi verso il soffitto. «Dimenticavo quanto mi conosci bene.»
Lukiy finalmente si toglie la giacca e la bacia, mentre la guida dietro al paravento. A quel punto, io decido di uscire e sfrutto al massimo la distanza che posso tenere da lei, però passa davvero poco prima che veda Lukiy sfrecciare come una furia, diretto di nuovo alla taverna.
Torno da Sylia e la trovo mentre si reinfila la maglia e scopro uno squarcio che le lacera il corpo dall’ultima costola sinistra all’anca destra.
Non mi guarda, prende uno zaino da terra e ci infila dentro dei vestiti e dei libri, in fretta e furia. Si blocca per un istante ed io sento come una crepa aprirsi.
«Un’anima è andata negli inferi» mormora lei prima di voltarsi verso di me. «Kyle, gli inferi esistono davvero, sappilo. Ricordati la tua Elizabeth e va’ da lei prima che sia tardi.»
Lukiy ritorna dopo poco, trafelato e la guarda da poco oltre la porta.
«Lo so cos’hai fatto, l’ho sentito» afferma lei senza guardarlo. «Apri la botola.»
Lukiy esegue e le passa un grosso libro impolverato.
Cosa succede agli assassini?
Sylia mi guarda dopo quel pensiero e mi indica il pavimento, poi guarda l’altro. «Come sei venuto?»
«Ho rubato una macchina, l’ho nascosta poco lontano da qui.»
«Ok, valla ad avviare. Finisco di prendere le mie cose e arrivo.»
Lukiy annuisce febbrilmente ed esce, mentre Sylia si accascia come svuotata su una sedia e scoppia a piangere.
Non so che fare. Non so neanche cosa dire.
Dura poco, si costringe a riprendersi e prende un respiro profondo. «Noti nulla di strano intorno a lui?»
Corrugo la fronte. «C’era una macchia prima…»
«Gli restano due giorni» mi blocca lei prima di scoppiare a ridere, mentre le lacrime di nuovo le solcano il volto. «Si dev’essere ferito ora… Mi ero così illusa…»
Siamo in viaggio da due giorni. Lukiy ha guidato quasi tutto il tempo e fino a ieri mi chiedevo se Sylia non avesse avuto una sensazione sbagliata, ma poi è arrivata la notte e a lui è salita la febbre. Ha guidato lei per tutto oggi, nella speranza di trovare un qualunque ospedale, ma ora siamo fermi.
La benzina è finita.
«Quando te ne vai, Kyle?» mi chiede quando è fuori dalla macchina.
«Tra poco» affermo in un soffio, perché di colpo avverto la stessa sensazione opprimente che ho guardando Lukiy con lei.
Sylia si massaggia l’addome mentre annuisce. Aiuta Lukiy a scendere dalla macchina e ad arrivare ad un albero vicino alla strada. Si appoggiano lì e parlano dei loro sogni e di come vogliono il loro matrimonio.
Fingono che la realtà non esista, che quella sia una semplice sosta per sgranchirsi le gambe. Mi allontano, perché non voglio sentire, ma li osservo per capire quando lui morirà e solo allora torno da lei.
Sylia non piange, sorride. «Lo accompagni?»
Annuisco e rivedo la luce. C’è Lukiy nel tunnel poco più avanti di me e subito lo raggiungo.
Sylia resta ancora appoggiata all’albero fino a quando non è certa che entrambi siano arrivati e che non siano caduti negli inferi. Si alza e va alla macchina, dove recupera la sua sacca e tira fuori il libro che era nella botola di casa sua.
Non è un libro, è solo una scatola. La apre e tira fuori il pugnale. Appartiene alla sua famiglia da generazioni ed è l’arma più potente di un medium.
Torna all’albero, accanto al corpo di Lukiy. «Sarebbe stato un bel matrimonio, amore.»
Si taglia i polsi e mormora una preghiera.
Si ritrova a casa sua e c’è Lukiy con lei, che subito l’abbraccia. Sylia resta ferma a godere di quel calore e si allontana solo quando arriva lo spirito che sapeva sarebbe arrivato.
Si apre una voragine nel pavimento con quello e lui la indica e lei non può fare altro che sciogliere l’abbraccio con l’uomo con cui avrebbe voluto avere una vita.
Sente Lukiy chiederle spiegazioni, ma decide di non rivelargli che si è voluta sacrificare per lui, che ha pregato che i loro destini fossero scambiati. Non le importava la sofferenza eterna, le bastava solo che lui potesse essere felice in quel mondo.
Arriva davanti allo spirito e si volta per guardare Lukiy un’ultima volta.
Sono un assoluto nulla.
«Sylia!» l’ultimo urlo disperato, lacerato, distrutto.
Tanto mi dimenticherai, io non esisterò più per nessuno.
Chiude gli occhi.
Sono un assoluto nulla.
Perché nella vita nulla è chiaro, c’è sempre un contrappeso negativo alla gioia: la nostra vita è una bilancia, un assoluto nulla comparato all’universo.
Sono un assoluto nulla.


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