Capitolo 4

Aveva perso una scommessa ed era finito a fare da giudice in un programma di talenti musicali. Era stata colpa sua, non gli avevano detto cosa ci fosse in palio e lui non si era di certo aspettato che a quella festa partecipasse uno dei produttori del programma. 

E così, ecco lì Alex Drade, seduto su una poltrona almeno comoda, stremato, con ore di canzoni e voci dal dubbio gusto e ritmo musicale. 

Gli altri giudici lo prendevano in giro quando si alzava per sgranchirsi i muscoli. Loro erano veterani di quel programma, erano abituati a tutte quelle ore. 

«Come fate a sopportare tutto questo?» chiese sconvolto, dopo l’ennesimo incapace in cerca di fama. 

Calliope scoppiò a ridere, gli disse che quei personaggi cercavano la gloria dei provini pessimi, che preferivano diventare famosi per essere dei disastri naturali. 

«Non ha senso», inveì spontaneamente, sentendo nostalgia del suo divano e del suo stereo. 

In quelle ore scoprì anche che l’apparenza ingannava, che persone trasandate o con assurdi costumi avevano davvero del talento, così a un certo punto decise di girare la sedia, per non farsi condizionare dai suoi occhi. 

Erano gli altri a spiegare il suo comportamento e a garantire che si sarebbe voltato per salutare. A volte lo faceva, quando erano decenti. 

Poi arrivò quello che venne presentato come un chitarrista. Si innamorò immediatamente di quelle note, di come pizzicava le corde e lentamente capì chi fosse, quando riconobbe The smile, una canzone che da quattro anni non cantava più per provare a dimenticare Kira. 

Si alzò e si voltò e quasi non ci credette di vederla lì sul palco, seduta su uno sgabello mentre suonava una chitarra classica. Vedeva il suo sorriso e i suoi occhi commossi. Pensò che fosse bellissima.

I suoi piedi si mossero verso il palco e salì per andarle accanto e prese a cantare, ad accompagnarla. Aveva dimenticato che cosa volesse dire sentirsi di nuovo completo, aveva dimenticato come fosse davvero la sua voce. 

L’abbracciò quando finirono la canzone, la strinse con forza e Kira lo salutò con un debole sussurro, perché solo lui potesse sentirla. 

Tappò il microfono. «Immagino tu non sia qui per partecipare.» 

Lei scosse il capo con un sorriso. «C’è la band di mio fratello. Io volevo salutarti.» 

Si voltò verso il pubblico e i giudici e si inchinò così come facevano alla fine di ogni concerto. «Kira Endo, la colomba.» Si voltò verso di lei. «Aspettami in camerino.» 

Kira annuì con un sorriso e lui la osservò andare via, incapace di staccare gli occhi da lei. 

«I Crow and dove!» li presentò Jack, un altro dei giudici del concorso e, mentre Alex tornava alla sua poltrona, il pubblico li applaudì. 

Restò eccitato ed elettrizzato per il resto dei provini, a stento si accorse di quando suonarono i Nami, lo capì riconoscendo l’accento giapponese. Tutto quello che voleva era andare da Kira.

Scattò in piedi quando lo staff annunciò che erano finiti i provini per quel giorno e corse da lei, euforico e allo stesso tempo agitato, chiedendosi se l’avesse aspettato per tutto quel tempo. 

Quando la trovò, quasi gli venne da piangere. L’abbracciò con trasporto, incredulo che davvero fosse lì, e poi la baciò, perché non aveva mai smesso di pensare a lei, perché quello che voleva davvero era sentire di nuovo la sua pelle contro la sua, amarla. 

Kira lo strinse e si allontanò per riprendere fiato, accaldata. «Mi sei mancato.» 

«Ti amo.»


Accarezzò la schiena nuda di Kira incapace di trattenere il sorriso. Erano nella camera dell’hotel. Vi avevano passato tutta la sera precedente, neanche avevano cenato, incapaci di allontanarsi dall’altro. 

Gli aveva raccontato che aveva trovato un cantante, che era abbastanza decente, che con lui suonava a diversi festival, e che aveva lasciato Takibi poco dopo essere tornata in Giappone, perché non poteva più fingere di non amarlo. 

Avevano passato quegli anni pensando all’altro, chiedendosi se ci fosse qualcuno a scaldarlo la notte. 

Kira si svegliò e subito alzò il capo, per avere conferma di non aver sognato. Gli sorrise e lo baciò. «Tra quanto devi andare?» 

«Vieni con me.» 

Lo scrutò interrogativa. 

«Fai il giudice anche tu con me. Dividiamo il mio compenso, se vuoi te lo do anche tutto, non me ne frega nulla.» 

Kira gli sorrise, poi si morse il labbro. «Cavolo, mi piacerebbe… Adoro Jack Tales.» 

Alex si alzò per prepararsi. «Avviso la produzione. Preparati.» 

Kira storse il naso. «La mia valigia è in un altro albergo…» 

«Prendi i miei vestiti. Faccio andare qualcuno a prendere le tue cose e portarle qui.» 

«Hai portato la camicia tartan rossa?» Annuì. «E i pantaloni?» 

La squadrò perplesso. «Non ti stanno.» 

Kira frugò nei cassetti e gli passò i pantaloni e una maglia nera. «Tu ti vesti così.» Recuperò poi la camicia e i suoi pantaloncini neri. «No?» 

Alex la baciò. «Non hai idea di quanto sia felice.»


I giudici accolsero Kira con calore, le chiesero che fine avesse fatto e se sentisse nostalgia di Alex. 

«A chi non mancherebbe?» chiese lei retorica lanciandogli un’occhiata. 

Non aveva mai detto a nessuno che lei era rimasta in Giappone per il fratello o che si amavano, non aveva mai voluto raccontare di lei, non aveva mai voluto ricordarla. Chi gli era più vicino aveva accettato il suo silenzio, la stampa si era vista costretta a farlo dopo la terza intervista che aveva abbandonato appena si era sfiorato il suo nome. 

«Tornate a suonare insieme?» chiese Calliope. 

«Tra quanto iniziano i provini?» domandò Alex cambiando volutamente argomento. 

Non ne avevano parlato, come se entrambi avessero paura di farlo, di scatenare di nuovo la tristezza che li aveva accompagnati in quegli anni. 

«Tra dieci minuti», rispose Rosaline. «Kira, tu hai intenzione di guardarla in faccia la gente o fai come lui?» 

Kira scoppiò a ridere, incontrollata. Quanto gli era mancato ogni suo gesto! «Li guarderò. A differenza di Alex, guardo anche altro rispetto al mero talento.» 

«Cosa c’è di più importante?» le chiese confuso. 

«La presenza scenica.» 

Lui si ritrovò, svogliatamente, a darle ragione. «Va bene, tu valuti quello.» 

Arrivò lo staff per portargli una cartellina con diversi fogli bianchi, così che potessero prendere appunti. 

Era il terzo giorno dei provini e gli sembrò volare con Kira accanto a lui. Continuavano a parlare, scambiarsi opinioni e, nelle pause più lunghe, si raccontavano aneddoti di quegli anni. 

Durante il pranzo, le chiese di suonargli qualcosa e si abbandonò con gli occhi chiusi ad ascoltarla. Li riaprì solo quando lei posò la chitarra e si mise cavalcioni su di lui. «Sei stato con altre?» 

«Percepisco gelosia?» 

Kira sbuffò, perché aveva sempre saputo che non le avrebbe risposto, anche se non fosse successo. 

Alex le accarezzò la schiena e mormorò che la candela era ancora sul comodino. Rimase lì, incredula che si fosse ricordato di un oggetto, che gli avesse davvero dato un significato. 

Aprì delicatamente la camicia e percorse con le labbra il profilo del suo seno, facendola gemere. Alzò il capo per guardarla. «Ce ne andiamo?» 

«Non possiamo.» 

Lui sbuffò. «Perché devi sempre essere quella brava dei due?» 

«Perché sono la colomba.» 

La fece stendere sul divanetto e la baciò mentre si sistemava sopra di lei. «Non riesco ancora a credere di poterti stringere di nuovo.» 

Kira gli accarezzò il volto. «Io sono stata con altri.» 

Alex si rialzò con un sospiro. «Stai con qualcuno ora?» 

«Non ho detto di aver avuto delle relazioni stabili. Tu?» 

«Hai lasciato stare il pudore giapponese?» 

«Mi mancava essere la colomba.» 

Alex bevve dell’acqua e la osservò per tutto il tempo. 

«Cosa?» 

«Vorrei che fossi nuda.» 

Si ritrovò ad arrossire per quella richiesta completamente inaspettata e lui sorrise vittorioso prima di voltarsi verso la porta che si stava aprendo, lasciando entrare uno dei tecnici che li avvisava di dover ritornare.


Non riuscì a trattenere un gesto di stizza quando Kira gli annunciò che i Nami sarebbero venuti a trovarla in hotel, perché volevano vedere come fosse la suite di un albergo americano. 

Reagì in quel modo perché era evidente che Kira non sarebbe rimasta con lui alla fine di quel talent, che sarebbe tornata in Giappone con il fratello, e si chiese perché dovesse condividere il poco tempo che gli restava con altri che probabilmente avrebbero avuto una vita intera per vederla. 

Non parlavano mai del suo rientro, non avevano mai osato affrontare l’argomento. Andavano avanti vivendo al massimo ogni giorno, ma ogni tanto il pensiero che presto tutto sarebbe finito lo coglieva impreparato. Andava in bagno in quei momenti, approfittava di quella scusa per provare a calmare il respiro e ripetersi che era lì con lui. 

Aveva imparato con gli anni a gestire la solitudine che gli causava non avere più la sua metà, aveva reimparato a cantare senza di lei senza sentirsi inadatto… ma rivederla, amarla ancora lo stava riportando alla stessa situazione di quando era tornato in America dopo quei due mesi in Giappone. 

Kira lo abbracciò e lo baciò sulla guancia. «Stanno qui per poco, tranquillo.» 

«Anche perché li vediamo già abbastanza al talent.» 

Erano riusciti a passare i provini e in quella fase ad ogni giudice erano assegnati dei concorrenti, che dovevano far emergere e portare fino alla finale. I Nami si stavano rivelando abbastanza bravi, sembrava anche che piacessero al pubblico americano, cosa non scontata per una band giapponese, e loro due erano quelli che li seguivano. 

Kira ed Eita non avevano mai rivelato di essere fratelli neanche in Giappone. I Nami  non volevano sfruttare la fama di lei per calcare i palchi più grandi e a tutti era sembrato naturale che i Crow and dove seguissero una band rock. 

Kira gli accarezzò la testa e lo scrutò confusa. «Sei geloso?» 

«Di tuo fratello?» domandò retorico prima di scoppiare a ridere e andare verso il bagno. 

Lei restò lì sul letto, confusa, perché, nonostante gli anni, sapeva ancora leggere i suoi comportamenti. 

Alex tornò dopo qualche minuto, si appoggiò allo stipite della porta. «Tra quanto arrivano?» 

«Una decina di minuti… Alex, stai bene?» 

Lui corrugò la fronte, divertito. «Non dovrei?» 

«Sei… strano.» 

Scrollò le spalle mentre andava sul balcone. «Me lo dicono spesso.» 

Non io, si ritrovò a pensare, sempre più confusa e poi nella sua mente passò il pensiero che poteva essere cambiato, che erano passati anni, che non poteva essere identico a come lo ricordava, per quanto lo sembrasse.

Non lo raggiunse in balcone, intuì che voleva restare solo. Rientrò quando arrivarono i Nami, li salutò con un veloce cenno, chiedendo ironico se stessero studiando i brani che avrebbero dovuto suonare per la puntata di quella settimana e poi prese il suo quaderno e prese a scrivere. 

Ayame fissava incredula la stanza, andò da una parte all’altra indicando qualunque cosa ad Eita, chiedendo più e più volte conferma a Reiko di non star sognando e poi chiese a Kira come avesse fatto a passare da quel lusso al suo monolocale. 

«Sono passata da una villa sull’oceano a un monolocale», commentò lei distrattamente, per poi lanciare un’occhiata ad Alex. Lo trovò con gli occhi puntati su di lei. 

«Cosa?» domandò spontaneamente, sorpresa che la stesse fissando con così tanta durezza. 

«Vivi in un monolocale? Tu? Che ti lamentavi che ci fosse solo un soggiorno?» 

«Mi lamentavo perché tu lo occupavi sempre», provò a difendersi, smarrita. 

Alex corrugò la fronte. «Non ti ci vedo in un monolocale.» 

«Beh… ho poche cose.» 

«Come fai a farci stare il pianoforte e le chitarre?» 

Sentì una fitta al cuore e quasi ebbe l’impulso di piangere. Perché non voleva raccontargli dei suoi problemi economici, non voleva ammettere di aver dovuto vendere gran parte delle chitarre e di star tenendo il pianoforte come mobile più che come strumento. 

«È un monolocale grande», azzardò e Alex sembrò crederci, perché sembrava stesse per lasciar perdere, ma Reiko intervenne commentando che era un buco e che si lamentava spesso di non saper dove mettere la terza chitarra. 

Alex restò lì in silenzio, assimilando quell’informazione e poi la guardò. «Dove sono le altre sette?» 

«In un deposito», rispose di getto. 

«Perché mi stai mentendo?» 

Si sentì piccola di fronte a lui. Si ritrovò a piangere, incapace di tenersi ancora dentro la vergogna. Era scappata dal Giappone perché non era in grado di farsi un nome ed era tornata a quella situazione. Non era riuscita a trovare una band decente, nessuna che rispondesse al suo stile o ai suoi standard e alla fine si era rassegnata all’idea che nessuno avrebbe mai potuto sostituire Alex e così si accontentava di suonare in serate secondarie in locali sperduti. 

Ma la vita a Tokyo era costosa. Aveva iniziato dando via tutti gli oggetti di cui non aveva bisogno, dapprima quelli che non rappresentavano nulla, fino ai soprammobili che portavano con sé dei ricordi e poi si era vista costretta a passare agli strumenti. 

Aveva provato a lavorare come cameriera, ma si era licenziata dopo una settimana, incapace di fare qualcosa che non fosse suonare. 

Alex lasciò il quaderno e l’abbracciò delicatamente, stringendola a sé. «Mia colomba…» 

E quel soprannome fu come uno schiaffo. Pianse più forte, incurante degli altri che la fissavano sorpresi. Solo Eita sapeva della sua vergogna e lui si ritrovò a chinare il capo e a stringere con forza i pugni, mordendosi il labbro per provare a frenare lui stesso il pianto. 

Kira non voleva aiuto, a stento accettava che le offrisse il pranzo. Sapeva che era per stare con lui che era finita in quella situazione e detestava vederla così. A volte stentava a confrontarla con la chitarrista che aveva incontrato a Tokyo.

Alex la baciò sulla fronte e si allontanò appena per guardarla. «Mi hanno chiesto delle canzoni. Ti andrebbe di aiutarmi a comporle? Come facevamo prima.» 

Kira lo guardò, supplichevole. «Non devi…» 

«Voglio. Non so cosa darei per sentire di nuovo la tua musica… anche se non è per noi.» 

Kira scosse cocciutamente il capo. «No.» 

«Rifiuti sempre un lavoro?» 

«Non…» 

«Perché no? Dovresti comporre delle canzoni, cosa c’è che non va? Cosa ti importa se sono io a trovare chi le vuole?» 

Si morse il labbro e lo guardò afflitta. «Non fare il corvo ora.» 

Lui scosse il capo con rabbia. «Puoi ripensarci se dovessi ritrovarti a vendere un altro strumento? Non ti sto facendo un prestito, ti sto offrendo un lavoro.» 

«Non ne hai bisogno.» 

«Con te verrebbero meglio.» Poi si alzò, sospirando pesantemente. «Fai come ti pare, Kira. Non voglio che tu debba rinunciare ad altro… perché immagino che tu abbia dato via qualunque cosa prima di arrivare alle chitarre.» 

Si ritrovò ad annuire, delusa da se stessa. 

«Anche la colomba?» 

Lo guardò, incredula, perché non sapeva neanche che avesse mai fatto caso a quella statuetta. L’aveva trovata in un negozio di antiquariato, l’aveva fatta restaurare e poi l’aveva nascosta nel cassetto, perché non voleva spiegargli che l’aveva presa con l’intenzione di trovare un giorno un corvo della stessa fattura. 

L’aveva tirata fuori dopo anni, mettendola in veranda. 

Alex chinò il capo e restò qualche istante in silenzio. «Avevo trovato un corvo…» mormorò debolmente. 

Sgranò gli occhi, colpita di nuovo dal fatto che stesse dando peso ad un oggetto. «Cos’ho fatto al corvo disinteressato dei beni materiali?» domandò retorica. 

«Gli hai dato l’illusione di aver trovato una casa.» Poi la guardò, con lo sguardo fiero e categorico del corvo. «Mi aiuterai con quelle canzoni. Ti do la metà del compenso, come facevamo prima. Se vuoi, puoi già iniziare a lavorarci», e prese il suo portatile, glielo piazzò davanti con una cartella aperta e tornò sulla sua sedia con il suo quaderno. 

Si asciugò le lacrime sorridendo. «Grazie, Alex.» 

«Detesto quando mi trascini in queste soap opera.» 

Era così che lui definiva qualunque manifestazione di sentimenti e si ritrovò a ridere, di nuovo leggera, cullata dalla forza del suo corvo.


Quando si svegliò quella mattina, la prima cosa che avvertì fu l’assenza di Kira. Aprì di scatto gli occhi, si mise a sedere e si guardò smarrito intorno. 

Il talent era finito da una settimana. I Nami erano arrivati fino ai quarti di finale, battuti da cantanti dal sapore più commerciale, come spesso accadeva in quei casi, ed erano tornati in Giappone dopo qualche giorno. Kira era rimasta con lui. 

Erano state belle quelle settimane in cui finalmente erano stati di nuovo il corvo e la colomba. Avevano persino suonato insieme durante la finale, avevano scelto Dawn, una canzone che già all’uscita era stata descritta come una melodia che faceva venire i brividi e che quel giorno aveva catturato completamente l’attenzione di chiunque. 

Non era volata una mosca nel teatro, non uno si era mosso. Solo delle lacrime erano cadute alla fine, quando si era sciolta la tensione che quelle note portavano con sé. 

Parlava del tempo. L’avevano scritta osservando una candela consumarsi durante un black out. Era uno spettacolo che avevano entrambi già visto un’infinità di volte, ma quel giorno la candela era diventata un orologio e, più si rimpiccioliva, più entrambi avevano la sensazione che quella fosse anche la loro vita. 

Si erano stretti quando avevano finito la canzone, si erano abbracciati sotto le coperte ed erano rimasti in silenzio ad ascoltare la bufera fuori mentre la stanza diventava sempre più buia. Avevano trattenuto il respiro quando erano scese le tenebre e poi il sollievo li aveva accolti quando avevano notato il grigiore dell’aurora fuori dalle finestre. 

La porta del bagno era aperta e subito si accorse dell’assenza della valigia di lei. S’infilò dei pantaloni e uscì della stanza ancora mentre si allacciava la camicia. Schiacciò febbrilmente i tasti dell’ascensore, sapendo quanto fosse inutile quel gesto, ma incapace di non farlo. 

Corse alla reception e subito chiese da quanto fosse andata via. 

«Mezz’ora, signor Drade.» 

Chiamò allora un taxi per l’aeroporto. Era impaziente, incapace di stare fermo con le gambe e le mani, continuava a tamburellare e stropicciare. Notò a un certo punto di aver allacciato male la camicia e allora per quei secondi in cui la sistemò il pensiero di lei lo lasciò stare.

Urlò al tassista di aspettarlo mentre scendeva dall’auto e corse fino agli sportelli dei check-in. Cercò i voli per il Giappone e fu con sollievo che vide Kira ancora in coda. 

Avrebbe potuto fare tante cose in quel momento: urlare il suo nome, calmarsi e aspettare che uscisse da quel marasma di persone, aspettarla, proporle di bere un caffè, ma l’unica cosa che fu in grado di fare fu raggiungerla, sempre correndo, scansando la folla, e abbracciarla. 

Kira restò come pietrificata fra le sue braccia. 

 Si allontanò quando fu certo che quello non fosse un sogno e la guardò sorridendo. 

«Non volevo un addio.» 

«Non lo sarà, mia colomba. È diverso dalle altre volte, no? Continueremo a sentirci per le canzoni.» 

Kira si morse il labbro, combattuta, mentre faceva qualche passo per riattaccarsi al resto della coda. Si guardò poi intorno e notò alcuni tirare fuori il cellulare e fare delle foto ad Alex. 

Di solito si camuffava, ma, già dal fatto che non indossasse neanche un orecchino, capì la sua fretta di raggiungerla. 

«Alex, non possiamo legarci così», mormorò dopo qualche istante. 

«Odio le etichette», replicò lui dopo qualche attimo, gli occhi concentrati su di lei. 

Lo tirò per la camicia per farlo avanzare, così che non intralciasse quelli dietro di loro. Mai il corvo era stato così fermo. 

Lui pensava sempre a tante cose insieme, mai si concentrava davvero su un pensiero e le persone raramente occupavano posto nella sua mente. Mai aveva compreso quanto si fosse legato a lei. 

Si ritrovò a sorridere. «Dovevo avvertirti che sarei partita oggi.» 

Alex si aprì in un sorriso contento, annuì e l’abbracciò nuovamente. «Scrivimi quando arrivi.» 

«Vai via?» gli chiese allora sorpresa. 

Lui scrollò le spalle, mentre scandagliava gli sguardi sempre più numerosi puntati su di loro. «Attiro troppo l’attenzione.» 

Kira si mise sulle punte e lo baciò sulla guancia. «A presto, corvo.»

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