Capitolo 1

Era da una settimana che erano chiusi in quella sala di registrazione. Provavano senza sosta, perché finalmente, dopo tre anni passati a suonare in pub e fiere minori, erano stati notati da una rete televisiva nazionale che li aveva voluti nel loro programma. 

Provavano instancabili fermandosi solo per mangiare e dormire. A volte si riposavano a turno per un paio d’ore. Tutto doveva essere perfetto, perché da quel momento una casa discografica li avrebbe presi sul serio e non allontanati perché sconosciuti. 

Era stato il ragazzo della loro cantante a proporli. 

Era un programma famoso, seguito da molti: si sfidavano tre cantanti o band. Il format prevedeva che ci fossero un artista internazionale, uno nazionale e un emergente. 

E loro erano gli emergenti. 

Il ragazzo di lei e la sua band gli artisti nazionali già affermati. 

Il cantante internazionale era a sorpresa, l’avrebbero saputo il giorno stesso. Quello capitava perché spesso disdicevano all’ultimo. Ne chiamavano in media cinque per serata e, per non creare false aspettative nel pubblico, mantenevano l’anonimato fino al giorno stesso del programma. 

Era uno show conosciuto a livello nazionale, ma quello era pur sempre il Giappone e non erano in molti gli artisti realmente interessati ad apparire nei loro palinsesti. 

Era in diretta, con il pubblico. E quella era l’unica cosa a non spaventarli, visto che erano bravi ad entrare in sintonia con la gente. Avevano persino dei fan ormai.

Quando entrarono nello studio televisivo, si ritrovarono impalati sul fondo della sala ad osservare le telecamere, i cavi, le luci e le sedie ancora vuote. C’era un palco a semicerchio, con un gradino più alto dove si posizionavano i batteristi normalmente. Stavano facendo le prove i Damsel, il gruppo di Natsu, il ragazzo della loro cantante, Reiko. 

Il loro stile era molto diverso, loro avevano arrangiamenti molto più commerciali, ma il vero motivo per cui erano stati notati in fretta era la loro cantante, Atsuko. Aveva l’abilità di parlare al cuore delle ragazze, le catturava con storie d’amore, spesso ispirate al vissuto della band, e le trascinava in un mondo di dolci note e melodie. 

Loro invece erano rock. Avevano uno stile molto più aggressivo, Reiko stessa aveva lineamenti affilati, e per quella serata avevano optato per un abbigliamento di borchie e pelle per essere più incisivi. 

Gli venne incontro il loro agente, elettrizzato, che li invitò a seguirlo nel camerino. 

Non ce n’era uno per band, scoprirono, e neanche uno diviso fra ragazze e ragazzi. Era uno stanzone con delle macchinette del caffè, un tavolo tondo e delle sedie, degli specchi su un lato e un paravento per cambiarsi. 

«Chi sarà l’artista internazionale?» domandò Ayame mentre appoggiava la chitarra. 

Tutti la riconoscevano dai suoi boccoli biondi, che lei impiegava quasi un’ora al giorno ad acconciare. Quando avevano concerti, metteva così tanta lacca che praticamente neanche si muovevano. Ne andava estremamente orgogliosa. 

«Ah, vi piacerà!» affermò Shohei con il suo sorriso compiaciuto. «Vi ho sentiti ascoltarli spesso.» 

«Quindi è un gruppo», commentò Takibi. «Speriamo non i Crow and dove o non riuscirò a concentrarmi.» 

Takibi era il loro batterista, entrato nella band grazie ad Ayame, che lo aveva proposto quasi per scherzo, perché aveva sempre dato per scontato che un figlio di papà non potesse essere davvero bravo a suonare il rock. Takibi invece si era rivelato un portento e aveva ben presto annunciato che il suo più grande sogno era sfuggire dalla gabbia dei genitori. 

Eita scrollò le spalle. «Figurati se Alex Drade viene qui a Tokyo a partecipare ad uno stupido programma.» 

Lui era il più piccolo, l’ultimo arrivato. Si era presentato dopo aver letto i volantini che avevano affisso in tutta la città per cercare un bassista. Non aveva rivelato di essere minorenne, l’avevano capito quando si era lasciato sfuggire che doveva andare a scuola. Sapevano poco di lui, solo che odiava la sua famiglia e, dopo un anno, aveva lasciato la loro casa per trasferirsi da Takibi. 

«Kira è giapponese però,» ribatté Takibi con saccenza, «magari le è venuta nostalgia di casa dopo dieci anni in America.» 

«Non sono i Crow and dove,» li zittì Reiko, «e, anche se fossero, dobbiamo concentrarci sul nostro. Dopo aver suonato, gli chiederemo l’autografo.» 

Ayame annuì con vigore. «Ce la faremo. Ci contatteranno tutte le case discografiche dopo stasera e il nome dei Nami sarà ovunque!» 

Shohei sorrise con orgoglio, poi prese il cellulare e lesse velocemente un messaggio. «Tra poco è il vostro turno di prove.» 

Finirono di sistemare le loro cose e presero a fumare per allontanare la tensione e passare il tempo. Poi arrivarono i Damsel e la prima ad entrare fu Atsuko, che subito li salutò con calore. Perché lei era così, si mostrava sempre cordiale e riusciva in fretta a fare amicizia con chiunque. 

Reiko ne era mortalmente gelosa, perché lei invece era l’esatto opposto. Chiusa, riservata, scontrosa e irascibile. 

Eita l’abbracciò con trasporto. «Finalmente suoniamo insieme!» 

Si conoscevano da quando erano bambini. Atsuko gli aveva proposto di essere il chitarrista della sua band anni prima, ma non era mai riuscito a farsi andare a genio il loro bassista, Kenji, e aveva declinato. A volte si era pentito di quella scelta, ma mai negli ultimi anni, da quando aveva incontrato i Nami ed era diventato il loro bassista. 

Natsu spinse Atsuko perché lo facesse passare e andò verso Reiko per baciarla. «Sapete chi è l’ospite?» 

Takibi scrollò le spalle. «Shohei non vuole dircelo, vuole che sia una sorpresa.» 

«Sicuramente è inaspettato», commentò Kenji con una scrollata di spalle, prima di accendersi una sigaretta. «Quando potete andare, si accenderà quella lampada lassù», affermò poi indicando una plafoniera al muro di fronte a loro. 

Shohei annuì, con un certo fastidio, perché avrebbe voluto dirgli lui di quel dettaglio e decise di andarsene perché neanche lui era un fan di Kenji. 

Erano pochi quelli che lo sopportavano, pochissimi, ma era lui a scrivere le canzoni dei Damsel. Erano stati quattro gli agenti che li avevano mandati al diavolo per colpa del suo carattere autoritario. 

Kota si sedette accanto a Takibi con soddisfazione. «Sono davvero felice di vedervi qui. La vostra musica è fantastica!» 

«Merito mio», affermò subito Natsu alzando la mano. 

Reiko roteò gli occhi, ma fu incapace di nascondere il sorriso. 

Sentirono la porta aprirsi e meccanicamente si voltarono tutti a guardare. Sentirono prima delle voci che parlavano in inglese e poi i Nami si ritrovarono a sgranare gli occhi, perché si ritrovarono davanti davvero i Crow and dove. 

Conoscevano tutti l’inglese, Alex invece non parlava una parola di giapponese e si stava appunto lamentando con Kira del fatto che lì tutti gli si rivolgessero in giapponese, come se fosse una lingua normale da sapere per un americano. 

Poi si bloccò sulla porta e gli rivolse un saluto, tirato, nervoso. 

«Ditemi che parlate inglese», affermò lei, disperata. 

Era andata in America da adolescente. Si sapeva poco di quando aveva vissuto in Giappone; quando nelle interviste le chiedevano qualcosa, lei parlava solo di suo fratello, il suo unico rimpianto, diceva. 

Aveva incontrato Alex per caso. Lui era già famoso, erano in molti a chiedergli dei testi. L’aveva sentita suonare in un pub di nicchia, dove andava per nascondersi dalla folla, grazie alle luci soffuse e al fatto che conosceva il proprietario. Era rimasto incantato dalla sua chitarra. L’aveva voluta conoscere e dopo neanche una settimana avevano deciso di formare un gruppo. Erano passati nove anni da quel giorno. 

«Sì, certo!» rispose immediatamente in inglese Reiko, alzandosi poi di scatto. «Sono una vostra grandissima fan! Tutti noi lo siamo!» 

Alex ghignò divertito. «Chi non lo è?» Si voltò poi verso Kira. «Tra quanto inizia?»

«Due ore.» 

Lui roteò gli occhi. «Come hai fatto a convincermi a partecipare?» 

«Hai perso la scommessa», rispose prontamente lei con uno sbuffo. «Non rompere le scatole e sopporta. Hai fame?» 

Alex si sedette accanto ad Eita, che ancora era impietrito per quella scoperta. Ayame gli tirò una gomitata. «Dai, Eita, non emozionarti!» 

Lui sgranò gli occhi, mentre Kira sussultò e si voltò di scatto. Restarono per qualche istante in silenzio: lui con lo sguardo ancorato al tavolo e lei su di lui, che lo studiava, lo analizzava in ogni dettaglio. 

«Che succede?» domandò Alex perplesso. 

«Eita?» mormorò lei, con tono quasi disperato, incredulo. 

Alex capì, mentre gli altri restarono lì, confusi, in cerca di una spiegazione qualunque. 

Eita infine alzò il capo e la guardò. «Kira, io…» Poi scosse il capo, si alzò di scatto e fece per andare verso la porta. 

«Sono qui in Giappone per te. Volevo vederti, sono andata lì e mi hanno detto che sei scappato…» 

Eita si bloccò con la mano sulla maniglia, combattuto. Chiuse con forza gli occhi, poi si voltò. «Come te.» 

«Perché non mi hai cercata?» 

«E che dovevo fare? Andare in America? Non avevo neanche un soldo!» 

«Mi scrivevi!» sbottò lei sconvolta. «Ti ho mandato il mio indirizzo!» 

Stavano parlando in giapponese, Alex era l’unico a non capire, ma dai gesti di lei capì che era nervosa. Si alzò per affiancarla, darle il suo sostegno, come aveva fatto qualche giorno prima, quando era andata a casa di persone che odiava per vedere un fratello che invece era sparito. 

Kira però lo scansò e si avvicinò al fratello. «Come stai?» 

Lui chinò il capo, frustrato. «T’importa?» 

«Non dire scemenze, Eita, certo che m’importa.» 

La guardò divertito. «Sei diventata più sboccata.» 

Lei corrugò la fronte, colta alla sprovvista. «Stiamo davvero per fare un discorso su quanto siamo cambiati? Tu eri un moccioso che mi arrivava alla vita.» 

«No, era per dire che non ti conosco», affermò lui prima di scuotere il capo. «Sai cosa? Ne parliamo dopo il programma, ora ho altro a cui pensare.» 

«Eita, che…?» iniziò confusa Ayame, ma bastò un gesto di Atusko per fermarla e farle capire che non doveva intromettersi. 

Aveva assistito al declino di Eita da quando la sorella era scappata. Non l’aveva mai vista di persona e non aveva mai notato la somiglianza tra loro due. Fu in quel momento che la vide, mentre li osservava, pregando che Eita si aprisse con lei e non si rinchiudesse nella fortezza che si era costruito negli anni. 

Kira sgranò gli occhi. «Hai altro a cui pensare? Sono tua sorella, maledizione! Sono quattro giorni che vado in ogni ospedale e commissariato per avere notizie di te!» 

«Cosa vuoi? Un applauso per interessarti a me dopo dieci anni?» 

«Ti ho scritto ogni mese!» sbottò lei. «Anche se non mi hai mai risposto!» 

«Mi hai lasciato lì!» urlò, per poi pentirsi subito e chinare lo sguardo. Sentiva le lacrime premere per uscire, ma si costrinse a trattenerle. 

Ma semplicemente esplose quando le braccia di lei lo avvolsero. «Sei cresciuto», mormorò Kira debolmente. 

«Ti ricordavo altissima…» concordò prima di ricambiare. «Non volevo vederti fino a quando non fossi diventato famoso anch’io.» 

Lei sospirò e si allontanò di qualche passo. «Non è mai stata una sfida, Eita. Me ne sono andata, perché quella casa mi soffocava.» 

«Sì, lo so… l’ho capito col tempo… Scusa, io non ce l’ho con te… lo so perché l’hai fatto. Solo che…» 

«Ti ho lasciato lì», completò lei prima di sospirare pesantemente. «Stavo aspettando che fossi più di un moccioso per portarti con me. Non sarei stata in grado di crescerti, Eita… Se mi avessi detto che anche tu lì stavi male, avrei cercato una soluzione.» 

Eita si morse il labbro e distolse lo sguardo. «Odiavo le tue lettere. Non ne ho letta nessuna.» 

Kira sospirò, poi si voltò verso Alex, che provava dai suoi gesti a capire che cosa stesse accadendo. I suoi occhi corsero poi sui presenti e infine tornarono a lui. «Ok, è la tua occasione di diventare famoso… Parleremo dopo il programma, scusami.»

Eita deglutì e ringraziò di vedere la lampada illuminarsi. Recuperò il suo basso e sgattaiolò fuori, verso il palco. 

Fece capire agli altri che non voleva parlarne e, quando tornarono nel camerino, Kira e Alex non c’erano. Non si incontrarono per tutta la diretta, scoprì che avevano richiesto una stanza solo per loro e fu grato di non vederla, perché aveva dannatamente paura di affrontarla di nuovo. 

Allora rinchiuse il problema in un angolo della sua mente, non seguì la diretta con gli altri, restò nel camerino ad ascoltare musica e a scaldare la voce, a ripassare le loro canzoni. 

Quando ebbero finito di suonare, trovò un bigliettino con l’indirizzo di un hotel e il numero di una stanza. 

«Ora vuoi parlarne, Eita?» domandò Reiko con aria retorica. 

Eita chiuse con forza gli occhi, abbandonandosi allo schienale. I Damsel, che avevano suonato per primi, si stavano mettendo le giacche per andarsene. Era freddo l’inverno a Tokyo. 

«Sono il fratello di Kira Endo.» 

«Perché non ce l’hai mai detto?» domandò confuso Takibi. 

Sospirò pesantemente. «Se n’è andata quando avevo sette anni e… l’ho presa male.» 

Atsuko lo abbracciò. «Vai da lei.» 

«Domani lo faccio.» 

«No, adesso», lo rimproverò lei mettendo le mani sui fianchi. «Ti ha detto che era tornata per portarti via, non ti ha mai abbandonato.» 

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