Capitolo 6 – Il distacco

Il castello di Kaleido era molto diverso da quello di Menivol. Tutto il suo territorio era diverso. La prima volta che aveva visto il mare, era rimasto impalato, incredulo e subito aveva pensato alla sorella. Avrebbe amato quello spettacolo. 

Il castello era un’enorme barca dalla forma rotonda. Non si muoveva, restava fermo in un punto come se fosse stato un’isola. Era talmente grande che neanche il mare riusciva a spostarlo. 

C’erano degli edifici in pietra sopra, l’unico materiale che non si deteriorava con la salsedine. La struttura più grande era la casa di Kaleido. Era rotonda anch’essa, con una cupola di vetro a coprirla. 

Era tutto concentrico lì. Non c’era un corridoio dritto e neanche una parete quadrata. Tutto era tondo, la forma che la regina più amava e che considerava perfetta. 

Era strana Kaleido. Non incuteva terrore di primo impatto, ma, più la guardavi, più un senso di gelo ti saliva lungo la spina dorsale. Aveva due occhi grandi, spiritati, con due minuscole pupille. Era uno spirito calamaro e ostentava la sua forma. Oltre alle braccia, aveva i tentacoli, sia fra i capelli sia come altri arti che le partivano dal busto. Normalmente i secondi li teneva avvolti intorno al suo corpo, li usava quando doveva prendere qualcosa. 

Non usava mai le sue mani per afferrare. Quelle erano piene di anelli e bracciali con grosse pietre preziose. Aveva dita affusolate, con unghia lunghe e laccate di smalto, ogni giorno di un colore diverso. 

Portava vestiti scollati, che mostravano il suo corpo scheletrico, e che coprivano solo il necessario – spesso neanche quello. 

Eist era appoggiato al davanzale del suo appartamento. Ogni guardia ne aveva uno. Si affacciavano tutti sul mare e avevano tutti di fronte una barchetta, perché fossero rapidi nei movimenti se gli fosse arrivata una missione. 

Non c’era una bacheca delle guardie come nel palazzo di Menivol. Gli incarichi gli venivano consegnati direttamente da un fattorino della regina. 

Stava osservando il mare, quando sentì il suono di una campana diffondersi nell’aria. Quella era l’ora in cui i sudditi della regina dovevano pregarla. Arrivarono subito i canti che la inneggiavano e qualcuno fece risuonare degli strumenti. 

C’erano dei riti lì, creati da Kaleido stessa, che volevano farla credere un dio. Era dotata di enormi poteri: poteva prevedere il futuro e aveva usato quella sua abilità per arrivare e restare al potere. 

Si ritrovò a piangere quando sentì una nuova ondata di tristezza venire da Ledialle. Era così da quando era scappato: la sua tristezza era così travolgente da lasciarlo ogni volta inerme. 

Deglutì, poi si alzò e andò verso il palazzo della regina quando furono finiti i canti. Aveva dovuto imparare a memoria il percorso per la sua camera come prima cosa quando era arrivato. 

La trovò stesa sul letto mentre faceva scorrere lungo le braccia diafane dei bracciali di metalli diversi. Kaleido puntò gli occhi gialli su di lui e inclinò il capo. «Cosa ti porta qui?» 

«Ci sono incarichi per me?» 

Lei scosse il capo, si alzò e gli andò incontro per osservarlo. «Perché me lo chiedi?» 

Scrollò le spalle ostentando non curanza. «Volevo andare nel mondo degli umani.» 

«Ti mancano i tuoi amici?» domandò lei incuriosita. «Non ti facevo un sentimentale.» 

«Mi annoio di stare solo tutto il giorno.» 

Kaleido annuì, poi mosse le mani e un portale variopinto si aprì dietro di lui. «Torna prima delle preghiere.» 

Chinò il capo come ringraziamento e subito attraversò il varco. I portali di Kaleido avevano il vantaggio che era lui a decidere dove andare: lei non aveva alcun controllo su quello. Pensò quindi ad Anire. 

Si ritrovò nella casa di Jets e rimase un po’ interdetto, visto che si era aspettato che se ne fossero andate da un pezzo, dato che era passato un mese. 

Anire stava leggendo, ma, quando sentì lo schiocco della chiusura del portale, subito alzò il capo e lo fissò stralunando gli occhi. 

«Hai ancora il quaderno di Ledialle?» domandò senza perdere tempo. 

Lei annuì incerta. 

«Scrivile che sono qui e che ho pochissimo tempo.» 

Anire soppesò a lungo che cosa fare, poi sospirò e decise di accontentarlo, pensando che doveva essere Ledialle a decidere come comportarsi e che non poteva toglierle quella scelta. 

Non passò neanche un minuto da quando ebbe finito di scrivere che arrivò anche Ledialle nel soggiorno. 

Eist si era avvicinato al divano, ma la guardò incredulo, perché non si era aspettato che lei davvero fosse libera. 

Ledialle lo abbracciò e scoppiò a piangere stringendolo a sé. 

Sentiva il suo respiro veloce come raramente era successo e prese ad accarezzarle la schiena. «Respira, Ledy.» 

Lei posò la fronte contro la sua, deglutì e lo guardò tristemente. «Mi manchi.» 

Restò in silenzio a guardarla, ad osservare i suoi occhi grandi e dolci. «Vorrei fossi con me», mormorò poi in un soffio. 

Gli era difficile ammettere quanto fosse legato a lei, lo era sempre stato. 

Ledialle gli prese il volto fra le mani e inclinò appena il capo, accennando un sorriso. «Com’è il mare?» 

«Kiria l’avrebbe amato.» 

«Bene. Come stai lì? Come ti trovi?» 

Le raccontò velocemente delle difficoltà che aveva avuto ad ambientarsi, poi realizzò che non era lì per sentire la propria voce. La baciò e, attraverso il telepate, sentì il suo dolore, così la strinse a sé, accarezzandole le braccia.

Sentì dei passi avvicinarsi, riconobbe le cadenze di Jets e Caster e puntò gli occhi sulla porta. Quando lo vide, Caster fece per urlare, ma subito allungò una mano e gli lanciò un pezzo di stoffa che gli tappò quella sua bocca larga. 

Caster quasi soffocò, ma in silenzio, si tolse la pezza e capì di dover tacere. 

Eist accarezzò il volto di Ledialle e le chiese quanto tempo avesse. Lei scosse il capo, fece un passo indietro e si asciugò le lacrime. «Non dovrei neanche essere qui.» 

Annuì, poi guardò Anire. «Possiamo fare come oggi per rivederci. Ti dirò ogni volta che sono qui.» 

Lei si morse il labbro. «Se trovassi un altro diario?» 

Sapeva che l’avrebbe proposto e, purtroppo, sapeva anche come risponderle. Le prese le mani. «Sarebbe pericoloso per entrambi. Ci ucciderebbero se lo scoprissero.» 

Ledialle chinò il capo annuendo, riconoscendo che aveva ragione, ma la parte più emotiva di lei non riusciva ad accettare di poterlo rivedere solo tramite una terza persona. 

«Mi manchi», sussurrò di nuovo, la voce straziata.

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