Capitolo 7 – Il torneo

C’era solo un’occasione in cui gli spiriti di tutti i regni si ricongiungevano ed era per il torneo delle guardie. Era un modo per i sovrani per concedersi uno svago e valutare le forze degli altri e un passatempo per il popolo. 

Si teneva in un’arena che era stata costruita nel punto in cui si incontravano le tre regioni, in un’oasi in mezzo ad una piana desertica. 

Era una pratica barbara, istituita in tempi così antichi che si era perso il vero motivo di quegli scontri. Si teneva ogni cinque anni. Molte guardie perivano durante i combattimenti e quello era uno dei motivi per cui quel ruolo non fosse particolarmente ambito. 

Ledialle vi aveva partecipato diverse volte e, siccome non era esperta di combattimenti, aveva studiato il modo di sfruttare al massimo la propria agilità. Si era fatta aiutare da Monk prima e poi da Kirian Dou, che per lei aveva creato uno stile di combattimento. Non aveva mai perso un incontro da quando aveva perfezionato quella tecnica. 

Il torneo era arbitrato da uno spirito aquila, che, grazie alla sua vista acuta, era in grado di seguire tutti i movimenti dei contendenti. Erano poche le azioni non consentite, in pratica l’unica regola era che chi restava in piedi vinceva. Siccome l’aquila era uno spirito della Foresta, c’erano poi altri due giudici, uno squalo e uno scorpione, che servivano a mantenere una parvenza di equità. 

Quel torneo non serviva quasi a nulla, decretava solo quali fossero le guardie più forti, ma si accompagnava sempre ad un patriottismo innato da parte del pubblico. Era come se stesse vincendo tutta la regione insieme alle guardie e si sentivano più forti con quelle vittorie. 

Era da cinquant’anni che vinceva sempre la Foresta, grazie a Kirian Dou. Era il più temuto, il vincitore indiscusso e chiunque se lo trovasse come avversario si ritrovava ad imprecare sottovoce, per evitare che il proprio re lo sentisse. 

Le guardie della Foresta erano ben felici che fosse del loro regno. Kirian in quell’occasione, inoltre, si rivelava un incredibile alleato: allenava tutti per il mese precedente il torneo e dava consigli dal bordo del ring su come battere gli avversari. 

La cerimonia di apertura consisteva nell’incontro delle guardie sul ring, raggruppate per regno, con di fronte il proprio sovrano e il suo erede, se presente. 

Accanto a Menivol, il re dall’enorme stazza, c’era suo figlio, il principe Duvor, molto più esile del padre. Ostentavano entrambi un portamento fiero, orgoglioso, perché in fondo erano loro i vincitori, nonché i favoriti.

Danimas appariva come calmo, imperturbabile, sorrideva mentre teneva le braccia dietro la schiena. Aveva lunghi capelli neri, lisci, e un fisico dalle spalle larghe, anche se non eccessivamente. C’era la figlia con lui, vestita di vaporosi veli e monili dorati che le facevano risaltare la pelle ambrata. 

E infine c’era Kaleido, con i tentacoli avvinghiati in vita, con un braccio rivolto verso gli spiriti della sua regione come forma di saluto. Non c’era nessuno con lei, perché lei era un dio e una divinità non aveva bisogno di successori.

L’attenzione degli spiriti però non era per i loro sovrani, ma per le guardie. Il nome di Kirian era quello più inneggiato dalla folla, anche se lui ignorava apertamente quelle voci. 

Le guardie erano immobili, alcune stringevano le loro armi, la maggior parte non voleva rivelarle così presto. 

Quelle della Foresta erano vestite con i loro classici abiti: Kirian aveva la sua armatura rossa; Ledialle la sua canotta nera e i pantaloni larghi; Monk la sua corazza di pelle; Jeskom portava la cotta di maglia sotto dei vestiti in cotone; Gimbal aveva un gilet colorato; e infine Silstora aveva un ampio vestito blu. L’unica cosa che li accomunava era il ciondolo rosso appeso al collo.

Le guardie del Deserto, invece, erano praticamente irriconoscibili tra loro. Avevano tutte il loro abito tradizionale e un turbante che gli lasciava scoperti solo gli occhi. L’unica cosa che li differenziava erano le corporature differenti. Il Deserto era l’unico regno ad addestrare le proprie guardie fin dalla nascita: c’era un intero padiglione riempito di centinaia di bambini e i più promettenti venivano selezionati e mandati dal re. Erano tante le loro guardie, a decine, erano un vero e proprio esercito. 

Le guardie del Mare, infine, avevano abiti differenti, ma tutti accomunati dallo stesso stile, che voleva imitare le onde, e portavano tutti una spilla con un calamaro di giada, il simbolo della loro regina.

Arrivarono i giudici del torneo, che si misero in mezzo al ring e che salutarono il pubblico e proclamarono l’inizio di quell’edizione. 

Apparve un’immagine nell’aria che mostrava lo schema degli scontri e tutti cercarono rapidamente il loro nome, per poi fissare il proprio avversario e studiarlo e carpirne i segreti in quei pochi attimi. 

Le squadre tornarono poi nelle loro stanze all’interno dell’arena, mentre il pubblico veniva intrattenuto da uno spettacolo acrobatico degli spiriti delfino.

Kirian commentò che era stanco di combattere per ultimo appena ebbero chiuso la porta dietro di loro. 

Menivol sogghignò, gli diede una poderosa pacca sulla schiena. «Perché sei il pezzo forte, mio caro Kirian.» Si voltò poi verso gli altri. «Vedete di sopravvivere tutti. Sapete che detesto cercare dei sostituti.» Si concentrò su Ledialle. «Tu vedi di non fare scherzi con quell’Eist.»

Non sapeva che avevano continuato a incontrarsi nel mondo degli umani per quei quattro anni, neanche sospettava che potesse vedere ancora un disertore. 

Lei annuì con convinzione. «Acqua passata, re Menivol.» 

Duvor era molto più astuto e furbo del padre, lui sospettava apertamente che le sue visite alla famiglia fossero un pretesto per vedere l’altro, ma non era mai riuscito a trovare neanche un indizio. Quella volta la scrutò incerto, poi decise di lasciar perdere e guardò Silstora. «Sei la prima. Qualcuno di voi ha mai sentito parlare di Miram del Mare?»

Tutti scossero il capo all’unisono. Le guardie del Mare, generalmente, erano pessime combattenti. Kaleido le sceglieva in base a preferenze assolutamente personali che nessuno riusciva mai a comprendere. Non le importava che morissero in quel torneo, era volubile, si stancava in fretta di loro e cinque anni erano il limite massimo di tempo per cui riusciva ad accettarli. Quell’occasione era il suo modo per fare un cambio. 

Silstora evocò le sue alabarde gemelle e sogghignò. «Sarà un gioco da ragazzi, come sempre.»

Il suo ruolo era quello di proteggere il confine con il Deserto. C’erano spesso spiriti che provavano a fuggire da quell’ambiente assolutamente ostile e lei si era specializzata nella loro caccia. Ma andava sempre oltre, non le bastava ucciderli: entrava nelle loro menti e carpiva tutto quello che conoscevano. Le sue informazioni e quelle delle spie di Duvor erano l’unico modo che Menivol aveva per tenere sotto controllo l’esercito di Danimas.

Duvor scosse il capo. «Non datelo per scontato. Chissà in base a cosa li ha scelti questa volta?» 

«Per essere una che sa prevedere il futuro, in questo torneo ha sempre avuto molta sfortuna» commentò Jeskom divertito.

Menivol lo fulminò con lo sguardo mentre si sedeva su una sedia irrobustita apposta per la sua stazza. «Perché non le importa nulla del torneo, idiota, non l’hai ancora capito dopo vent’anni?» 

Lui chinò il capo. «Mi scusi, re Menivol.» 

Silstora andò verso la porta. «Farò attenzione e vi porterò la vittoria.» 

Fu uno scontro breve, così tanto che il pubblico non ebbe neanche modo di eccitarsi. Miram si dimostrò allo stesso livello delle guardie delle edizioni precedenti. Le altre guardie del Mare restarono impassibili quando Silstora la tagliò in due, mentre quelle della Foresta esultarono.

Menivol e Duvor assistevano ai combattimenti dalla stanza privata. Kaleido invece voleva sempre essere in prima linea. Amava il sangue sgorgare. 

Quando Miram morì, alzò le braccia al cielo e intonò: «Sia gloria a me!». 

Partì un canto dal pubblico, un inno alla sua magnificenza. 

Monk storse il naso. «Non potrei mai vivere nel Mare. Quella è completamente pazza.» 

Ledialle restò immobile ad osservare Eist, chiedendosi come potesse servirla. Ma, d’altronde, non aveva altra scelta: non poteva tornare nella Foresta e Kaleido di certo non avrebbe accettato le sue dimissioni.

Il giudice alzò la mano di Silstora per proclamarla vincitrice e fece un rapido cenno a degli spiriti di pulire il ring dal sangue e dal cadavere di Miram. 

Fu poi il turno di Sinko, una delle guardie più longeve del Deserto, contro Ciri, un’altra del Mare. 

Kirian sorrise soddisfatto di vedere così presto quanto fosse migliorato Sinko in quegli anni. Si erano affrontati un paio di volte e quelli erano incontri che Kirian ricordava con piacere, visto che lo costringevano ad impegnarsi davvero e a mettersi continuamente alla prova.

Sinko gli rivolse un saluto, gli urlò che quell’anno l’avrebbe battuto e indicò verso lo schema dei combattimenti. «Ti aspetto in finale.» 

Kirian chinò il capo in segno di rispetto. 

Ciri riuscì a tenergli testa per qualche affondo, poi si ritrovò inerme sotto i suoi colpi. Di nuovo l’inno per Kaleido risuonò tra gli spalti.

Ledialle sbuffò pesantemente. «Che pizza, è già il mio turno.» 

Monk rise e commentò che quell’anno le guardie del Mare sembravano più scarse del solito. 

«Non sottovalutare Eist» lo rimbeccò Kirian. «Inizia a preparare le tue mosse più forti. Quel ragazzo è particolarmente sveglio.» 

«Giusto che l’hai affrontato.» 

Ledialle si sgranchì il collo e salì sul ring, mentre faceva lo stesso anche una delle guardie del Deserto.

Sentì delle urla e si voltò verso gli spalti della Foresta e, sorpresa, si ritrovò a guardare Jets, Caster, Tane e le sue amiche in prima fila. Li salutò sbracciandosi e urlando che era felice di vederli. 

La guardia del Deserto evocò un’alabarda. «Muoviti, ragazzina.» 

Ledialle lo fissò divertita. «Ragazzino sarai tu che non hai idea di chi sono io.» 

L’arbitro diede il via all’incontro e lei scomparve. Restarono le sue scarpe a terra. 

Sinko imprecò. «Ti sta girando intorno, idiota!»

Kerasu pensò di fermarla stendendo l’alabarda davanti a sé, puntando alle gambe per farle uno sgambetto, ma Ledialle improvvisamente apparve dietro di lui, in aria. Sferrò un calcio e la guardia si ritrovò sbalzata fino alle pareti degli spalti. 

«Vince Ledialle con un solo colpo» commentò attonita l’arbitro. 

Ledialle si rimise le scarpe e rivolse un saluto a Kerasu. «Magari tra cinque anni riuscirai a vedermi!» 

Kirian scosse il capo. «Non vantarti.» 

«E fammi divertire. Gli incontri per ora sono una noia mortale.» 

«Speriamo questa guardia sia migliore» commentò Jeskom, che doveva affrontare Lival, una guardia del Mare.

Quella volta lo scontro durò almeno una ventina di minuti. Lival aveva il potere di diventare invisibile e per Jeskom fu piuttosto arduo trovarlo e resistere ai suoi micidiali colpi sferrati con un enorme martello. La cosa che più lo aiutò fu la sua cotta metallica, un oggetto magico che impediva sempre al nemico di colpirlo nei suoi punti vitali. Alla fine, però, Lival iniziò ad indebolirsi e Jeskom si accorse che portava con sé un aroma di scoglio e, grazie a quello, riuscì a localizzarlo e ad assestargli un pugno in pieno volto.

Fu il turno di Monk contro Eist. Ledialle gli suggerì di non usare la sua spada, ma l’altro la fissò con uno sbuffo ironico, le disse che doveva passare parecchio tempo prima che accettasse consigli di combattimento da lei e salì sul ring. 

Ledialle a quel punto si voltò verso Kirian. «A lui non dici niente?» 

«L’abbiamo avvisato di non sottovalutarlo. Se perderà, sarà solo colpa sua. E, anche se dovesse accadere, un solo sconfitto ci pone allo stesso livello del Deserto.» 

Monk sputò a terra di fronte ad Eist. «Disertore.» 

Eist non si scompose, restò con le mani dentro le tasche della tunica blu. 

«Iniziate!» urlò l’arbitro.

Lui restò immobile e Monk inclinò il capo. Si osservarono, poi Monk estrasse la sua spada lunga dal fodero che aveva sulla schiena. 

«Idiota» sbottò Ledialle. 

Kirian reagì con una smorfia. «Mettila via.» 

«Vi state preoccupando troppo» affermò Monk prima di fare uno scatto verso Eist. 

Lui restò fermo fino all’ultimo istante, poi, con un rapido balzo, gli si fece sotto e lo trapassò con la sua spada. 

Monk reagì dapprima con stupore, poi si raddrizzò, impugnando meglio la spada, fece per voltarsi, ma si accorse che Eist era sparito. 

Restò in silenzio, aspettandosi di sentire i suoi passi, ma non un suono veniva dall’intero ring. 

«In alto!» urlò Kirian.

Monk alzò il capo istintivamente, poi fece per alzare la sua spada per proteggersi, ma ci mise troppo. Eist di nuovo lo ferì e di nuovo scomparve. 

La guardia della Foresta si rimise in posizione di attacco. 

«Molla quella spada!» inveì Ledialle. 

Kirian le lanciò un’occhiata. «Tu avevi paura di quell’idiota, ricordi?» 

«Un imbecille. Non si rende neanche conto che quello stupido spadone lo rende troppo lento per Eist.»

Bastarono altri tre colpi ad Eist per metterlo al tappeto. Non lo uccise però, riuscì a farlo svenire per il troppo sangue perso. 

Kaleido allargò le braccia. «Gloria a me!» 

E di nuovo il canto risuonò tra gli spalti. 

Silstora scosse il capo. «Ma è sempre così con quella?» Fece poi cenno agli spiriti che avevano recuperato il corpo di Monk di seguirla e li portò fino alla stanza da cui Menivol e Duvor assistevano allo scontro e si affrettò a lasciarla prima che Monk si svegliasse, per niente desiderosa di assistere alla lavata di capo che il re sicuramente gli avrebbe fatto.

Fu il turno di Gimbal, guardia da appena tre anni, contro Tessia del Deserto. Nutrivano tutti scarse speranze su Gimbal, per quanto non glielo avessero detto in faccia. Persino Menivol sapeva che avrebbe perso, ma l’aveva mandato solo perché Gimbal era immortale e così, anche con un esito negativo, non si sarebbe dovuto scegliere una nuova guardia. 

Tessia sfoderò dei pugnali corti e si mise in posizione di attacco. Atletica, dai muscoli ben temprati, come era giusto che fosse una guardia del Deserto, e con due magnetici occhi azzurri.

La performance di Gimbal fu pessima. Tessia era uno spirito cobra: riuscì ad incantare l’altro dopo neanche mezzo secondo e lo trafisse immediatamente con la spada, mentre lui mollava le armi a terra. 

L’unico attimo di stupore in tutto lo scontro fu quando Gimbal si rialzò e le si inginocchiò davanti per proclamarle il suo amore. A quel punto, Tessia gli ordinò di lasciare il ring e lui eseguì. L’incanto si ruppe quando ebbe toccato terra.

Ledialle non riuscì a trattenere la risata per quella misera figura e con lei anche le guardie del Deserto e la principessa Sinigal. Jeskom le diede una gomitata, ma Gimbal scosse il capo e commentò che faceva bene a ridere. Annunciò poi che sarebbe andato da Menivol e che avrebbe assistito da lì al resto degli scontri di quella giornata.

Kirian chiuse gli occhi. «Detesto quelli deboli come lui.» 

«Come ha fatto a diventare una guardia?» rincarò Silstora. 

«Ragazzi, il suo compito è controllare i nostri prigionieri finché il re non ha il tempo di esaminarli» commentò Jeskom. «Non c’è da stupirsi.» 

Salirono sul ring Lucem del Deserto e Colie del Mare. Lucem fece l’inchino rituale della sua regione, ma Colie non gli rispose. Sfoderò la sua berdica e partì all’attacco subito dopo il via del giudice. Non lasciò neanche un attimo di respiro all’altro: la sua tecnica consisteva in una serie di attacchi stordenti che non permettevano di fare altro se non parare. 

Lucem però era specializzato nella lotta contro gli spiriti scorpione, i più iracondi della loro regione e tra i più forti. Bloccò un suo attacco e usò la sua forza per sbalzarla indietro. Fu lui a dettare il ritmo nella serie di affondi successiva. Riuscì a farla arrivare fino al bordo del ring, ma improvvisamente si accorse di avere le gambe pesanti.

Si allontanò con un salto, capendo subito che quello fosse un attacco, e scoprì di avere due grosse meduse ancorate ai polpacci. Gli bastò chiudere gli occhi per ucciderle con una scarica elettrica ed ammantare tutto il proprio corpo con quell’abilità.

Colie lo guardò per un istante ammaliata, poi i suoi occhi si fecero pieni di avidità e malizia. Partì all’attacco, mentre continuava a scagliare contro di lui meduse che morivano all’istante. 

Lucem si chiese quale fosse il suo obiettivo e lo capì quando, accecato per un istante dal bagliore di un fulmine che colpiva una medusa che aveva puntato al suo petto, si ritrovò Colie così vicina a lui che non riuscì a fare nulla. Lei lo aprì in due.

Il gelo scese fra le guardie del Deserto e quella della Foresta, perché immediatamente capirono il valore di quell’avversario. Dagli spalti invece si levò il solito inno per Kaleido. 

Colie tornò dalla sua regina, s’inchinò e affiancò Eist. «Siamo in due ad andare avanti.» 

«Solo noi, temo» mormorò lui mentre osservava Sepolka salire sul ring. 

Il suo avversario, Beste, sembrava particolarmente infuriato per la morte di Lucem. Non lasciò spazio all’altro per nulla, non volle neanche studiarlo: lo trafisse e lanciò il suo cadavere direttamente ai piedi di Kaleido.

Ma la regina non si scompose, alzò le braccia e i suoi sudditi cantarono il suo inno. 

«Per fortuna non devi affrontare qualcuno del Mare» commentò Ledialle. «Non sopporto più quella canzone.» 

Kirian si mise l’elmo e si inchinò a Degir. La tecnica di Kirian Dou era semplice: risparmiare il più possibile le proprie energie e sfruttare quelle dell’avversario. Era simile a quella adottata dai guerrieri del Deserto, ma lui aveva un vantaggio: era stato lui ad inventarla e, dopo ogni scontro, a perfezionarla. 

Ogni volta il suo stile era quindi diverso e quello era il motivo per cui, nonostante l’avesse studiato accuratamente per una settimana, Sinko non era riuscito a batterlo neanche la seconda volta che si erano affrontati.

Degir si inchinò a sua volta. «Spero di essere un avversario di cui ti ricorderai.» 

Nessuno del Deserto si faceva illusioni: sapevano tutti che sarebbero stati sconfitti da Kirian e Degir aveva imprecato a denti stretti quando aveva visto che sarebbe stato lui il suo avversario. 

Kirian non commentò, restò fermo attendendo il suo attacco che non tardò ad arrivare. Parò e, con una semplice manata, riuscì a ribaltare completamente l’avversario. Lo bloccò a terra con un piede e modificò il suo peso per schiacciarlo al suolo. 

Il turbante bianco di Degir si macchiò di sangue all’altezza della bocca.

Kirian non ricordava nessuno dei suoi avversari, perché li uccideva tutti. Sinko era l’unico che era riuscito a salvarsi da quella sentenza di morte. La prima volta era successo per rispetto e la seconda perché Kirian si era così divertito a riaffrontarlo che gli aveva chiesto di diventare ancora più forte per l’edizione successiva.

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