Chiuso, oscuro, malefico, ingrato, malsano, meschino, vigliacco, traditore, dannato – è così che ti rivolgi a me, subconscio? È così che mi dimostri il tuo malessere? In questo modo angosciante che mi distrugge la mente? Che turba il mio sonno, che segna per sempre la mia memoria?
Era una giornata di sole come tante. Eliade era al parco insieme a Jasper, sdraiata su un telo a guardare le nuvole e sonnecchiare godendosi quella piacevole brezza primaverile, quando sentì un jingle provenire dalla via. Girò appena la testa, come se quel gesto avesse potuto aiutarla a vedere oltre il muro di alberi.
Jasper si alzò incuriosito e la convinse ad andare a controllare che cosa stesse succedendo. Protetti quindi dall’abbraccio del sole e dall’ombra delle foglie si avventurarono lungo il sentiero costeggiato da sassi levigati e bassi arbusti, che probabilmente dovevano avere la forma di siepi nelle intenzioni originali del giardiniere.
La melodia crebbe d’intensità guidandoli attraverso archi scavati nelle rocce e, come una strega, li ammaliò riempendo le loro menti, costringendoli a procedere in silenzio, a non domandarsi perché solo loro sembravano sentire quel suono e li portò su una collinetta dove, isolato – sbagliato, si ergeva un cabinato rosso fuoco.
Eliade sbuffò delusa, fece per voltarsi, ma subito fu afferrata per il polso da Jasper e trascinata davanti allo schermo. La scritta citava “Death choice”, un nome piuttosto banale per quello che sembrava essere un gioco in 8 bit dall’atmosfera horror.
«Devi davvero giocarci?» domandò Eliade esasperata.
Non era raro che nei negozi di videogiochi lei passasse completamente inosservata agli occhi dell’altro, ormai ci aveva fatto l’abitudine, ma l’idea che persino in quel pomeriggio tranquillo, lontano da ogni forma di tecnologia, lei fosse dimenticata le parve dannatamente fastidiosa.
Jasper trovò un gettone vicino ai tasti e lo mise dentro affermando semplicemente: «Gioca anche tu, magari è divertente».
A quanto pare, non aveva altra scelta, tanto ormai sapeva quanto fosse inutile fissarlo contrariata in quei momenti.
Era un gioco a livelli, con le mappe a labirinto e un piccolo essere dai capelli rosa, il vestito giallo e la faccia felice che indicava loro la via di fuga quando non riuscivano a trovarla. Ogni volta compariva a tradimento qualche fantasma con un lugubre ululato e, puntualmente, ogni volta Eliade saltava sul posto mentre Jasper rideva divertito.
«Sei una fifona.»
«Disse l’apofobico.»
Arrivarono al livello finale dopo una ventina di minuti, soprattutto grazie a Jasper che prontamente la salvava da vampiri o zombie che la inseguivano.
«Schiappa.»
Gli tirò una gomitata fingendosi offesa.
L’esserino che sembrava essere la guida, in realtà, si rivelò essere il cattivo e il messaggio “You shall die” comparve a caratteri rossi grondanti sangue.
«Sembra uscito dagli anni ‘80» commentò lui sospirando e schiacciando un pulsante per far sparire quel fin troppo banale testo per un gioco con quel nome.
Era una mappa semplice: un corridoio ad S con un altro braccio alla cui estremità c’era una leva che serviva ad aprire la porta dietro il “boss”.
«Eh, ma se non si toglie come passiamo?» domandò Eliade perplessa.
«No, il problema è: se si muove, noi dove scappiamo?»
Rimasero alcuni istanti perplessi a fissare quel buffo personaggio che saltellava entusiasta indicando il corridoio con la leva.
«E va bene, andiamo per l’attacco suicida» sbuffò infine Jasper non trovando nessun’altra soluzione a quell’enigma.
I loro personaggi, diligenti, seguirono i loro comandi, tirarono la leva e fecero per andare verso il boss prima di bloccarsi bruscamente.
«Dean, sei uno scemo! Hai fatto bloccare il gioco!» sbottò Jasper fissando irato l’amico che aveva scosso il cabinato per spaventarli.
L’altro sospirò melodrammatico e scoppiò a ridere guardando la faccia terrea di Eliade. Tutti sapevano quanto fosse facile suggestionarla e tutti ne approfittavano prontamente. Jasper l’abbracciò sorridendo di sottecchi, beccandosi anche una serie di pugni sul petto quando lei se ne accorse.
«Che ci fai qui, Dean?»
«Facevo un giro e ho sentito la musichetta di questo gioco. Com’è?»
Jasper lanciò un’occhiata allo schermo. «Carino, ma l’hai bloccato.»
Dean alzò le spalle e si avviò verso il sentiero. «Ci siete stasera? Andiamo al pub vicino casa mia.»
Quando arrivarono davanti al pub non c’era ancora nessuno, ma era piuttosto normale che loro arrivassero per primi. Aspettarono più di mezz’ora quando si decisero a chiamare Dean.
«Dove diavolo siete?»
«Al pub!»
Jasper fissò confuso Eliade e riavvicinò il cellulare all’orecchio. «Quale pub?»
«Quello da Samantha.»
Riattaccò imprecando. «Sono da Samantha, che facciamo?»
«Ci mettiamo mezz’ora ad arrivare lì, non ha senso» rispose Eliade alzando la testa verso le stelle.
Jasper annuì prima di passarle un braccio intorno alle spalle e farla voltare verso il locale. «Vuoi qualcosa, amore? Offro io.»
«Eliade e Jasper non ci sono» annunciò Dean guardando confuso il messaggio in cui Jasper si lamentava del fatto che gli avesse indicato il posto sbagliato… eppure era sicurissimo di avergli detto quello…
Samantha sbuffò sistemandosi i capelli ricci in una coda alta. «Ce la faremo a vederli prima o poi?»
Dean si morse la lingua per evitare di risponderle. Chissà per quale assurdo motivo, Samantha si era accanita contro Jasper ed Eliade da quando si erano messi insieme. Non era vero che non uscivano, era lei che c’era, forse, una volta a settimana.
Lanciò un’occhiata esasperata a Nathan, che stava bellamente ignorando tutti mentre giocava con l’ultima applicazione che aveva scaricato. Ordinò una birra chiedendosi se fosse meglio raggiungere Jasper ed Eliade o se lasciarli soli.
Eliade lanciò un’occhiata oltre la spalla del ragazzo e fissò divertita una donna dai lunghi capelli rossi e una giacca beige che discuteva animatamente con il barista perché le aveva portato la birra nel bicchiere sbagliato.
«Quella crede davvero che le porteranno un’altra birra?» commentò Jasper scuotendo il capo prima di alzarsi e fare cenno ad Eliade.
Lei scattò immediatamente in piedi e lo seguì incuriosita. Jasper amava passeggiare la sera, amava riconoscere le costellazioni mentre fumava una sigaretta, ma, soprattutto, amava farlo con Eliade. C’era stato un finto battibecco in cui lei gli aveva rinfacciato di metterla al di sotto dei videogiochi: avrebbe potuto dirle che avrebbe mollato a metà qualunque partita se lei gli avesse chiesto di vedersi, ma aveva preferito stare al suo gioco e lasciare tutto sott’inteso.
Notò che quel giorno c’erano dei pipistrelli nel cielo e si rallegrò all’idea che non ci sarebbero stati insetti.
Prese delicatamente la mano di Eliade, accarezzando quelle esili dita e la guidò verso un parco giochi per bambini, normalmente deserto. Vi trovarono la donna dai capelli rossi, elegantemente seduta, intenta a fumare una sigaretta da un bocchino nero. Jasper non poté fare a meno di notare che la camicetta sotto l’impermeabile aveva i primi bottoni slacciati in modo da lasciare scoperto il pizzo nero del reggiseno.
Eliade si allontanò immediatamente andando a sedersi su una panchina dall’altra parte del parchetto mentre sorseggiava con stizza il cocktail. Jasper la raggiunse riuscendo a malapena a mascherare il sorriso. Eliade era maledettamente gelosa: un giorno gli aveva vietato di comprare un gioco solo perché sulla copertina c’era una ragazza in top. La baciò sulla guancia mentre si sedeva accanto a lei e la stringeva al petto.
«Tutto bene?»
Lei lo fissò torva. Gli bastò guardarla negli occhi per vedere le sue labbra aprirsi in un bellissimo sorriso. Fece per baciarla quando notò due gambe di fronte a loro. Girò la testa di scatto ritrovandosi a guardare sorpreso la donna dalla voluminosa chioma rossa.
Improvvisamente saltò la luce ed Eliade non poté che trasalire aggrappandosi al suo braccio con uno scatto. Imprecò mentalmente, per l’ennesima volta, contro le sue unghie.
«Avete un accendino?»
Jasper glielo passò fissando perplesso il cerchio rosso della sigaretta già accesa. Poi, dal nulla, apparve un’altra sfera rossastra, sospesa nel vuoto più totale. Sentì la presa di Eliade sparire, si voltò immediatamente e sospirò nel trovarla ancora accanto a sé. Le afferrò la mano e l’accarezzò come faceva sempre quando voleva farla calmare.
Altri fuochi comparvero intorno alla donna dai capelli rossi, di cui si distinguevano solo gli occhi di un inquietante azzurro ghiaccio.
«Andiamocene…» mormorò Eliade stringendo la presa.
Nelle luci, improvvisi, apparvero dei volti urlanti e – che buffa coincidenza – quell’ululato era lo stesso dei fantasmi del gioco.
Sentì Eliade cadere sulla sua spalla e non ebbe neanche bisogno di voltarsi per sapere che era svenuta.
«Che succede? Che vuoi?» urlò quasi con isterismo fissando lo sguardo in quei due freddi occhi.
I volti sparirono, le luci improvvisamente si riaccesero e al posto del suo accendino la donna reggeva una moneta d’argento. «Voi due dovete morire.»
La rossa frase di sangue apparve nella sua mente, mentre tutti i livelli del gioco si sovrapponevano fino ad arrivare a quella mappa finale ingiocabile. E poi notò il sorriso felice di quella donna, la sua tranquillità e realizzò che quello non era un gioco normale. Com’era possibile che nel bel mezzo del parco un cabinato andasse? Com’era possibile che non ci fossero cavi, che non ci fosse nessuno a controllarlo?
Sentì Eliade muoversi con uno scatto improvviso della testa e capì che si era svegliata e che gli stava ordinando di scappare.
Lanciò addosso alla donna il suo bicchiere mentre si alzava e correva a perdifiato verso la macchina stringendo convulsamente la presa sulla mano di Eliade. Si nascose in un vicolo per recuperare fiato e strinse a sé la ragazza, che sapeva star trattenendo a stento le lacrime.
Sentì un lamento e, ancora prima che succedesse, seppe che non c’erano solo i fantasmi. L’urlo di Eliade gli trafisse il cervello mentre gli veniva strappata via da mani cadaveriche, luride, distrutte, con ossa a vista e pezzi mancanti. La sentì gridare di scappare, di fare qualunque cosa e il suo istinto di sopravvivenza vinse sul suo amore per lei: il suo corpo si voltò riprendendo la strada verso la macchina. Si chiuse dentro e partì mentre cercava il numero di Dean.
«Jasper? Tutto a posto?»
«Dove sei?» urlò senza neanche preoccuparsi di rispondere.
«Al pub…»
Sorpassò una macchina mentre trovava la forza di articolare una frase. «Vai sotto casa di Nathan. Ora!»
Dean fissò confuso il telefono su cui ancora era scritto il nome dell’amico. Scattò immediatamente in piedi farfugliando una serie di scuse e andando verso la macchina. Non aveva mai sentito quel tono in nessuno, tanto meno in Jasper che si mostrava sempre sicuro: rifletté che quella era la voce che solo la paura poteva produrre, che quello era il terrore cieco di cui tante volte aveva letto nei libri, che non aveva mai ritrovato nei film, quello era un tono che solo chi ha perso tutto può avere. Sperò che avesse litigato con Eliade, ma sapeva che neanche per quell’eventualità Jasper avrebbe mai reagito in quel modo.
Quando arrivò da Nathan, Jasper era già lì; fece appena in tempo a scendere dalla macchina che lui urlò di salire sulla sua e partì fregandosene di qualunque precedenza e limite di velocità.
«Che succede?» domandò confuso.
Gli raccontò frettolosamente di quel cabinato, di una donna dai capelli rossi e di Eliade… presa dagli zombie.
«Ti sei fatto di qualcosa?»
Jasper inchiodò davanti un vicolo e corse fuori. Lo seguì urlandogli di aspettarlo, ma si dovette bloccare riconoscendo la borsa di Eliade.
«Jas…?»
Jasper si guardò intorno respirando velocemente. C’era solo una strada, non c’era nessun altro vicolo e immediatamente la mappa dell’ultimo livello apparve nella sua mente. Riprese a correre, mentre nella sua testa risuonavano il jingle del cabinato e la risata della donna dagli occhi azzurri. Trovò il corridoio attaccato alla S e in fondo vide la sua Eliade inginocchiata a terra e completamente legata che piangeva spaventata.
Dean corse verso di lei, la liberò con il coltellino che si portava sempre dietro e lei si alzò immediatamente abbracciando Jasper e farfugliando qualcosa sul fatto che erano morti, che Dean doveva andarsene e che non potevano salvarsi.
Sentì una risata, si voltò e vide la donna indicare loro la fine della S, una porta che non dava su nulla. E una lenta litania gli martellava nel cervello dicendogli che erano morti.
«Dean, vattene prima che decida di prendersi anche te.»
«Ma sei scemo? Non vi lascio soli!»
La donna saltellò entusiasta mentre scuoteva la testa e, improvvisamente, Dean scomparve ritrovandosi fuori dal labirinto, accanto alla macchina di Jasper ancora aperta.
Jasper strinse a sé Eliade, fissando quella mano che indicava insistentemente la porta.
Fece qualche passo e notò che il corridoio per tornare indietro era pieno di zombie e di piccoli pallini luminescenti. C’era solo quella maledetta strada.
«Perché dobbiamo morire?»
La donna smise di colpo di saltare e inclinò il capo rivolgendogli uno sguardo sorpreso. «Siete stati voi a giocare, eppure il nome del gioco era chiaro!»
«Era un gioco…»
Lei rise – sguaiata, volgare. «Credi che me ne importi qualcosa della tua giustizia? Ora voi due morirete, non avete nessun modo di salvarvi.»
Sentì Eliade sussultare. Chinò il capo per guardarla e di nuovo si innamorò di quegli occhi e di quelle labbra. Tornò a rivolgersi alla donna. «Prendi solo me.»
«No, avete giocato entrambi.»
Eliade gli strattonò la manica. «Andiamo. Io non ci credo che moriremo.»
Quella sicurezza lo sorprese: di solito era lui a convincerla a fare qualcosa, lei era quella insicura, timida, dalla postura curva e dal capo chino per evitare che il mondo la notasse. «Amore…»
«Va tutto bene. Non moriremo» affermò decisa lei avviandosi verso il corridoio, mentre la donna riprendeva a saltellare con una gioia primordiale – sbagliata.
Seguì la ragazza e in quei pochi metri seppe che cosa avrebbe voluto dire. La porta si aprì su un imperante nero così profondo da sembrare materiale. Eliade lo sfiorò con la mano e la ritrasse immediatamente confusa nell’avvertire una corrente bollente.
«Andiamo, amore.»
La fece voltare per baciarla a lungo, perdendosi in quelle labbra che l’avevano incantato, che di notte lo facevano sognare, che gli bloccavano ogni facoltà mentale e si allontanò per scolpire nella mente quel sorriso che sapeva esserci. Le spostò i capelli dagli occhi e l’abbracciò mentre si chinava sul suo orecchio e sussurrava: «Se sopravviverò, ti amerò meglio» e fece quel passo che gli mancava prima di sparire dietro quella nube nera mentre vedeva la sua Eliade fissare smarrita il vuoto per poi corrergli incontro con il braccio teso.
Eliade si svegliò di colpo, con quella frase che le rieccheggiava nella mente e l’angoscia che imperante le invadeva il corpo. Si mise seduta per guardarsi intorno, riconobbe la camera di Jasper e poi sentì la sua mano cercarla come a chiedere spiegazioni per quella fuga.
Si voltò a guardarlo e sorrise vedendo le palpebre che si sforzavano di aprirsi. Lo baciò sulla fronte sussurrandogli che aveva solo avuto un incubo e lui la costrinse al suo petto mormorando di raccontarglielo se voleva.
Lo abbracciò chiudendo gli occhi, aspirando il suo profumo e facendosi cullare dal suo calore, mentre sentiva le lacrime spingere per uscire.
Sentì il cellulare vibrare, lo prese e, confusa, vide il nome di Dean sullo schermo.
«Dean?»
«Eliade! Ciao, scusa è che ho fatto un sogno assurdo e… sembrava vero, scusami. Stai bene?»
Guardò Jasper che la fissava contrariato per quella strana sveglia. «Sì, anche Jas sta bene…» Avrebbe potuto chiedergli che cos’avesse sognato, ma si disse che voleva dimenticare tutto, tornare fra le braccia di Jasper e sognare qualcosa di piacevole. Chiuse la chiamata accennando un saluto e subito le braccia di lui l’avvolsero mentre le imponeva di tornare a dormire e di spegnere il telefono.


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