Capitolo 2

Di solito, quando stavano negli alberghi, nessuno, se non il loro agente, andava a fargli visita. Per cui, quando sentì bussare, si ritrovò a fissare la porta come se fosse stata un oggetto alieno. 

Kira schizzò fuori dal bagno. Indossava una delle sue camicie preferite, con la trama a scacchi rossa e nera, lunga, che si infilava alla meglio nei leggins neri, e che lei portava sempre con parecchi bottoni slacciati, a volte completamente. 

«Che succede?» le chiese sorpreso. 

Lei si voltò verso di lui, colpevole. Lei ed Eita avevano iniziato a vedersi ogni giorno, ma in fretta Alex aveva stabilito che non potessero farlo lì in albergo, perché detestava che parlassero in giapponese. Si sentiva escluso da qualunque cosa, nonché un terzo incomodo, ma lì in quella città poteva fare ben poco. Appena lo riconoscevano, veniva letteralmente assalito. 

«Ho invitato Eita…» iniziò Kira, esitante. 

La fissò stralunando gli occhi. 

«E anche la sua band.» 

«Stai scherzando?» 

Kira non rispose, andò ad aprire, prima che potesse dire qualcosa e i Nami al completo e Natsu e Atsuko entrarono. 

Alex si ritrovò a fissare tutti quei giapponesi che si sedevano intorno al tavolo chiedendosi che cosa dovesse fare. Kira gli andò accanto. «Scusa?» 

«No. Potevi avvisarmi.» 

«Te la saresti presa.» 

«Certo che me la sarei presa. Non capisco una parola.» 

Kira lo baciò sulla guancia. «Parliamo in inglese.» 

Alex la fissò scettico, poi con un sospiro chiuse la rivista che stava sfogliando e si sedette al tavolo.

«Ma tu ti vesti sempre così?» domandò sorpresa Reiko, indicando i vestiti di Alex. 

Perché era evidente che Kira si fosse preparata, a differenza sua, che portava una maglietta bianca dai bordi strappati e degli stretti pantaloni di pelle. 

«Alex non sa neanche cosa sia una tuta», commentò Kira con un sorriso. «In casa si veste esattamente come esce.» 

Lui la scrutò incerto. «Perché non dovrei?» 

«Perché è davvero scomodo stare con dei pantaloni così stretti tutto il tempo», affermò Reiko corrugando la fronte, poi scrollò le spalle. «Ma di che mi stupisco? Sei Alex Drade.» 

Lui si accese una sigaretta e lanciò un’occhiata a Kira. Sembrava neutra, ma lei vi colse il suo fastidio. Ogni volta che faceva qualcosa che per la gente era strano, quella era la frase con cui lo spiegavano: “Sei Alex Drade”. 

In America ne approfittava per fare le richieste più assurde, come il gelato alle tre di notte o una stanza senza tende, ma lì in Giappone glielo stavano dicendo così spesso che iniziava a detestarla. 

«Vi prendo della birra?» 

Alex si alzò per prenderle lui, per sfuggire da quegli sguardi che studiavano i suoi vestiti. Scoprì così che quell’incontro non era campato per aria, che Kira doveva averlo progettato da qualche giorno, visto che il frigorifero era pieno di birre. Aprì il mobiletto accanto e trovò persino delle patatine e una bottiglia di whisky, che aveva evidentemente comprato pensando di rabbonirlo. 

Portò tutto al tavolo e fissò Kira curioso. «Cosa vuoi chiedermi?» 

Lei roteò gli occhi. «Ti compro del whisky e pensi che voglia qualcosa?» 

«Lo fai solo quando vuoi qualcosa.»

Lei appoggiò i gomiti sul tavolo e il volto sui palmi delle mani. «Indovina.» 

Alex aspirò una boccata, divertito, poi spostò gli occhi sugli altri. Tutti sembravano essersi gelati per quello scambio di battute. Doveva essere qualcosa che li coinvolgeva. 

Capì subito cosa fosse e una parte di lui reagì con fastidio, perché era stanco di quella città, ma capiva anche la voglia di Kira di restare lì il più a lungo possibile. 

«Vuoi suonare con loro?» domandò sforzandosi di fingersi sorpreso, di non lasciar trapelare i suoi veri pensieri. 

Lei annuì entusiasta. «Che ne pensi? Ho già scritto un arrangiamento di una nostra canzone.» 

«Per quanto vuoi farmi stare in Giappone?» domandò spontaneamente. 

Lei si alzò per recuperare il blocco su cui scriveva e glielo passò, per poi fare cenno a Takibi di spostarsi per potergli stare accanto. 

Alex la lesse, si impegnò per trovare dei difetti, ma non era mai riuscito a farlo con le canzoni di Kira. Quello era il motivo per cui l’aveva voluta come sua compagna. 

Non gli era mai interessato formare un gruppo. Quando scriveva una canzone per sé, chiedeva a qualche suo conoscente di fargli l’arrangiamento. Era ogni volta qualcuno di diverso, qualcuno che gli doveva un favore. 

Tutti si erano stupiti quando aveva annunciato di aver trovato una musicista. 

Kira appoggiò il capo sulla sua spalla. «Allora?» Annuì solamente e lei lo abbracciò con trasporto. «Sei il migliore!» 

«Però poi torniamo a casa. Inizia a stancarmi questa città.» 

«Solo perché non hai visto nulla.»

La fissò di sbieco. Gli aveva promesso che gli avrebbe fatto fare un giro per i posti più importanti e quelli che gli sarebbero piaciuti, ma all’inizio avevano passato il tempo fra commissariati e ospedali e poi lei era stata tutti i giorni con Eita. 

Kira appoggiò la fronte contro la sua. «Ok, scusa, è colpa mia.» 

«Quando iniziamo a lavorarci?» 

«Domani? Sento il nostro agente.» 

Annuì per poi versarsi del whisky. «Non sono tanti tre cantanti?» 

«Fai fare a me», replicò Kira prima di alzarsi per chiamare l’agente. 

Raramente l’aveva vista così determinata da ignorare completamente qualunque suo commento. Scrutò allora gli altri, cercando dei possibili problemi, e immediatamente si bloccò su Atsuko. 

L’aveva sentire cantare durante il programma, sapeva bene che la sua voce era adatta solo a certi generi musicali, che nulla avevano a che vedere con lui o con Kira. «Non ho davvero idea di come farà a trovare qualcosa di adatto al tuo stile.» 

Eita scrollò le spalle. «Ha detto che lo stile sarà il vostro e che ci dobbiamo adattare noi.» 

«Bene, perché detesto cantare altro», commentò con leggerezza, capendo finalmente che Kira aveva provato a rendergli quell’esperienza il meno traumatica possibile.

In generale detestava le collaborazioni, detestava dover scendere a compromessi con altri. 

«Ma voi due state insieme?» chiese Ayame avvicinandosi con fare cospiratore. «Perché lei dice di no, ma…» 

«Mi ha detto che voi giapponesi siete molto pudici. Siamo amici», la stroncò prima che potesse completare quella frase. 

«E vivete insieme», commentò Eita prima di storcere il naso. «Qui in Giappone sarebbe assurdo.» 

Annuì distrattamente, lanciando un’occhiata verso Kira. «Ci era più comodo per scrivere.» 

Tutti i loro amici trovavano assurda la loro convivenza. Il suo migliore amico l’aveva tampinato per una settimana per chiedergli se provasse qualcosa per lei, visto che era la prima volta che mostrava così tanto interesse per qualcuno. Aveva negato fino alla nausea e lui si era risolto a chiedere a lei. Ma Kira era arrivata in America da poco all’epoca, aveva reagito rinchiudendosi dentro se stessa. 

Natsu fischiò. «Sono due anni che cerco di convincere Reiko a venire da me.» 

Kira si avvicinò al tavolo per chiedere il numero dei loro agenti, li passò all’altro e poi si risedette sorridendo. «Che dicevate?» 

Alex la baciò sulla guancia. «Volevano essere certi che siamo amici. Tuo fratello mi sembra geloso.» 

«Di te?» domandò spontaneamente Kira prima di scoppiare a ridere. 

Era cambiata da quando si erano conosciuti. Era diventata molto più aperta e solare. La ragazza timorosa e timida era completamente sparita. 

Appoggiò il braccio intorno alle sue spalle. «Proviamo da domani, quindi?» 

«Sì. Ha detto che cercherà una sala che sia all’altezza dei tuoi standard.» 

«Cioè?» chiese perplesso. 

«Una dove si possa fumare.» 

«È a te che importa mentre scrivi», ribatté incerto. 

Lei sogghignò divertita. «Ma se dico che lo vuoi tu, si impegnano di più.» 

«Perché?» chiese Takibi perplesso. 

«Perché, se qualcosa non gli va a genio, lui se ne va.» 

Alex scrollò le spalle, commentò che per lui cantare era un momento di libertà e accese una sigaretta prima di passarla a Kira. 

Lei si avvicinò al suo orecchio e sussurrò un “grazie” prima di rivolgere l’attenzione agli altri.

Parlò poco Alex, come faceva spesso quando era impegnato a pensare e a scrivere nella sua mente. Conosceva quei momenti, non si stupì quando si alzò improvvisamente e tornò con il suo quaderno. Non lo interruppe e fece segno agli altri di non distrarlo. 

Quando se ne andarono, li salutò sbrigativamente e restò concentrato sul foglio ancora per un’ora, quando lei andò a letto. Solo allora posò la penna e la raggiunse. 

Era un matrimoniale, enorme. Erano abituati al letto di lui, che era ben più piccolo e gli sembrò strano avere tutto quello spazio. 

Alex le si avvicinò dopo un po’, per abbracciarla. «Buona notte.» 

«Poi torniamo a casa», mormorò Kira alzando il capo per poterlo guardare. 

«Stiamo qui quanto vuoi, tranquilla.» 

Lo baciò sulla guancia. «Sei sempre troppo buono con me.» 

«Non dirlo in giro», commentò divertito, chiudendo gli occhi. Le accarezzò la schiena, distrattamente, soffermandosi sul tessuto morbido della sua veste, incuriosito. «Non sono abituato a sentirti con qualcosa addosso a letto.» 

Kira rise. «Lo so, ma… forse mi sono lasciata un po’ andare in America. Non pensavo di essere così scandalosa.» 

«Io non lo penso.» 

Dopo pochi istanti, la sentì sfilarsi la vestaglia e avvicinarsi a lui. «Sono più comoda.» 

«Non devi giustificarti.» 

Kira gli accarezzò la schiena e si abbandonò finalmente quieta fra le sue braccia. «Pensi che il nostro rapporto sia strano?» 

«Siamo noi.» Chinò poi il capo e la osservò confuso. «Non sei a tuo agio?» 

«No… cioè sì. È che se mio fratello ha reagito così sapendo che viviamo insieme… insomma a questo come reagirebbe?» Si allontanò da lui per potersi girare sulla pancia e appoggiarsi sui gomiti. «Mi sento un po’ spaesata qui in Giappone. Sono così…» 

Alex le sfiorò la schiena e la baciò sul braccio. «Vado a dormire nell’altro letto, se preferisci.» 

«Non voglio allontanarti, Alex.» 

Sospirò. «Non capisco cosa ti tormenti allora. Sei cambiata, ok… per forza, hai vissuto per dieci anni in un paese completamente diverso e nove li hai passati con me, che sono l’esatto opposto di un giapponese.» 

Kira rise mentre continuava a fissare davanti a sé. «Secondo te, perché non ci siamo mai messi insieme?» 

«Perché detesto le etichette.» Si sdraiò sopra di lei e le baciò il collo. «Non ti ho calmata, vero?» 

Kira si girò e gli mise le braccia al collo. «Mi piace il tuo calore.» 

«Per questo dormiamo insieme», mormorò mentre le accarezzava il seno, per poi chinarsi e lasciarsi avvolgere dalle sue braccia. 

«Sei dolce stasera.» 

«Hai bisogno che io lo sia.» Si spogliò e la strinse a sé. «Svegliami se non riesci a dormire.» 

«Grazie.» 

«Smettila di ringraziarmi», mormorò prima di addormentarsi.


Quando arrivarono, trovarono i Crow and dove già nella sala prove. Il loro manager gli spiegò che erano lì da un paio d’ore e che stavano componendo una nuova canzone. Non potevano sentirla, vedevano solo i loro movimenti e il sudore che imperlava le loro fronti. Già così trasmettevano energia, involontariamente si ritrovarono a paragonarli a loro, a chiedersi quanto fossero diverse le loro prove. 

Avevano accolto con entusiasmo l’idea di Kira di incidere una canzone con loro, quello era un trampolino di lancio assolutamente insperato, ma in quel momento si resero conto che non era una collaborazione paritaria, che non avrebbe mai potuto esserlo: loro erano altri strumenti di un brano dei Crow and dove

Alex e Kira si fermarono quando arrivarono anche Natsu e Atsuko e uscirono dalla sala bevendo acqua e passandosi un asciugamano sul collo. 

Parlarono in giapponese, per essere certi che tutti capissero, discussero gli spartiti che gli diede Kira e fecero delle correzioni. 

L’unico che ovviamente non poteva seguirli era Alex, ma lei non gli spiegò nulla, quando ebbero finito, gli disse solo: «Segui me». 

Iniziarono a provare e, come aveva previsto Alex, quella che ebbe più difficoltà a stare dietro ad un ritmo punk fu Atsuko. Intervenne lui stesso, aiutandola con dei gesti per farle capire fin dove arrivare con la voce. Continuarono così per le prime ore, armonizzando i loro strumenti e infine fecero la prima prova. 

I manager dall’altra parte osservavano e ascoltavano grazie a delle cuffie nere. Quando ebbero finito, accesero un microfono e dissero qualcosa in giapponese. 

«Che hanno detto?» chiese Alex voltandosi verso Kira. 

«Era per me. Tu vai bene così, non cambiare.» 

Si accorse subito che lei suonava meno, che era Natsu a sostituirla. Accettò quella situazione, ma, quando li interruppero a metà canzone, ricominciarono e la parte di Kira era ancora diminuita si innervosì. 

Si bloccò neanche a metà della prima strofa. «Cos’ha detto?» 

«Stai tranquillo.» 

Ricominciarono, ma di nuovo furono interrotti. Si accese una sigaretta e si voltò verso Kira. «Che sta dicendo?» 

«Vogliono parlarci. Alex, i loro manager non parlano inglese, resti qui?» 

Recuperò gli spartiti della nuova canzone e si mise a studiarli, confrontandoli con il testo, facendo delle annotazioni a lato per lei, scrivendo le idee che gli venivano.

Vide gli altri rientrare, ma non Kira. La scrutò confuso attraverso il vetro, ma lei si limitò a sorridere e a scuotere il capo. Schiacciò il microfono e gli disse di continuare come aveva fatto fino a quel momento. 

Trovò insopportabile cantare senza di lei. Ad ogni nota il nervosismo in lui saliva e, alla fine, uscì di getto e si piantò davanti al loro agente. «Perché lei non suona?» 

«Sono troppe tre chitarre, Alex», gli spiegò lui sorridendo. 

«Io non canto senza di lei.» 

Kira sospirò. «Alex, calmati…» 

«No» sbottò. Si voltò verso Shohei. «Pensi che io sia un solista?» 

«Alex, non capisce…» accennò l’altro. 

«Non me ne frega nulla di suonare con delle band giapponesi, è lei quella che vuole farlo.» 

Kira gli posò una mano sul braccio. «Va bene anche così.» 

La fissò, furioso. «No, non va bene, sai benissimo che non va bene. Io senza di te non canto.» 

«Ritratterremo», affermò il manager. «Per il momento, puoi…?» 

«No. Io torno in hotel. Se domani non hai risolto, non se ne fa nulla per me.» 

Kira provò a fermarlo, ma recuperò in fretta la giacca e uscì fuori, nervoso come raramente si era ritrovato ad esserlo. 

Kira arrivò in hotel dopo mezz’ora e subito gli disse che tornavano alla prima versione che avevano fatto. 

Reagì con una smorfia. «Dovevo intervenire io perché ti difendessi?» 

Lei gli andò accanto sul letto e lo abbracciò. «Ci sono gli altri fuori. Possono entrare o vuoi stare soli?» 

Si alzò per recuperare il whisky. «Falli entrare.»

Andò ad aprire sorridendo e annunciandogli che avrebbero giocato a mahjong. La scrutò dubbioso. «Quel gioco con quelle tesserine con quei simboli strani?» 

«Sì. Non ci capirai nulla, ma non ci gioco da anni e mi manca.» 

Roteò gli occhi mentre si sedeva e veniva raggiunto dagli altri. Provò a seguire la partita, ma non capì neanche una regola. Si sporse verso l’orecchio di Kira. «Se ti dicessi che lo trovo noioso?» 

«Lo diresti anche se conoscessi le regole. Me lo ricordavo più divertente. Dopo giochiamo a poker.» 

Annuì soddisfatto e prese il blocco degli appunti dalla custodia della chitarra di Kira. «Ti ho scritto delle note.» 

«Sì, le ho lette in taxi. Dopo ci lavoro. Alcune me le devi spiegare, perché non le ho capite.» 

Le rilesse, sorpreso, visto che era raro che gli dicesse che non capiva qualcosa. «Ah… sì, ero nervoso… non hanno senso, hai ragione.» 

«Dopo che te ne sei andato, si è difesa con i denti», commentò Eita con un sorriso. 

Alex la baciò sulla guancia. «Quella è la vera Kira. Non una che accetta quietamente di farsi da parte.» 

Reiko li guardò per qualche istante. «Non ho capito perché tu te la sei presa tanto, però. La tua parte era identica.» 

«Io non canto senza di lei.» 

Kira gli accarezzò il capo. «Lui ha un’idea strana della mia musica.» 

«Non è strana. Tu completi la mia voce. Senza di te mi sento inadatto.» 

Reiko si voltò verso i membri della sua band. «Voi non mi avete mai detto nulla di così carino.» 

Kira lo baciò sulla guancia. «Grazie, Alex.» 

La squadrò scettico. «Non mi hai mai ringraziato tanto come in questi giorni. Il Giappone ti fa male.» 

Lei rise e gli versò del whisky. «Vado a farmi una doccia.» 

Presero a giocare a poker per coinvolgere anche Alex, che semplicemente li stracciò. Commentò che le loro espressioni erano facili da decifrare, poi si soffermò sull’accappatoio di Kira appoggiato ad una sedia, si alzò e glielo portò in bagno. 

«Voi in America siete davvero diversi», commentò Ayame, completamente rossa in volto. 

Alex corrugò la fronte, poi roteò gli occhi. «Immagino non sia normale portare l’accappatoio ad un amico per voi.» 

Eita scosse il capo, mentre sentivano l’acqua della doccia spegnersi. Dopo pochi istanti Kira gridò ad Alex di portarle dei vestiti. 

«Non è normale neanche girare in accappatoio?» 

Tutti scossero il capo e lui si alzò con un sonoro sospiro, commentando che avevano delle mentalità davvero diverse. «Cosa vuoi?» urlò poi mentre apriva un cassetto. 

«Quello che vuoi!» fu la risposta di Kira. 

Le portò i vestiti, guardando da un’altra parte, perché di certo non poteva dire che per lui fosse la normalità vedere Kira nuda. 

Si risedette per finire la partita e scoppiò a ridere quando lei uscì dal bagno urlando, a metà fra il divertito e l’arrabbiato, chiedendogli che cosa le avesse preso.

Era uno dei completi che più amava di lei: camicia a scacchi, pantaloncini e calze a rete. Uno che sapeva non rientrare nella sua idea di “vestiti da casa”. 

«Mi hai detto tu di prendere quello che volevo.» 

Kira sbuffò, si guardò allo specchio, poi si bloccò come folgorata. «Ok, ti porto in un posto che ti piacerà. Però…» Tirò fuori dal cassetto dei pantaloni e una maglia. «Tu ti metti questi.» 

Notò che i pantaloni avevano la stessa trama della sua camicia e che la maglia era nera. «Coordinati?» le chiese divertito mentre si alzava per prenderli dalle sue mani e andarsi a cambiare. 

Quando uscì dal bagno, trovò gli altri che finivano di mettersi le giacche e Kira davanti allo specchio mentre sceglieva gli anelli. Mise un piercing sul labbro e la osservò attraverso il riflesso. «Mi piacerà davvero?» 

«Potrai essere te stesso.» 

«Allora sì.» 

Finì di mettersi gli orecchini e le prese la sigaretta dalle labbra. «Stai fumando troppo oggi.» 

Andarono ad un karaoke, posto per il quale Alex reagì prima con una risata confusa e poi letteralmente si lanciò. Si divertirono per quelle ore, lui fu libero di essere se stesso e non si innervosì neanche per i fan che si assiepavano fuori dalla porta, anzi li salutò e confermò di essere lui. 

Cantò con Kira, costringendola a seguirlo e ad usare la sua voce, che lui amava. Erano sempre in sintonia, sempre si completavano a vicenda. 

Bevvero parecchio, stonò anche diverse volte, ma sempre ridendo, gridò, urlò. Quando crollò su uno dei divanetti e quasi si addormentò, urlò a Kira nell’orecchio che aveva bisogno di un letto.

Lei annuì comprensiva, incapace di trattenere la risata. «Non ti vedevo ubriaco da un po’.» 

Sbuffò mentre recuperava il cellulare e provava a chiamare un taxi, anche se faceva fatica a mettere a fuoco. Kira glielo tolse dalle mani, salutò gli altri e lo aiutò a rialzarsi e si avviarono barcollanti verso il bancone, lasciando dei contanti a caso e chiedendo che gli chiamassero un taxi. 

Aspettarono fuori, ridendo, saltellando per il freddo, mentre la gente li indicava e mormorava. 

Era da quando erano partiti che non vedeva Alex così contento. Si disinteressava completamente dei commenti, anzi, gli faceva piacere essere riconosciuto e più volte rivolse un cenno a chi lo indicava. 

Accennò poi che stava morendo di freddo e abbracciò Kira. 

«Ti avevo detto di portarti giacche più pesanti.» 

«Domani la compriamo», concordò continuando a saltellare sul posto. 

Quando arrivò il taxi, si fiondarono dentro e si scaldarono le mani soffiandoci sopra a vicenda, continuando a ridere. 

Arrivarono in hotel e quasi corsero verso la loro stanza, dove subito si buttarono sul letto, abbandonando a terra giacca e scarpe. 

«Quant’ho bevuto?» domandò Alex ad alta voce, chiudendo gli occhi perché la luce gli dava fastidio. 

Kira spense l’enorme lampada sopra le loro teste, lasciando accesa solo quella piccola vicino al comodino e si accoccolò al suo petto. 

Restarono immobili, fino a quando lui non accennò che aveva freddo e allora osservarono con disappunto le coperte sotto di loro. 

Alex si tirò su per provare a togliersi la maglia, ma si lasciò andare di nuovo ai cuscini, incapace di stare seduto senza un sostegno. Kira rise per quei gesti e poi fece per sfilarsi la camicia, dimenticandosi completamente che cosa indossasse. Finì intrappolata e Alex scoppiò a ridere prima di aiutarla a liberarsi. 

Si appoggiò al suo petto e di nuovo restarono in silenzio, accarezzando il corpo dell’altro. 

«Ok, ora ce la faccio», accennò Alex prima di sollevarsi per togliere la maglia e lanciarla verso una sedia. 

Le slacciò poi il reggiseno, sapendo quanto le desse fastidio dormire con quello e osservò i pantaloni, pensando che non era minimamente in grado di gestire una cintura in quello stato. 

Fece per aiutarlo Kira, ma la fermò accarezzandole il volto e tirandola verso di sé. La baciò delicatamente, si guardarono un istante e poi continuarono, con più foga, di colpo pieni di energia. 

Finirono di spogliarsi e si infilarono sotto le coperte, al caldo, perché non avevano capito come regolare il termostato in quella stanza e la notte si moriva sempre di freddo. Continuarono a baciarsi mentre si stringevano ed esplorarono il corpo dell’altro per la prima volta in tutti quegli anni, in tutte quelle notti in cui avevano dormito abbracciati. 

Si fermarono quando sentirono delle voci fuori dalla porta e si osservarono come se si vedessero per la prima volta. Ad entrambi tornò in mente il loro primo incontro. 

Kira deglutì e fece per allontanarsi, ma lui la fermò, sussurrò di non farlo e la strinse a sé, come faceva ogni notte prima di addormentarsi.


La prima cosa che sentì quella mattina fu un’incredibile voglia di bere e poi il peso della testa di Kira sul suo petto. 

Si stropicciò gli occhi e li aprì a fatica, guardandosi intorno. Notò i vestiti sparsi a terra e, quando incontrò la cintura, i ricordi di quel bacio riaffiorarono istantaneamente. 

Si accorse che stava accarezzando la schiena di lei, nel gesto che compiva ogni mattina. Si bloccò di colpo, sussultando. 

Sentì Kira gemere e lamentarsi per il mal di testa. Si tirò sui gomiti e gli chiese se avessero delle medicine. Alex scosse il capo e si mise seduto. «Kira, ricordi…?» 

Lei sobbalzò e le bastò quello per averne conferma. 

Restarono in silenzio, guardando altro, poi finalmente lui si voltò verso di lei. «Non te l’ho mai voluto dire prima, perché eri solo impegnata a costruirti una vita per poter tornare qui e prendere tuo fratello.» Restò in silenzio, nella sua mente passavano tutte le volte in cui aveva immaginato quel momento, tutti i discorsi che si era preparato, ma realizzò che l’importante era dire solo quelle due parole. «Ti amo.» 

Kira lo fissò incredula, con la bocca leggermente socchiusa. 

«Dal primo momento in cui ti ho sentita. All’inizio pensavo fosse la tua chitarra, che fossi innamorato della tua musica, ma poi più ti conoscevo e più capivo di amarti.» 

Lei non disse nulla, chiuse gli occhi e si appoggiò al cuscino. Capì che stava trattenendo le lacrime. 

«Ok… non era la reazione in cui speravo.» Si alzò per andare in bagno e bere e restò lì a sciacquarsi il volto, a calmarsi. 

Quando uscì, Kira era ancora a letto. Recuperò dei vestiti e tornò da lei, sforzandosi di sorridere. «Siamo in ritardo per le prove, dovremmo andare.» Le passò gli abiti. 

Kira finalmente lo guardò e lo abbracciò. «Scusami.» 

«Cambiati e andiamo. Anzi, io inizio ad andare, ti dispiace?» 

Lei scosse il capo, deglutì a fatica e andò in bagno. Arrivò poco dopo di lui, che aveva avuto parecchie difficoltà a farsi capire dal tassista, a cui alla fine aveva messo il navigatore dal suo telefono. 

Dimenticarono che cos’era successo per quella mattina, fino a quando non si fermarono per pranzare. Si sedettero lontani e lui parlò poco, si isolò con il suo quaderno e prese a scrivere altro, su una pagina bianca. 

Kira capì che non era una canzone perché non cancellò mai nulla. 

Molti definivano il suo metodo di scrittura come puntinista. Alex scriveva una prima bozza e poi sopra quella ripassava almeno altre sette volte e alla fine il risultato erano degli spartiti così pieni di correzioni da risultare fittissimi, con pochissimi spazi bianchi. Solo lei riusciva ad orientarsi in quel marasma.

Suonarono fino a quella sera, correggendo e sistemando i punti che non erano perfetti. Era Kira a guidarli. Alex si limitava ad osservare lei e il microfono. Seguiva la sua chitarra, si adattava a quella, come aveva sempre fatto nel caso delle collaborazioni. 

Fu in albergo che lesse quello che aveva scritto, mentre lui si faceva un bagno. 

Era dolce, come lo era solo con lei. Era una lettera per lei, in cui le chiedeva di dimenticare quello che le aveva detto quella mattina, di concentrarsi solo su suo fratello e di essere felice. Le aveva scritto che amava il suo sorriso di quei giorni, che non credeva che sarebbe potuta diventare ancora più bella e la supplicava di non cambiare atteggiamento con lui. Le garantiva che avrebbe saputo gestirla, esattamente come aveva fatto per tutti quegli anni. 

Andò da lui stringendo la lettera e piangendo. Lo trovò mentre fumava in ammollo, guardando il soffitto. 

«Ora esco.» 

Tirò su col naso e lui subito abbassò il capo, allarmato. 

«Come posso fingere che non provi nulla?» 

Alex imprecò, le chiese di voltarsi e uscì dalla vasca. L’abbracciò dopo essersi messo l’accappatoio e le sussurrò che non voleva che qualcosa cambiasse tra loro. 

«L’ho capito, ma…» 

«No.» La fece voltare. «Kira, no. È un problema mio, me lo gestisco io.» 

Kira lo baciò, mentre le lacrime continuavano a lasciare i suoi occhi. Lui la guardò incredulo. «Alex, ti amo anch’io, ma… non ora. Non è il momento.» 

«Perché?» 

«Perché tra poco tornerò a casa e chissà quando rivedrò mio fratello, non…» 

Alex la baciò con trasporto e appoggiò la fronte contro la sua. «Non starò in mezzo. Comportati esattamente come hai fatto in questi giorni. Stai con lui quanto vuoi. Io e te staremo insieme la notte.»

«Sei troppo buono», mormorò lei prima di abbracciarlo e stringersi contro il suo petto, appoggiando il volto sulla sua pelle nuda, respirando il profumo dolciastro del bagnoschiuma. 

«Mia colomba…» mormorò Alex sorridendo, baciandola sul capo. «Non è un buon motivo per piangere questo. Kira, me lo ridici?» 

«Cosa?» domandò allontanandosi appena, asciugandosi le lacrime. 

«Ti amo.» 

«Ti amo», rispose sorridendo, felice. 

L’aveva realizzato leggendo quella lettera, rendendosi conto di non voler tornare a quello che era sempre stato il loro rapporto, a quell’amicizia che tutti definivano strana ed equivoca. 

Alex sorrise e le indicò la vasca. «Ti fai un bagno con me?» 

«Sei qui da mezz’ora», gli ricordò sorridendo. 

Le sfilò la maglietta sbuffando. «Non rompere le scatole e vieni con me.»

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