Capitolo 11 – L’addio

L’incontro fra Kirian e Sinko fu un vero e proprio spettacolo. Entrambi stavano dando il massimo e vedere Kirian impegnarsi davvero fu per tutti sorprendente. Si stupivano sempre di quanta tecnica nascondesse la sua forza. 

Sinko lo costringeva a tirare fuori tutte le sue abilità e quello era il motivo per cui tanto amasse combattere con lui. 

Durò quasi un’ora lo scontro. Fu pieno di colpi di scena, nuove tecniche, nuovi colpi. Alla fine, comunque vinse Kirian, quando riuscì a intrappolarlo in una gabbia di viticci che aveva fatto nascere dal terreno. In quei cinque anni aveva appreso dagli spiriti volpe come far crescere le piante a proprio piacimento. 

Aveva anche lui il fiatone però e Sinko prese quell’evento per un’autentica vittoria. Si diedero una fraterna pacca sulla spalla quando lo liberò e l’aiutò a rialzarsi e si ripromisero di scontrarsi nuovamente per il torneo successivo. 

Nel frattempo, il pubblico inneggiava Kirian e re Menivol, che aveva alzato le braccia trionfante e urlava con i suoi sudditi per acclamare il suo migliore guerriero. 

Tutte le guardie salirono poi sul ring per salutarsi. Avevano fatto amicizia in quei giorni alla taverna, si scambiarono anche delle pacche e delle strette di mano. 

Ledialle abbracciò Eist. 

Quel gesto lo lasciò incredulo, ma ancora di più quello che gli sussurrò. 

«Duvor ci ha scoperti. Addio, amore.» 

Istintivamente la strinse, mentre un senso di vuoto si impossessava di lui. Era straziante quella sensazione. 

Ledialle si allontanò, restò con le braccia appoggiate sulle sue spalle e disse a chiara voce: «Ci vediamo tra cinque anni. Mi devi una rivincita». 

Avrebbe voluto baciarla, restare ancora abbracciato a lei, ma tutto quello che poté fare fu annuire. Non riuscì a dirle nulla, perché altrimenti Kaleido si sarebbe accorta della sua voce strozzata. 

Ledialle si allontanò con le altre guardie della Foresta e lui fu costretto a seguire la sua regina verso il portale che li avrebbe portati di nuovo sull’isola nel mezzo del mare.


Ledialle appoggiò il capo sulla spalla di Anire e sospirò pesantemente. «Tra quanto finisci di lavorare?» 

Anire chiuse gli occhi con stizza, mentre le sfuggiva un lamento a fior di labbra. «Me l’hai chiesto due minuti fa.» 

«Mi annoio.» 

«Non potevi andartene da Jets?» 

«Volevo vedere te!» 

«Lo sai che il giovedì mattina lavoro.» 

Ledialle si allontanò per appoggiarsi imbronciata al tavolo. «E che ne so io che giorno è? Ti sei dimenticata che non esistono i giorni della settimana nel mondo degli spiriti?» 

Anire scosse il capo e riprese a lavorare. «Tra mezz’ora sono in pausa pranzo.» 

Ledialle le prese il cellulare e si mise a giocare per passare il tempo. Restò in silenzio fino a quando Anire non chiuse il computer e subito scattò in piedi, annunciando che avrebbero fatto un giro. 

«Ho solo un’ora, ti ricordo.» 

Ledialle roteò gli occhi. «Dai, muoviti. Ho voglia di tacos.»

Anire si rassegnò a quella che evidentemente era una richiesta. Ledialle si era presentata da lei dal nulla dopo quasi un mese dalla fine del torneo, periodo nel quale era completamente sparita. Non rispondeva ai suoi messaggi, non le scriveva. Le sembrava di essere tornata a quando aveva periodi bassi e si isolava completamente. 

Andarono in un locale che a Ledialle era sempre piaciuto, perché era silenzioso e tranquillo. Mangiarono con calma e parlarono solo di argomenti inutili, ma vedeva la sua tristezza. 

Alla fine, quando uscirono da quel posto e lei non degnò neanche di un’occhiata il parco lì accanto, si decise a chiederle se fosse successo qualcosa. 

Lei alzò le spalle. «Non posso più vedere Eist.» 

Anire si bloccò, mentre lei continuava a camminare. Non riuscì a scucirle altro fino a quando non furono tornate a casa, ma, a quel punto, lei guardò l’orologio e commentò che doveva tornare a lavorare. 

Anire restò spiazzata. «Stai scherzando? Posso prendere il resto della giornata…» 

«Non serve e non voglio parlarne. Volevo stare un po’ con te… Torno a casa, grazie.»


Tornò da lei dopo una settimana, ma la vita da umana di Anire la infastidiva. Non sopportava più i suoi ritmi, le sue preoccupazioni. Era tutto distante per lei. 

«Perché non te ne vai da Jets?» ripeté Anire quel giorno, quando capì che ancora non voleva parlare di Eist. 

Ledialle guardò fuori dalla finestra e alla fine si arrese. Si disse che almeno si sarebbe distratta. 

«Puoi avvertirlo?» 

Non aspettò una risposta, tornò nel mondo degli spiriti per chiedere a Duvor un altro passaggio e poi arrivò direttamente nel soggiorno di Jets. 

Lui l’accolse con una bottiglia di whisky. 

«Finalmente qualcuno che non lavora.» 

Bevvero per gran parte del pomeriggio, mentre guardavano un film, poi li raggiunsero Tane, Caster e Rasia e continuarono con loro. 

«Ma che fine ha fatto Eist?» domandò improvvisamente Caster. «Non lo vediamo da un casino!» 

«Tu l’hai visto?» rincarò Jets. 

Ledialle alzò gli occhi verso il soffitto e poi scrollò le spalle. «No, non so nulla.» 

«E perché dovresti? Mica non puoi più vederlo?» chiese Rasia confusa. 

Imprecò contro Anire e la sua passione per i pettegolezzi. 

«Cioè?» domandò Jets allarmato. 

Scosse il capo. «Duvor ci ha scoperti.» 

«Hai avuto problemi con re Menivol?» chiese Tane.

«Mi ha interrogata e mi ha fatta seguire per un po’ da Monk, ma credo che il principe non gli abbia detto nulla… non potrei fare avanti e indietro quando mi pare, altrimenti.» 

Caster si guardò allarmato intorno. «Sei sicura che quel tizio non ti stia ancora seguendo?» 

«No, è dietro a Gimbal ora.» 

Jets era rimasto tutto il tempo con le braccia incrociate, pensieroso, poi improvvisamente si sporse per abbracciarla. 

Restò completamente spiazzata da quel contatto, non riuscì a fare altro che sgranare gli occhi. 

«Mi dispiace, Ledy.» 

Solo Eist e Kiria abbreviavano il suo nome. Le sue amiche ancora la chiamavano “Sylvie” per abitudine, mentre le altre guardie e i reali a stento la chiamavano. Si ritrovò a piangere, perché le tornò in mente la voce di Eist che la salutava o la rassicurava. 

Tirò su con il naso e Jets si allontanò tristemente. «Non volevo farti piangere, scusa.» 

Scosse vigorosamente il capo. «No, scusa, io… ah, faccio schifo in queste cose…» mormorò mentre si asciugava le guance. 

«Puoi venire qui quando vuoi», accennò lui per poi aprirsi in un sorriso. «Ti aspetterò con una bottiglia di whisky.» 

Rise prima di annuire e ringraziarlo.


Non rientrava a casa da quasi un mese. Menivol non le aveva mai dato così tanto lavoro come in quel periodo. Ogni volta che tornava a consegnare un ladro, c’erano almeno altri tre incarichi pronti nella bacheca. 

Si chiese che stesse accadendo al mondo degli spiriti e perché chiunque volesse diventare un ladro. 

Ne portò un altro quel giorno e c’erano altri quattro rotoli pronti per lei. Li prese, furiosa, e andò dal re. Lo trovò, stranamente, libero. Guardava fuori dalla finestra, con le braccia incrociate dietro la schiena. 

Non si vedeva molto da lì, in realtà. Su quella montagna spesso c’era un fitto strato di nebbia che non faceva neanche scorgere gli alberi nel giardino del castello. 

Ledialle fece un colpo di tosse per fargli sapere di essere lì e il re, dopo un minuto buono, si voltò e restò a guardarla in silenzio. 

Sventolò le pergamene. «Perché tutti questi incarichi? Non possono esserci tutti questi ladri.» 

Menivol si girò nuovamente verso la finestra. «Fa’ il tuo lavoro.» 

«Sono anche possibili ladri, vero?» 

Il re sospirò esasperato. «Ledialle, non hai tutta questa autorità per…» 

«Sono la vostra guardia più vecchia qua dentro», sbottò lei in risposta. «Voglio sapere se sto catturando anche delle possibilità o se tre quarti degli abitanti della Foresta ha deciso di fare il ladro.» 

«Ci sono anche possibilità», confermò il re. «Ti cambia qualcosa ora?» 

Lei sbuffò. «Perché non sono più segnati? A me cambia saperlo.» 

«Lamentatene con le spie di mio figlio.» 

Ledialle storse il naso, poi sospirò e affermò che l’avrebbe fatto. Andò al piano di sotto, verso l’ufficio del principe, fino alla sua porta. Alzò il braccio per bussare, però restò lì ferma, con la mano chiusa a pugno a un nulla dal legno.

Non vedeva Duvor dal torneo e la sua mente la riportò a quella sera conclusasi in fretta e furia, all’ultima volta in cui era potuta stare con Eist. 

Il suo braccio allora cadde lungo il suo corpo. Si voltò, notò una spia avvicinarsi e la bloccò prima che potesse entrare nella stanza. «Dì al principe che devo sapere se i miei obiettivi sono ladri o possibili ladri.» 

La spia restò lì smarrita a fissarla, confusa. 

«Muoviti», sbottò per provare a smuoverlo. 

La spia sobbalzò, annuì, però restò sul posto. Tentennò e bisbigliò: «Sono io a identificare alcuni possibili ladri…». 

Gli mostrò le pergamene che ancora stringeva in mano. «Sono tue queste?» 

Lui le prese, goffamente, le aprì e poi annuì. 

«Quindi sono tutti possibilità?» 

Di nuovo lui annuì. 

«Bene. Segnameli la prossima volta. E dillo comunque a Duvor.» 

A quel punto, decise quindi di tornare alla sua caverna, visto che non era urgente trovare quegli obiettivi. Si sedette sul letto e poi si sdraiò con un gemito soddisfatto. 

Restò ferma a godersi la calma. E i suoi pensieri, irrimediabilmente, finirono per indugiare su Eist. 

Si alzò, si cambiò e andò a catturare i suoi obiettivi.

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