Capitolo 5
Era rimasta in silenzio per quasi un minuto intero quando il cantante che aveva trovato le aveva annunciato che si trasferiva in un’altra città.
Era rimasta lì pietrificata sul posto a chiedersi come poter guadagnare qualcosa senza neanche lui.
Era tornata a casa accennando un saluto e un augurio e aveva chiamato Eita durante il percorso per aggiornarlo su quella novità. Fu fredda durante quel resoconto, come se non fosse accaduto a lei e quella sensazione le restò per tutto il tragitto. Si sentiva spettatrice della propria vita.
Già una volta le era successo, dopo l’ennesima litigata con i suoi genitori, quella decisiva che l’aveva spinta a prendere un taxi fino all’aeroporto e a salire sul primo volo.
Quando arrivò nel suo monolocale, si mise a cercare degli annunci di serate nei locali e ne trovò diversi, chiamò per chiedere di poter partecipare, specificando che era solo una chitarrista, riempì la propria agenda e restò a fissare le pareti quasi spoglie.
Non aveva mai riempito così in fretta la sua agenda. Aveva sempre dovuto chiedere conferma prima all’altro, che di solito ci metteva un paio di giorni a rispondere, facendosi sfuggire diverse occasioni.
Si riscosse quando bussò Eita, che subito si propose di offrirle la cena. Gli mostrò l’agenda e lui restò sorpreso a guardarla.
«Beh, per fortuna se n’è andato, allora», commentò lui.
Kira scrollò le spalle e si dedicò a sistemare i suoi vestiti sparsi ovunque, realizzando in quel momento quanto fosse disordinata quella casa.
Eita restò lì con lei ad osservarla confuso, perché mai l’aveva vista mettere a posto, poi si rassegnò pensando che quei gesti la rilassassero e accese la tv per ascoltare le nuove uscite. Però quel giorno tutti i programmi musicali non trasmettevano musica, ma un notiziario americano tradotto alla meglio in giapponese.
Si rassegnò allora a fermarsi su un canale, sperando che finisse in fretta, e distrattamente, mentre tirava fuori il cellulare, si mise ad ascoltare.
Arrivò Takibi, trafelato, perché già si aspettava di trovare Kira a pezzi per l’ennesima piega negativa che aveva trovato da quando era lì in Giappone, ma anche con lui lei si limitò ad un sorriso sbrigativo e a continuare le faccende domestiche.
Si sedette allora accanto ad Eita, che dopo poco lo sentì sussultare.
«Kira, hai sentito Alex?»
Eita lo guardò stralunando gli occhi. Da quando si erano lasciati, Takibi detestava apertamente Alex. Durante il talent show americano era riuscito a sopportarlo solo perché Reiko l’aveva costretto ad abbassare la testa e Alex, talmente preso da Kira, neanche si era accorto delle battute pungenti che gli aveva rivolto più di una volta. O semplicemente se n’era disinteressato.
Kira anche lo fissò incerta, come se avesse detto qualcosa di folle, così si mise anche lei ad ascoltare la tv e dopo poco si lanciò verso il cellulare abbandonato sul tavolo per provare a chiamarlo.
Alex però non rispose. Chiamò Jax, il più vicino a lui, che le riattaccò e dopo poco le scrisse che era con Alex e che non era un buon momento.
«Vado in America.»
Fu Carol ad aprirle e la lasciò passare tenendo gli occhi ancorati a terra, segnati da profonde occhiaie. Trovò anche Jax sul divano, ma si concentrò sulla veranda.
Era pieno inverno, eppure Alex era lì, appoggiato alla ringhiera, in canottiera. Stava fumando e poteva vedere il collo di una bottiglia appoggiata sul tavolino sotto le finestre.
Jax l’abbracciò e fu quasi liberatorio per lui, perché loro, per quanto conoscessero Alex da più tempo, sapevano che solo con Kira si apriva davvero.
Lei gli rivolse un sorriso e di nuovo tornò a guardare fuori. «Come sta?»
«Praticamente non parla da quando quella è andata in tv», rispose Carol prima di concedersi un lungo sospiro. «Non sta neanche mangiando. Fuma, beve e canta. Non fa altro.»
Posò la valigia a terra e lo raggiunse. Alex la guardò dapprima distrattamente, poi si bloccò su di lei e in pochi passi la strinse a sé.
«Kira…»
«Sono qui», mormorò abbracciandolo.
Si paralizzò quando lo sentì piangere.
Mai era successo in tutti quegli anni in cui lo conosceva.
Durò poco, qualche lacrima e singulto, poi lui si allontanò per riprendere a fumare. «Perché sei qui?»
I suoi occhi indugiarono sui tre posaceneri pieni e sulle bottiglie vuote sparse a terra. «Volevo starti vicino. So quanto tu sia sensibile sul tuo passato.»
Alex sospirò. «Non dovrei neanche…»
«Quella è davvero…?»
«Non nominarla», sbottò lui prima di prendere un’altra boccata di fumo. Poi i suoi occhi la cercarono colpevoli, come a scusarsi di averla trattata così bruscamente e si decise a rientrare.
Si avvolse in una coperta che gli aveva lasciato Jax sul divano e aspettò che Kira si fosse levata il cappotto prima di farle segno di avvicinarsi a lui per abbracciarla.
«Che dice Samuel?»
Era il suo agente. Una figura che Alex detestava e stimava allo stesso tempo. Non sopportava i suoi pensieri sempre rivolti al profitto, ma teneva in grandissimo conto la sua opinione. Quando non sapeva come comportarsi in situazioni pubbliche, gli chiedeva sempre consiglio.
«Non gli sta rispondendo», commentò Carol roteando gli occhi. «Non risponde a nessuno.»
«Sì, avevo notato», mormorò Kira guardandolo.
Alex distolse lo sguardo, si morse il labbro e chiuse gli occhi, lasciandosi ad un sospiro liberatorio. «Non è facile.»
«Non puoi continuare a ignorare la situazione», affermò Jax. «Tutti si stanno chiedendo perché non stai rispondendo e continuano a fare congetture. Devi solo confermare se quella è tua zia e se…»
«Non lo è.»
Si bloccarono sorpresi.
Era da una settimana che ad un programma televisivo continuava ad andare una donna, che si definiva come la zia di Alex e che raccontava dei suoi primi anni.
Lui non aveva mai detto nulla a nessuno di sé, nessuno aveva mai saputo che Drade non fosse il suo vero cognome, ma quello dell’ultima famiglia che l’aveva adottato. Nessuno sapeva neanche che fosse orfano. Il mondo intero l’aveva scoperto con quella donna.
«Allora, perché…?» iniziò Carol sorpresa.
«È mia madre.»
Restarono lì a guardarlo, sperando che andasse avanti, ma Alex chiuse gli occhi e si abbandonò al divano.
«Non voglio vederla.»
«Ne sei sicuro?» accennò Jax. «Che sia tua madre intendo.»
«Dimenticheresti il volto di chi ti ha abbandonato?»
Kira si morse il labbro. «Perché è venuta fuori?»
«Aveva una gemella, punta sul fatto che non la riconosca per quello… oppure spera che io non ricordi nulla.»
«Non ha comunque senso, cosa…?»
«Avrà bisogno di soldi», commentò lui prima di scuotere il capo. «Non voglio vederla.»
Sentirono il suo telefono squillare e, prima che lui potesse riagganciare l’ennesima chiamata, Kira lo prese dal tavolo.
«È Samuel. Alex, devi parlargli.»
Alex la fissò con una smorfia, poi si rassegnò e rispose. Si alzò però per farlo, non voleva che potessero seguire quella chiamata.
Samuel fu cinico con lui, come sempre, ma categorico. Gli fece capire che doveva fare qualcosa e che la cosa migliore per far tacere per sempre qualunque voce era che andasse a quel programma.
«Se non lo faccio?»
«Inizieranno a pubblicare articoli sul tuo passato, frutto di indagini e ricostruzioni. Preferisci che scavino nella tua vita e vadano da tutte le tue famiglie adottive a chiedere di te?»
Guardò verso l’oceano, combattuto. Il mare, perennemente agitato in quei giorni, si era calmato. «Va bene. Fammi sapere quando.»
Tornò sul divano, dove si accese l’ennesima sigaretta, mentre gli altri lo fissavano trepidanti, in attesa. Non se ne accorse però, preso a rimuginare su quello che ricordava dei primi quattro anni della sua vita, così come aveva fatto per tutta quella settimana.
«Allora?» sbottò infine Jax.
Sussultò, quasi si fosse dimenticato di non essere solo in casa. «Andrò a quel programma.»
Carol storse il naso. «Sicuro?»
«Dice che è la cosa migliore per fermare i giornalisti.»
Kira si morse il labbro e lo guardò incerta. «Perché non mi hai mai raccontato nulla?» domandò quando riuscì a trovare il coraggio per chiederglielo.
Alex scosse il capo. «Non sono chi sono perché sono stato abbandonato. Non è importante.»
Capirono che non voleva dire altro, così restarono in silenzio. Si guardavano intorno non sapendo bene cosa fare, mentre il corvo pensava e si stropicciava le mani immaginando che cosa dire o fare di fronte a quella donna, ripreso dalle telecamere di uno studio televisivo che avrebbe trasmesso il movimento di ogni suo singolo muscolo.
Si riscosse solo quando vibrò il cellulare.
«Ti vogliono per stasera, ce la fai?»
«Dov’è lo studio?»
«A Los Angels.»
Alex sospirò, guardò l’orologio appeso vicino alla cucina. «Sì, mandami l’indirizzo.»
«Ti mando anche quello dell’albergo.»
«Non mi serve. So da chi stare.»
«Va bene. Ci vediamo lì.»
Riattaccò e i suoi occhi lentamente si spostarono verso Kira. «Verresti con me?»
Era raro che Alex si mostrasse così timoroso. Non sapeva nulla del suo passato, non riusciva a concepire il suo dolore.
«Certo. Quando devi andare?»
«Stasera. Meglio che andiamo… mi cambio.»
Carol si precipitò verso il frigorifero e velocemente preparò dei panini. Supplicò Kira di farglieli mangiare in qualunque modo.
Alex li osservò quando uscì dalla camera e, rassegnato, diede un morso. «Contenta?»
«Non fare l’idiota», sbottò allora lei. «Non mangi da una settimana!»
Alex corrugò la fronte, chiedendosi se davvero fosse passato così tanto tempo, poi scrollò le spalle e fece segno a Kira di andare mentre continuava a mangiare.
Restarono in silenzio in macchina. Lui guardava fuori dal finestrino, seguiva i profili degli alberi e dei cespugli che sfrecciavano davanti ai suoi occhi. Lo faceva sempre, raramente era di compagnia in macchina.
«Vuoi parlarne?» gli chiese dopo un’ora.
Alex voltò il capo per guardarla, poi puntò gli occhi sulla strada. «No.»
Si rassegnò, riconoscendo quel tono categorico.
«Non è semplice. Voglio dirlo solo una volta e poi dimenticarmi di nuovo tutto questo.»
Gli accarezzò la mano, fece per stringerla, ma lui la ritrasse e alzò il volume della radio.
«Scusami.»
Non disse altro fino a quando non furono arrivati allo studio televisivo, fino a quando non ebbero parcheggiato. Sospirò, mormorò che si stava pentendo di essere uscito di casa e si avviò verso la porta del teatro.
Lo accolse la conduttrice del programma, una donna sulla quarantina, dai folti capelli biondi perfettamente acconciati, e uno stretto tubino azzurro pastello che metteva in risalto le sue curve.
Si chiamava Diane Karen, era diventata famosa per i programmi strappalacrime che andavano in onda nell’ora di pranzo e poi era passata alla prima serata, quando era riuscita a ricongiungere una celebrità con la sua famiglia, con cui non parlava da dieci anni.
Diane osservò sorpresa Kira, poi fece un veloce cenno ad uno dello staff di accompagnarla in sala, dove si sedeva il pubblico. Alex la guardò andare via, combattuto, poi i suoi occhi si mossero per cercare Samuel.
Fu il manager a trovarlo, lo richiamò dandogli una pacca sulla spalla e trascinandolo lontano dalla conduttrice. «Ce la fai?»
Scosse il capo. «Non ho alternative.»
Samuel gli mostrò un flacone di pastiglie. «Te le ha prescritte il tuo medico. Prendine una adesso e un’altra se ne hai bisogno. Dovrebbero rendere costante il tuo battito.»
Annuì. «Le prendo da vent’anni. Lo so cosa fanno.» Ne mandò giù una e si mise il flacone in tasca. «Tra quanto inizia?»
«Mezz’ora. Ti porto nel camerino, così eviti di incrociare quella donna.»
Lo seguì grato. Raramente eseguiva i suoi ordini senza obiettare o replicare a qualunque sua frase, si stupì di quanto lo stesse sconvolgendo quella storia, di quanto fosse bisognoso in quel momento di avere qualcuno che gli dicesse cosa fare.
Lo truccarono, mentre sentiva degli applausi venire dalla sala e la voce della conduttrice che apriva la trasmissione. Avrebbe voluto avere Kira lì, con la sua chitarra, per distrarsi.
Volle avvicinarsi all’ingresso in sala per poter vedere quella donna, per poter avere le sue reazioni prima di essere inquadrato dalle telecamere. Odiò il suo sorriso mentre la conduttrice le riferiva che finalmente Alex Drade aveva risposto e che quella sera sarebbe stato lì con loro. Odiò la sua ipocrisia e le sue mani che stringevano un fazzoletto di carta, già pronte ad una sceneggiata.
La ricordava più magra, più bella, più inarrivabile. Da bambino nella sua testa l’aveva sempre paragonata alla matrigna di Biancaneve: bellissima, ma crudele.
Entrò quando lo presentarono, risoluto, mostrando l’espressione del corvo. Non salutò la donna, si sedette sulla poltrona e si rivolse alla conduttrice.
Però fu comunque l’altra a parlare, a fare per salutarlo. La fulminò con lo sguardo. «Non toccarmi.»
Il gelo scese in sala. La conduttrice capì immediatamente che quella non sarebbe stata una delle riunioni di famiglia per cui era famoso il suo programma, che non sarebbe stata una puntata strappalacrime.
«Alex, cosa…?»
«Non era così che mi chiamavi quando avevo tre anni. Chiamami come facevi allora: nullità, idiota, moccioso. Dì anche chi sei davvero e chiediti come ti è venuto in mente di volermi incontrare.»
«Cosa stai dicendo?» azzardò lei sorpresa. «Sono zia Polly.»
«Zia Polly è morta in macchina con mio padre. Credi davvero di poter distorcere la realtà solo perché avevo quattro anni quando mi hai abbandonato in quell’ospedale?» Si voltò verso la conduttrice. «Questa donna è la mia madre biologica. È qui perché ha bisogno di soldi, come è sempre stato in tutta la sua vita.»
A quel punto la donna capì l’errore che aveva commesso. Aveva sempre sottovalutato Alex, l’aveva sempre considerato stupido e per questo aveva pensato di poter manipolare la sua mente.
Divenne paonazza, incapace di parlare.
«Si chiama Rosaline Caster. Il mio nome alla nascita è Alex Caster, come vi ha già detto qualche giorno fa. Non vi ha detto però che mi ha abbandonato dopo la morte di mio padre, quando ha scoperto che aveva lasciato a me tutti i suoi averi.» Si sistemò sulla sedia, si girò verso una delle telecamere. «Mio padre lasciò tutto a me perché ero malato, perché avevo bisogno di soldi se volevo sperare di vivere. Mi hanno diagnosticato una malattia a due anni, per cui mi avevano dato un anno di vita. Immaginate l’odio di questa donna quando i medici le dissero che mi stavo riprendendo, quando ha realizzato che non avrebbe mai potuto godere di quei soldi, del motivo per cui aveva sposato mio padre.»
La guardò. Gli fece ribrezzo e rabbia. Prese una pastiglia e guardò la conduttrice.
«Signor Drade, è sicuro…?»
«Controllate Polliane Sharade. Scoprirete che è morta, che aveva una gemella, la qui presente Rosaline Caster. Troverete anche delle foto, magari, in cui potrete vedere che zia Polly aveva un neo sopra il labbro, mentre lei non ce l’ha.»
Rosaline si portò una mano al labbro e strinse i pugni con rabbia. «Sei sempre stato fastidioso.»
Ghignò ironico. «Ciao, mamma», marcò quella parola. «Di quanto hai bisogno?»
«Ti ho messo al mondo, potresti…»
«E hai rinunciato a qualunque diritto su di me. Non voglio più vederti o sentirti. Ti denuncerò per quello che hai rivelato su di me senza il mio consenso, andando contro al patto di riservatezza che hai firmato.» Si alzò, voltandosi verso Diane. «Probabilmente avevi in mente qualcosa di diverso, purtroppo hai dato fiducia alla persona sbagliata e nessuno della redazione ha minimamente indagato.»
Andò via, tornando in fretta nel camerino, camminando tenendo la testa bassa.
Sentiva Samuel provare a fermarlo richiamandolo, ma tirò dritto, si chiuse la porta alle spalle e si sedette in un angolo dietro al divano in velluto rosso. Nascose la testa fra le gambe e provò a calmare il respiro, a placare il senso di oppressione.
Sentì la porta aprirsi e alzò il capo quando sentì dei passi fermarsi vicino a lui.
«Sei andato molto bene. Ti chiamo un taxi?»
«C’è Kira in sala. Falla…»
Si aprì nuovamente la porta ed entrò Kira, che subito gli si inginocchiò accanto e lo abbracciò.
«Perché non mi hai mai detto nulla?»
«Voglio andarmene.»
Kira annuì con un sospiro e lo aiutò a rialzarsi. Rivolse un cenno a Samuel. «Lo accompagno io. Siamo in macchina.»
L’altro annuì con un sospiro di sollievo. «Sono felice di sapere che sei con lui. Alex, i giornali scriveranno degli articoli domani, ma si spegnerà tutto in fretta.»
«Bene.»
«Rifiuto qualunque richiesta di intervista. Chiamami quando te la senti di tornare a suonare.»
Quella era la prima volta in cui si mostrava comprensivo con lui. Si chiese quanto il mondo sarebbe stato colpito dalla sua storia e quanto avrebbe cambiato atteggiamento con lui.
Seguì Kira per uscire dallo studio, si affidò a lei anche per trovare la macchina. Le diede solo l’indirizzo di dove andare e poi si chiuse nel silenzio.
Arrivarono ad una villetta bianca immersa nel verde, in un quartiere residenziale alla periferia della città, con solo casette indipendenti. Alex neanche l’aspettò, subito aprì il cancelletto sollevandolo appena, come se lo conoscesse, e andò a suonare alla porta.
Gli aprì dopo poco una donna tarchiata, con i capelli rossi raccolti in una retina. Subito allargò le braccia e lui la strinse a sé. Gli arrivava appena al petto, però lì si sentì protetto e si ritrovò a piangere.
La donna lo portò dentro, mentre faceva segno a Kira di seguirli. Lo accompagnò fino al divano, dove era seduto un uomo stempiato, poco più alto della moglie. Guardò Alex e proruppe in un sonoro sospiro.
«Dai, calmati.»
La donna lo fulminò, ma Alex scoppiò a ridere, lasciandola incredula. «Sei sempre il migliore a consolare.»
Kira tirò un sospiro di sollievo, mentre l’altro scrollò le spalle. «Lo sai che non sopporto queste scene.»
Con quella frase, Kira capì chi fossero e si diede anche della stupida per non averlo realizzato fin da subito. Si chiese perché lui non le avesse mai presentato i suoi genitori e intuì che doveva averlo fatto per non doverle spiegare che era stato adottato, per non raccontare nulla di sé. Perché mai sarebbe potuto passare per loro figlio, perché non aveva neanche un dettaglio in comune con quelle persone all’apparenza comuni, senza alcun tratto distintivo e gli occhi marroni.
Alex mosse i suoi occhi blu su di lei e le rivolse un sorriso. «Sto meglio, scusami. Loro sono i miei genitori: Katherine e James Drade.»
La donna le strinse la mano contenta. «Finalmente ti conosco! Alex mi ha parlato tantissimo di te!»
Realizzò di aver intravisto diverse volte dei messaggi sul cellulare di Alex venire da una certa “Kat” e si ritrovò a stralunare gli occhi. «Hai salvato tua madre come “Kat” sul telefono e non come “mamma”?»
Lui sbuffò. «Mi avresti preso in giro se vedevi che ci scriviamo così spesso.»
«In effetti, all’inizio pensavo fosse la tua ragazza…»
Katherine scosse il capo divertita. «Avete fame? Vi ho lasciato delle lasagne da parte.»
«Sì, grazie, mamma.»
Era strano Alex, sembrava aver abbandonato l’atteggiamento distaccato e fiero del corvo. Sorrideva spesso, continuava a cercare i genitori con lo sguardo, come se fosse bisognoso di seguire qualcuno. Non si lamentò mai, non commentò mai in maniera pungente.
Seguiva quello che gli dicevano e accettò di andare a letto quando lo suggerì la madre, invitando Kira a seguirlo con un cenno.
Andarono nella camera degli ospiti, dove c’era un divano letto che trovarono già aperto e con un lenzuolo sopra. Ce n’era uno anche sulla poltrona, ma entrambi lo ignorarono, si sdraiarono nel letto e si strinsero.
«Grazie di essere venuta.»
Kira gli accarezzò il capo e lo baciò sulla fronte. «Ci sarò sempre per te.»
Lui si ritrovò a sorridere, perché sapeva che quella era la verità. «Tu come stai?»
«Ho perso il cantante, ma… forse è meglio così. Sono più indipendente ora. In un paio d’ore ho riempito la mia agenda.»
«Quando devi andare?»
«Quando starai meglio.»
Alex la baciò delicatamente sulla guancia. «Domani starò meglio, per ora… voglio dare spazio al bambino abbandonato ancora un po’.»
«Perché non mi hai mai detto nulla?»
«Non volevo che mi giudicassi.»
«Lo sai che non lo faccio.»
Alex annuì, mentre le accarezzava la schiena. Le sfilò la canottiera e si appoggiò al suo seno. «Lo so… mi vergognavo di quella e ho provato per anni a dimenticarla. Neanche Jax sapeva qualcosa.»
«E non gli è mai venuto il dubbio?» domandò sorpresa.
Si conoscevano da quando avevano dieci anni, erano cresciuti insieme per le vie di Los Angeles. Erano complementari: Jax era quello che vagliava ogni azione, mentre Alex quello che seguiva i propri istinti.
«Forse una volta ha accennato qualcosa sul fatto che somigliassi poco ai miei… ma lo sai che in certe cose proprio non ce la fa. Tu no, invece. Per questo non te li ho mai presentati.»
Annuì mentre gli spostava dei ciuffi che gli erano finiti davanti agli occhi. «Chiaro.»
«Kira, vorrei parlare di noi prima che tu te ne vada.»
Sobbalzò e lui la strinse a sé, le assicurò che non aveva le forze per farlo in quel momento e dopo poco si addormentò, stremato da quei giorni di insonnia, distrutto da quell’incontro che mai avrebbe voluto fare.
Si svegliarono con l’odore del caffè che permeava tutta la casa. Alex si stiracchiò e si alzò sorridendo. «Dovrei venire più spesso qui. Spero abbia fatto le frittelle.»
Kira lo guardò incerta. «Non ti ho mai visto mangiare frittelle.»
«Raramente mi hai visto fare colazione», concordò lui prima di scrollare le spalle. «Mamma le sommerge nello sciroppo d’acero.»
Ricordò di una tournée che avevano fatto in Canada, di quando aveva voluto provare qualunque cosa con lo sciroppo. Si ritrovò a ridere ricordando i suoi occhi golosi che scandagliavano qualunque cosa, le sue dita che erano rimaste appiccicose per ore.
Si bloccò quando si accorse che si era avvicinato a lei, che era a un nulla dal suo volto e che la guardava quasi provocatorio. «Qualcosa contro lo sciroppo d’acero?»
Riconobbe il corvo in quei gesti, la sua forza e arroganza. Le mancò un battito, mentre si ritrovava ad arrossire.
Alex sfiorò il naso con il suo, poi si alzò invitandola a seguirlo e andò in cucina, dove trovarono i genitori già a tavola. Li salutò, mentre i suoi occhi blu si calamitavano sulla pila di frittelle.
«Grazie, mamma.»
«Quando mi ricapita di fartele?» domandò lei con tono di accusa.
Alex ne prese qualcuna e riempì anche il piatto di Kira. «Hai ragione, scusa. Verrò più spesso.»
«Ad esempio ogni volta che sei a Los Angeles», lo rimbeccò il padre alzando gli occhi dal giornale.
Era quasi incredula che Alex fosse cresciuto in una famiglia così normale e tradizionale. Si chiese quando avesse sviluppato delle inclinazioni musicali, visto che non c’era neanche uno strumento in quella casa.
Avrebbe voluto chiederglielo, ma aveva paura di poter scatenare di nuovo la sua tristezza.
Fu la madre ad aiutarla a scoprire qualcosa di lui, quando arrivò con un grosso album di fotografie.
Alex si lamentò apertamente, fece per farlo sparire, ma Kira subito lo bloccò e lo supplicò di fargliele vedere.
Era dolce l’Alex bambino. Era magro, quasi scheletrico, ma aveva un viso tondo e due enormi occhi blu che spiccavano in qualunque foto. Era felice, sorrideva. Rise quando riconobbe Jax, che invece era un bambino grassottello e dall’aria un po’ stupida.
Alex si rassegnò a quella situazione, sbuffava e chiedeva alla madre perché gli avesse fatto certe foto, ma sembrava comunque divertirsi e godere dello sguardo avido di Kira. Le raccontò degli aneddoti, a cui lei reagì con tutta la sua spontaneità.
Si fermarono solo quando bussarono alla porta. Entrò Jax nel soggiorno, con una bottiglia di whisky in una mano e una chitarra nell’altra.
Alex lo scrutò dubbioso. «Come sapevi che eravamo qui?»
«E dove altro potevi stare?» domandò l’altro di rimando.
«Jeffrey, posso offrirti qualcosa?»
Ci mise qualche secondo a ricordare che fosse quello il suo vero nome e che “Jax” era solo il soprannome con cui lo chiamava Alex. L’aveva scoperto dopo quasi due mesi che lo conosceva.
«No, grazie, Katherine, mi sono fermato all’autogrill a mangiare. Allora, volevo avvisarti che hai un casino di giornalisti fuori casa e che ti conviene stare qui per qualche giorno.»
Alex reagì con una smorfia annoiata, poi sospirò e si rivolse a Kira. «Se vuoi tornare, posso accompagnarti comunque all’aeroporto.»
Scosse il capo con vigore. «Per perdermi altri aneddoti della tua infanzia? Non se ne parla proprio.»
Katherine rise delicata, poi sparì quasi precipitosamente e tornò dopo un po’ con un altro album. «Questo è di quando hai iniziato a cantare.»
Quello lo prese con amore, lo sfogliò dapprima da solo, velocemente, in cerca di una foto specifica e poi gliela mostrò. Doveva avere non più di sedici anni, era in quello che sembrava un pub, con un microfono davanti a sé.
Kira lo studiò per un po’ e poi, con sorpresa, riconobbe uno dei quadri del pub dove si erano incontrati. «Eri al District?»
Alex annuì con un sorriso dolce. «Mi facevano cantare lì ogni venerdì sera. A un certo punto mi ha trovato Samuel.»
Katherine annuì con orgoglio. «Ci ha fatto capire lui che poteva andare lontano e ce l’ha portato via da un giorno all’altro.»
«Ricordo quel giorno! Ti ha sentito tutto il vicinato piangere», commentò Jax.
James roteò gli occhi. «Sembrava fosse morto.»
«E invece sono tornato dopo due giorni», affermò Alex sorridendo. «Mi ha portato a incidere una demo,» spiegò voltandosi verso Kira, «per le case discografiche.»
«Come sei finito a fare il compositore poi?» gli chiese sorridendo.
Alex si morse il labbro, la guardò. «Mio padre biologico scriveva canzoni per passatempo. Poi, in una delle case dove sono finito, mi hanno fatto studiare musica e loro mi hanno fatto continuare.»
«Meno male! Sennò chissà che saresti finito a fare…»
Jax gli lanciò una veloce occhiata, poi si affrettò a dire: «Voleva fare l’archeologo».
Alex sbuffò sonoramente, mentre Kira lo fissò incredula. «Tu? Che butti qualunque cosa?»
Lui sorrise ironico. «Mi piace la Storia.»
Ricordò di quando le aveva raccontato le proprie idee, di quando aveva rivelato che avrebbe bruciato il mondo intero, eliminato qualunque residuo della loro civiltà e ricostruito tutto da zero.
«Non l’avrei mai detto.»
Alex la osservò con attenzione, la studiò con i suoi occhi blu mare e poi tornò a mostrarle le foto.
Quel giorno vide il corvo tornare con prepotenza, eliminando la debolezza del bambino abbandonato. Più passavano le ore, più riemergevano la sua ironia e la sua sagacia. Poi, all’improvviso mentre cenavano, si chiuse nel silenzio e prese a scrivere su un tovagliolo.
«Non sopporto quando lo fa», commentò il padre roteando gli occhi. «Come hai fatto a vivere con lui per anni, tu?»
Kira scrollò le spalle. «Ho imparato a richiamare la sua attenzione se devo dirgli qualcosa di importante.»
La madre la guardò con ammirazione. «Noi non ci siamo mai riusciti», commentò sorpresa, per poi aprirsi in un sorriso dolce. «Ma con te Alex è sempre stato diverso.»
Si ritrovò ad annuire, poi gli accarezzò la schiena e Alex mosse gli occhi verso di lei. «Vado in camera, sono un po’ stanca.»
«Tra poco arrivo.»
Mentre si faceva una doccia calda, lo sentì entrare in camera. Non andò in bagno, restò fuori, seduto sul letto a scrivere. Lo trovò lì, con la mano nera per l’inchiostro.
Gli capitava sempre di sporcarsi. Calcava così tanto che l’inchiostro non faceva mai in tempo ad asciugarsi prima che ripassasse con la mano.
Gli si sedette accanto e solo allora Alex posò la penna e la guardò. «Parliamo?»
Annuì, ma subito se ne pentì, perché immediatamente un senso di vuoto l’avvolse.
«Kira, ti amo. Non posso dimenticarti e non voglio farlo. Ho continuato a sperare che un giorno saresti tornata da me… ma questo è un problema mio. Non posso amarti, ma rivoglio la mia migliore amica. Non mi basta parlare solo di lavoro con te.»
Lo abbracciò, prendendo un profondo respiro. «Alex, mi manchi anche tu, ma…»
«Ti sto solo chiedendo di parlare d’altro», la interruppe immediatamente lui. «Quando quella è andata in tv la prima volta, volevo chiamarti, ma… mi sembrava sbagliato. Non voglio questo.»
Neanche lei lo voleva. Non avrebbe mai voluto ritrovare suo fratello per perdere lui. «Va bene.» Si allontanò per guardarlo. «Scusami, io… ho gestito malissimo tutta questa situazione.»
Alex la baciò sulla guancia e l’abbracciò. «Va tutto bene.»
Si lasciò stringere e accompagnare sui cuscini, fino ad addormentarsi cullata dal suo respiro.

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