Capitolo 3

Era da un paio di giorni che, quando rientrava, trovava Alex in videochiamata con qualche suo amico. Di solito a casa non li sentiva mai, neanche in tournée si sforzava di chiamarli, ma era evidente la sua nostalgia per un mondo in cui capisse tutto quello che veniva detto. 

Gli si sedette accanto e salutò Jax, che con calore le chiese quando sarebbero tornati. 

«Ah… non lo so, non fra molto. Hanno quasi finito di montare il video.» 

Erano in Giappone da quasi due mesi. Quello che doveva essere il viaggio di una settimana, era diventato molto di più. Avevano deciso di trasferirsi in un appartamento, perché erano stanchi di mangiare fuori imbacuccandosi o ordinando il servizio in camera. E soprattutto perché Alex era stanco della cucina giapponese. 

Chiusero la chiamata e lui la baciò sorridendo. «Andata bene oggi?» 

Annuì entusiasta. «Siamo stati in una piazza dove andavamo sempre da bambini… quanti ricordi! Hai preparato la cena?» 

«Sì, è sul tavolo.» 

Trovò degli hamburger e sbuffò divertita. «Sei proprio americano.» 

Alex rise mentre toglieva il coperchio dal vassoio. «Giuro che domani faccio altro.» Mangiarono raccontandosi che cos’avessero fatto quel giorno, discutendo di una nuova canzone che era uscita, poi lui improvvisamente le chiese quando sarebbe uscito il video.

Leggeva l’impazienza di tornare a casa dai suoi occhi. 

«Settima prossima», rispose distogliendo lo sguardo. 

Alex riprese a mangiare soddisfatto, parlò praticamente da solo e alla fine decise di non voler più fingere di non capire che c’era qualcosa che non andava. «Che hai?» chiese mentre sparecchiava. 

Sospirò e gli andò accanto, fermandolo dal lavare i piatti per poterlo guardare. «Alex… non torno in America.» 

Lui restò per qualche istante fermo, confuso. Vide la comprensione farsi lentamente strada sul suo volto, osservò i suoi occhi che si spalancavano increduli. «Cosa?» le chiese infine, forse sperando di aver capito tutt’altro. 

«Voglio restare con Eita.» 

Alex indietreggiò, poi andò verso il bagno, l’unica altra stanza di quel monolocale. 

«Non scappare», accennò debolmente. 

Alex si fermò e si girò, furioso. «Da quanto ci stai pensando?» 

«Un mese.» 

Lui spalancò gli occhi e spontanea gli nacque una risata nervosa. «Da quando ti ho detto che ti amo?» 

Annuì, incapace di dire qualcosa. 

«Hai già deciso?» 

Di nuovo si ritrovò ad annuire. 

Alex tirò fuori il cellulare e si sedette sul letto. 

«Cosa fai?» 

«Cerco un volo per tornare a casa.» 

Lo guardò sconvolta. 

«Cosa?» domandò lui con aria di sfida. «Vuoi che resti ancora qui, rinchiuso, per prolungare quest’agonia? Che senso ha che io resti?» 

«Ti prego…» mormorò afflitta. 

Lui rise ancora. «Hai pensato a noi?» 

«Potremo sentirci e vederci e…» 

«No. Non me ne frega nulla di quello. Hai pensato al nostro gruppo? Come la vuoi gestire?» 

Kira si ritrovò a chinare il capo. «Sarebbe difficile…» 

«Vuoi lasciar perdere tutto quello che hai costruito in questi dieci anni?» domandò lui, incredulo. «Perché non me ne hai parlato prima?» 

«Perché avevo paura della tua reazione…»

Alex sbuffò ironico, afferrò la giacca e uscì di getto, furioso. Andò a caso, conosceva poco del circondario. Si ritrovò nel parco, l’unico posto che conoscesse davvero e camminò, incapace di fermarsi, mentre le lacrime gli rigavano il volto. 

Mai avrebbe pensato di dover rinunciare a Kira. Era l’altra metà della sua voce, detestava cantare senza di lei. Gli sembrava strano farlo sotto la doccia, non poteva neanche concepire come sarebbe stato non farlo mai più. 

Il respiro gli accelerò per quel pensiero. Si appoggiò ad un albero per provare a calmarsi, ma non ce la fece. A stento sentiva la pioggia che lo colpiva. Si ritrovò piegato in due e poi svenne. 

Era solo quando rinvenne, bagnato fradicio. Tossì mentre si rialzava e tornò indietro. 

Fu quando si ritrovò davanti alla porta dell’appartamento che ricordò perché se ne fosse andato, perché fosse svenuto. Prese un respiro profondo e bussò, accorgendosi di non avere le chiavi. 

Kira gli aprì subito e lo abbracciò piangendo. «Dove sei stato?» 

Andò in bagno per togliersi i vestiti. «Al parco… sono svenuto», ammise dopo qualche istante. «Quanto sono stato via?» 

Kira lo raggiunse e controllò subito se avesse dei segni sul volto. «Due ore…» 

«Scusami.» 

Lei aprì in fretta l’acqua della vasca e lo aiutò a spogliarsi. «Alex, mi dispiace, dovevo parlartene…» 

«Kira, no… non ora, ti prego. Lasciami solo.» 

«Alex…» 

«No», affermò in quel modo categorico che non ammetteva repliche, a cui nessuno era in grado di opporsi. Quindi uscì dal bagno e si sedette sul letto, stringendosi le gambe contro al petto, piangendo, ma trattenendo i singhiozzi, perché non era giusto che lui la sentisse. 

Alex uscì dopo un po’ e le si sedette di fronte, sforzandosi di sorridere. «Quanto vuoi che resti?» 

Lo guardò incredula. 

«Forse sarà l’ultima volta che ci vediamo…» Chiuse gli occhi e prese un respiro per costringersi a mettere da parte quel pensiero, a non assimilarlo davvero. «Non voglio che sia così il nostro addio.» 

«Non posso darti una data…» 

Lui annuì e l’abbracciò. «Ti amo, mia colomba. Mi hai completato… grazie di tutto quello che hai fatto per me.» 

Si era sforzata di non piangere, ma non riuscì più a trattenersi. Perché le sue braccia erano calde, perché era lì che si era sempre rifugiata quando era giù di morale, perché era lì che amava stare.


Alex se ne andò il giorno dopo l’uscita del video. Bevvero e festeggiarono tutta la sera con i Nami, si mostrò cordiale, partecipe. Volle lui stesso rivedere il video più volte. 

E poi al mattino scoprì che era sparito, che aveva portato via tutte le sue cose nel silenzio più assoluto e che non aveva lasciato traccia di sé. 

Perché Alex era così, non era attaccato agli oggetti, non era come lei che avrebbe anche solo voluto una sua sciarpa o un suo anello come ricordo. Si ritrovò a piangere e istintivamente prese il cellulare per chiamarlo, ma si bloccò. Come poteva farlo? 

Cercò allora Eita, che venne da lei dopo una ventina di minuti, correndo trafelato per le vie di Tokyo, fra la gente che lo guardava come se fosse stato pazzo. 

Kira pianse tutta la mattina, continuando a chiedersi se avesse preso la scelta giusta e ascoltando per ore le loro canzoni, concentrandosi sulla sua voce, su quello che non avrebbe più sentito, su quello che aveva perso.


Stavano giocando a mahjong, uno dei loro passatempi serali, quando tutti loro si bloccarono riconoscendo una voce inconfondibile alla radio. 

Takibi fece per spegnerla, ma Kira lo bloccò con una presa ferrea, salda, senza guardarlo, gli occhi puntati sullo stereo. 

Era una canzone piena di rimpianto, che trasmetteva tristezza, con uno stile completamente diverso da quello dei Crow and dove. Perché le loro canzoni erano sempre state pura energia, desiderio di rivalsa, di distruggere ogni barriera e ricostruire quel mondo. 

Quella canzone era una delle poche che Alex avesse scritto per esprimere quello che provava. Riconosceva la sua dolcezza, quella caratteristica con cui nessun’altro l’avrebbe mai descritto. 

Si ritrovò a fissare lo schermo del suo cellulare quando fu finita, afflitta. 

Ayame sospirò con fare melodrammatico e commentò dicendo: «L’avrà scritta per convincerti a tornare». 

«No… Alex non è così. Se avesse voluto farlo, mi avrebbe chiamata.» 

Nessuno riusciva mai a inquadrarlo davvero. Alex aveva la capacità di apparire diverso con chiunque parlasse. Solo con lei si era mostrato per quello che era davvero e ci aveva messo anni a farlo. 

Si alzò per recuperare una birra e si accese una sigaretta, per provare a calmarsi. Non riusciva neanche a credere che avesse pubblicato una canzone come quella. Cos’aveva fatto al corvo? 

Takibi la raggiunse e le poggiò una mano sulla spalla. «Tutto bene?» 

Annuì chiudendo gli occhi. «Lo sentirò.» 

«Non dovresti», replicò Eita scrutandola. 

«Devo comunque dargli il mio nuovo indirizzo per farmi spedire la mia roba.» 

«Mandagli solo quello», affermò Reiko prima di scuotere il capo. «Ho avuto parecchie relazioni tossiche, Kira, segui il mio consiglio: meno lo vedi e lo senti, meglio è.»

Avrebbe voluto ribattere che la loro non era mai stata una relazione tossica, ma l’aveva già fatto un’infinità di volte e alla fine si era chiesta perché dovesse difendersi e giustificarsi con persone che neanche conoscevano Alex. 

In quei mesi gli aveva raccontato qualcosa di loro, della loro vita, e nelle loro teste si era sempre più rafforzata la convinzione che Alex fosse egocentrico ed egoista. Probabilmente perché non aveva mai voluto svelargli le sue debolezze, non aveva mai parlato di tutti i momenti in cui l’aveva cercata e dei suoi svenimenti. Perché non poteva esporre ad altri l’Alex che solo a lei si era mostrato davvero.


– Sarà fuori città dal 13 al 17. Sei davvero sicura di volerlo fare? 

Kira si morse il labbro mentre leggeva quel messaggio. Aveva scoperto che Alex sarebbe stato ospite di un concerto a Las Vegas e aveva chiesto a Carol di dirle quando non sarebbe stato in casa, per poter recuperare le sue cose. 

Non se l’era sentita di dargli il nuovo indirizzo, non voleva che pagasse la spedizione di tutte le sue cose. 

Quando arrivò davanti alla porta della loro casa, le lacrime furono ai suoi occhi, perché non avrebbe mai più potuto definire quel posto come casa sua. 

La prima volta che si era trovata lì, era stata eccitata ed elettrizzata dall’idea di vedere la casa di Alex Drade, di essere stata invitata da lui stesso per discutere di una possibile collaborazione. C’era rimasta per due giorni, erano crollati addormentati sul divano. E dopo un mese, lui l’aveva convinta a trasferirsi. 

Takibi le mise una mano sulla spalla per darle sostegno e lei rivolse a tutti un sorriso tirato. L’avevano accompagnata per aiutarla a mettere tutto via il più velocemente possibile. Una parte di lei avrebbe voluto essere sola in quel momento, per poter soffermare gli occhi su qualunque oggetto, per poter prendere una delle sue maglie, abbracciarla e lasciarsi scivolare così nel sonno. Ma aveva accettato il loro aiuto, perché sapeva che altrimenti sarebbe rimasta lì ad aspettarlo. 

Aprì la porta e si stupì che lì dentro nulla fosse cambiato. L’ampio salone era così come lo ricordava, con il divano borgogna a semicerchio ad occuparne il centro, ad un livello più basso del resto della sala, per non nascondere le ampie vetrate che davano sull’oceano. 

Amava quella vista. Amava stare lì in veranda in inverno a bere cioccolata, stretta sotto una coperta con Alex che cantava. 

Sentiva gli altri parlare e commentare increduli quell’enorme casa e poi sentì l’ultimo dei rumori che avrebbe voluto sentire. 

«Mi sembrava strano che Carol insistesse per sapere quanto sto via.» 

Girò lentamente la testa e incontrò Alex sull’uscio della porta della sua camera, che l’analizzava con un misto di rabbia, superiorità e gioia. 

«Non volevo vederti», ammise con un sospiro prima di voltarsi verso la cucina. «Sono qui per prendere le mie cose.» 

«Sì, immaginavo. Lascia le chiavi quando te ne vai.»

Lui tornò in camera e lei si diresse verso le ante della cucina, per prendere quegli oggetti che negli anni aveva comprato e che sapeva non interessare ad Alex. 

L’aiutò Eita a riporli dentro degli scatoloni e avevano finito le ante superiori quando Alex uscì dalla camera e andò in veranda. 

Voltò il capo verso di lui, incapace di trattenere un sospiro. «Dannazione, Carol…» si ritrovò a mormorare. 

Lo osservò mentre si appoggiava alla staccionata per osservare il panorama. Sapeva quanto fosse arrabbiato, lo capiva dal fatto che stava fumando così presto e dai tremori della sua mano. 

«Vado a parlargli.» 

«Ne sei sicura?» chiese Takibi con aria scettica. 

Annuì. «Devo. Lui mi aveva regalato un addio senza dolore, non posso lasciarlo così.» 

Si sistemò accanto a lui, che sembrò ignorarla mentre continuava a fumare. 

«Alex, mi dispiace. Mi sento in colpa nei tuoi confronti e non volevo vederti.» 

«Hai fatto una scelta. Se ti senti in colpa, hai sbagliato qualcosa.» 

Notò che era dimagrito, che i suoi zigomi erano ancora più marcati. «Stai mangiando?» 

«Non facciamo questa scenetta patetica in cui ti preoccupi per la mia vita. Ti avrei spedito tutto.» 

«Lo so, ma non volevo lo facessi.» 

«Lo sai che gli oggetti non hanno alcun valore per me.» 

Si appoggiò alla sua spalla. «Mi dispiace.» 

Alex finalmente la guardò, sospirò pesantemente e si allontanò per osservarla. «Come stai?» 

«Bene, tu?» 

«Cosa fai per vivere?» 

Scrollò le spalle. «Suono nei locali.» 

Lui corrugò la fronte perplesso. «Tu?» 

«Senza cantante non vado da nessuna parte.» 

Lui scosse il capo e aspirò una lunga boccata. «Trovatelo. Non sprecare il tuo talento.» 

«Ho sentito la canzone…» 

«Parto domani. Tra poco esco, così puoi andare in camera e prendere i tuoi vestiti senza avere me tra i piedi.» 

Chiuse con forza gli occhi, provando a trattenere le lacrime. «Non farlo…» 

«Cosa?» domandò lui stizzito. «Devo rispondere alle tue domande e parlare di quello che vuoi tu? Kira, sto da schifo, mi manchi e non hai idea di quanto ci ho messo a incidere quella canzone, perché mi faceva sempre schifo senza di te. E tu ti presenti qui, come se fossi un ladro, in un giorno in cui credevi che io non ci sarei stato per portare via la tua roba. Vuoi davvero che sia così il nostro ultimo incontro?» 

Lei scosse il capo, gli occhi ancorati a terra. «Mi dispiace, Alex. Non volevo affrontarti.»

«E quindi dovevo tornare a casa e trovare tutto vuoto di punto in bianco, prendendomi anche un infarto all’idea che mi fossero entrati i ladri in casa?» 

Chiuse gli occhi. «Non ci avevo pensato.» 

Alex sbuffò, distolse lo sguardo e restò qualche istante ad ammirare le onde. «Oltre al lavoro? Come va?» 

«Bene. Sto recuperando il rapporto con Eita, sono davvero felice e…» Alzò il capo. «Sto con Takibi.» 

Alex scoppiò a ridere, reazione che la lasciò di stucco. Si tenne al cornicione e continuò imperterrito, mentre lanciava occhiate all’altro per studiarlo. Poi si asciugò le lacrime e provò a calmarsi. «Scusa, non…» Aspirò del fumo per prendere tempo. «Sono felice che tu ti stia ricostruendo una vita.» 

«Tu?» domandò incerta. 

Alex scosse il capo, divertito, e rientrò in casa. «Torno questa sera. Voi quando partite?» 

«Il 17», gli rispose arrossendo, perché davvero si sentiva come un ladro. 

Lui sbuffò. «Torno il 16. Avete un posto dove stare?» 

«Da Jax.» 

Alex arcuò un sopracciglio. «Devo rivedere i miei amici. Potete stare qui. Da Jax non c’è abbastanza spazio per tutti voi.» 

Kira chinò il capo. «Non devi.» 

«Magari ci salutiamo in un modo migliore, che ne pensi?» domandò retorico prima di tornare in camera.


Alex tornò dopo mezzanotte con dei sacchetti in mano. Quando aveva in programma di stare via per più giorni, andava sempre a fare una di quelle commissioni che si trascinava dietro per settimane. 

Da quello che poteva vedere, intuì che quella volta aveva deciso di rifornire il mobiletto degli alcolici e aveva scelto le lampade per la veranda. 

Alex la scrutò confuso quando trovò solo lei sul divano. 

«Il jet lag.» 

Lui annuì comprensivo e iniziò a sistemare le bottiglie. «A che punto sei?» 

«Mancano le cose in camera.» 

«E le chitarre», completò Alex osservando la parete dietro di lei. 

«Vuoi che te ne lasci qualcuna?» 

Lui scosse il capo. «Non mi attacco a queste cose, lo sai.» 

Annuì e gli fece segno di sedersi accanto a lei. Alex tentennò prima di raggiungerla, poi sembrò rassegnarsi. Le fu accanto e prese a togliersi gli anelli. 

«Mi manca dormire con te.» 

Lui la guardò divertito. «Takibi non è geloso?» 

«Non sa che dormivamo insieme.» 

Alex le si avvicinò all’orecchio, provocatorio. «Neanche che sei stata nuda fra le mie braccia per nove anni?» 

Gli accarezzò il petto, sorridendo, abbandonandosi a gesti che le sembravano appartenere ad un’altra vita. 

Alex la osservò in silenzio, poi posò la fronte contro la sua. «Come sei conciata?» 

Capì che si stava riferendo ai suoi vestiti anonimi e al trucco leggero. «Il Giappone mi sta cambiando.» 

«Ti sta censurando. Dov’è la mia Kira?» 

Si guardò intorno, soffermandosi sui ricordi che ogni singolo oggetto le dava e poi i suoi occhi si bloccarono su una delle loro fotografie di un concerto. «È rimasta tra queste pareti.» 

Alex la baciò sulla guancia. «Allora sii mia finché sarai qui, mia colomba.» 

Lo scrutò incerta. «Ci farà male.» 

«No.»


Dovette fermarsi un’infinità di volte mentre riponeva i vestiti nelle scatole. Era arrivata in America con pochissime cose e non ne restava più nessuna. Tutto quello che aveva l’aveva preso lì, con Alex, tanti abiti glieli aveva regalati lui stesso per costringerla ad uscire dalla mentalità giapponese della vergogna e del pudore. 

La prima volta si era fermata perché tutti le avevano chiesto perché avesse delle cose dentro la camera di Alex, visto che si erano messi insieme in Giappone. Takibi in particolare aveva insistito per avere una spiegazione. 

«Dormivo con lui», sbottò infine, esausta da quelle domande che reputava inutili. 

Takibi si mostrò risentito. L’unico che sembrò capirla un minimo fu Eita, perché con lui si era davvero aperta su Alex. Le erano sfuggiti molti dettagli in quei giorni in cui riusciva solo a fermarsi e a piangere perché non avrebbe più avuto il corvo nella sua vita. 

Chiuse l’ultima scatola dei vestiti e osservò il comodino. C’era una candela, l’aveva presa sotto lo sguardo perplesso di Alex, che non capiva il senso di comprare qualcosa di così elaborato se poi veniva distrutto. Un tempo era stata un cilindro dei colori del tramonto, ma in quel momento restava solo la parte finale di un prepotente rosso scuro. 

“Questa ti ricorderà di noi due? Ti ricorderà di quella sera in cui è saltata la corrente e questa è stata l’unica cosa a farci luce? Ti ricorderà di quando abbiamo scritto Dawn?” 

Lasciò quel bigliettino con un sospiro e aprì i cassetti per prendere i libri. 

Entrò Takibi per chiederle se avesse bisogno di aiuto. 

«No, ho quasi fatto.» 

«Bene, stiamo cucinando. Domani cosa vuoi fare?» 

«Saluto i miei amici… non siete costretti a venire, potete girare per la città.»


Quando rientrarono, restarono sorpresi a fissare Alex seduto sul divano mentre scriveva. Non sapevano neanche perché, ma erano tutti convinti che sarebbe tornato quella sera. 

Indossava solo dei pantaloni e una vestaglia di seta, la metteva spesso dopo i viaggi. 

Kira gli andò accanto con un sorriso. «Com’è andato il concerto?» 

«Come tutti quelli da quando sono senza musicista. Col piano che vuoi fare?» 

Kira osservò il pianoforte mentre si toglieva la giacca. «Non saprei neanche come portarlo e spedirlo costerebbe un sacco. Puoi tenerlo tu?» 

Lui la scrutò dubbioso. «E che dovrei farmene? Chiedo a Phil di spedirtelo, dammi l’indirizzo.» 

Glielo scrisse su un pezzo di carta e lo ringraziò riconoscente. Era affezionata a quel pianoforte, era con quello che aveva scritto le sue canzoni preferite. 

«Mi suoni The smile?» 

Gli sorrise e lo abbracciò. «Tu me la canti?» 

Alex annuì dopo un’eternità, come se gli costasse fatica, come se farlo fosse una delle cose più difficili che avesse mai fatto. E fu davvero così per entrambi, perché avvertivano qualcosa che gli dilaniava il petto ad ogni nota. 

Quando fu finita, restarono entrambi in silenzio, immobili. Anche gli altri non fecero nulla, come se avessero potuto profanare un momento sacro con qualunque parola o gesto. 

Alex poi si allontanò dal pianoforte, rapido, fece per andare in camera, ma il senso di oppressione al petto lo colse a metà strada, costringendolo ad appoggiarsi contro la parete. 

Kira lo raggiunse e lo sostenne per evitare che cadesse. Gli sussurrò di calmarsi, glielo disse con il tono che sapeva placare le sue paure. Ma quella volta il terrore era che non avrebbe più suonato con lui, che non avrebbero più avuto quei momenti. 

Svenne e lei riuscì a sorreggerlo e ad accompagnarlo a terra. «Eita, c’è una boccetta in uno dei cassetti del tavolino, me la porti?» 

Il fratello scattò per eseguire, allarmato, e confuso perché il fatto che la sorella fosse così tranquilla gli fece capire che quella non era la prima volta che accadeva. 

Kira passò la boccetta sotto il naso di Alex, che rinvenne quasi subito. La guardò appena, si rimise a sedere tenendosi la testa fra le mani. Kira provò a sostenerlo, ma lui la fermò. 

«No.» 

«Alex, fatti…» 

«Lasciami stare.» 

Fu costretta ad allontanarsi, mentre sentiva il cuore creparsi. Alex si prese la testa fra le mani, respirò profondamente, eseguendo gli esercizi che gli avevano prescritto in quei casi, poi si alzò e si chiuse in camera. 

«Succede spesso?» domandò Eita. 

Scosse il capo e andò in veranda a fumare, per nascondere le lacrime e la preoccupazione. Quelle sarebbero state le ultime ore in cui sarebbe potuta stare con lui. 

Alex arrivò dopo un’infinità, fissò confuso le panche vuote e poi la notò seduta a terra sotto le finestre, così da nascondersi a tutti. Le si sedette accanto e l’abbracciò. «Scusami.» 

Lo baciò sulla guancia. «Come stai?» 

«Male, Kira. L’idea di…» Chiuse gli occhi, prese un respiro profondo e si voltò. 

Aveva gli occhi dello stesso colore dell’oceano che si vedeva da casa sua. Ogni giorno erano identici e quella caratteristica l’aveva sempre affascinata. E poi anche il suo stato d’animo era come l’acqua. Era agitata in quel momento, vedeva le onde infrangersi sugli scogli, così come vedeva il tormento negli occhi di lui. 

«Mi dispiace.» 

Alex tornò a guardare lei, posò la fronte contro la sua e chiuse gli occhi. «Sii felice delle tue scelte.» 

Restarono lì fermi mentre il sole calava, mentre il mondo si tingeva di rosso e si accendevano le lampade nuove. 

Alex si voltò solo allora per osservarle. «Ti piacciono?» 

«Sì, sono belle.» 

Lui si alzò e l’aiutò a tirarsi su, poi l’abbracciò e le accarezzò delicatamente la schiena. «Buon viaggio, Kira.» 

Sussultò e, mentre lui si allontanava, realizzò che se ne sarebbe andato, per evitarle di nuovo un addio. Fece per fermarlo, ma le sue dita non lo raggiunsero ed Alex rientrò in casa e uscì rivolgendo appena un cenno del capo agli altri.

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