Capitolo 6

Eita si ritrovò a fissare incredulo una locandina con la foto della sorella accanto ad Alex. 

Era un concerto di beneficenza a cui partecipavano diversi artisti. La città era stata riempita di quei manifesti. Era da settimane che c’erano, eppure non si era mai soffermato a guardarli davvero. L’aveva attirato dapprima la foto dei Damsel, con Atsuko in prima linea con lo sguardo enigmatico e l’aura di mistero che le aveva cucito addosso la stampa. Così aveva iniziato a guardare tutte le locandine e alla quinta aveva trovato la sorella. 

Kira non gli aveva detto nulla, anzi, gli aveva detto che avrebbe assistito al concerto. 

Sapeva ci sarebbe stato Alex, era uno degli organizzatori. Era un tour mondiale in realtà, c’erano degli artisti internazionali fissi e poi in ogni tappa si esibivano anche delle celebrità locali. 

Anche i Nami avevano provato a partecipare, ma l’agente gli aveva risposto che c’era già un gruppo con uno stile simile al loro e finalmente aveva scoperto chi fosse. 

Andò da Kira indeciso se essere contento perché finalmente tornava ad esibirsi su un palco adatto al suo talento o se infuriato perché non gli aveva detto nulla. 

Sentì che stava suonando la chitarra quando arrivò fuori dalla porta. Grazie alle canzoni che le passava Alex, era riuscita a rimettere in sesto le sue finanze e a trovare un appartamento più grande. Aveva anche recuperato due delle chitarre che aveva dato al banco dei pegni, le uniche rimaste. 

Bussò ed entrò senza neanche aspettare una sua risposta. Le si parò davanti e subito sbottò: «Suoni al concerto!». 

Kira si bloccò sorpresa, poi fece una smorfia. «Hai visto le locandine.» 

«Certo che le ho viste! Sono in tutta la città! Perché non mi hai detto nulla?» 

«Volevo che fosse una sorpresa!» 

Sospirò e le si sedette accanto. «Che odio. È colpa tua se non suoniamo noi, lo sai, vero? Come lo dico agli altri?» 

«Non potevo di certo oppormi ad Alex e non volevo neanche farlo. Per una volta che posso suonare, fatemelo fare senza fare storie.»

Sentirono il campanello ed entrambi fissarono sorpresi la porta. Nessuno dei due fece nulla, al che Eita guardò la sorella, confuso. 

Lei sbuffò, poi si alzò e aprì ad Alex. 

Eita stralunò gli occhi. «Cioè lui è già qui e non mi hai detto neanche questo?!» 

Alex guardò incerto Kira. «Che ha detto? Sembra arrabbiato.» 

«Ha appena scoperto che loro non suonano perché ci sono io.» 

Lui allora scrollò le spalle, salutò Eita e si sedette al tavolo. Prese a sfogliare un quaderno e si bloccò su una pagina che aveva più scarabocchi che note. 

«Diventi sempre più incasinato quando scrivi», commentò lei con una smorfia. 

«Sì… avevo un po’ di idee. È per le nostre canzoni. Pensavo che potremmo farne di più insieme e avevo iniziato ad unirle.» 

Kira prese il quaderno, poi rinunciò a capire qualcosa da quel caos e recuperò dei fogli bianchi, sui quali si mise a lavorare seguendo le idee e le direttive che ogni due secondi le dava Alex. 

Era da tempo che non scrivevano così vicini. Farlo con uno schermo a separarli non era la stessa cosa, spesso si limitavano a uno scambio asettico di mail o a delle videochiamate quando avevano più tempo. 

Alex prese poi la chitarra e la invitò a provare qualcosa per capire se stesse venendo bene. Era da anni che non suonava con lui, dal talent show in America. Alex prese a canticchiare per seguire il ritmo, si alzò, tenne il tempo con le dita e intanto si guardava intorno, cercava ispirazione. 

Eita si ritrovò lì ed era come se non esistesse. Erano entrambi persi nelle loro canzoni, concentrati, visibilmente disinteressati del fatto che lui fosse lì. Avrebbe potuto andarsene, ma la loro energia era come magnetica, bramava di avere quello che avevano loro. 

Per quanto i Nami  fossero bravi, non poteva fare a meno di riconoscere un enorme divario quando Kira gli mostrava i video dei suoi concerti. D’altronde, non erano diventati famosi a livello mondiale solo perché c’era Alex.

All’improvviso Alex si interruppe e si avvicinò a Kira, le parlò velocemente, febbrilmente, indicando diversi punti. Erano correzioni, accorgimenti, modi diversi di unire i brani. 

Kira seguiva le sue idee, alcune le riportava fedeli, altre le modificava. Lei era l’unica contro cui Alex non dicesse mai nulla quando cambiava qualcosa. 

Si acquietò quando lei ebbe finito di scrivere, controllò l’ora sul cellulare e sobbalzò. «Cavolo, non avevo la suoneria.» 

«Ti ha cercato Samuel?» domandò Kira divertita. 

Lui storse il naso. «Sì… quattro volte. Che noia. Kira, devo tornare in albergo. Ci vediamo appena riesco.» 

«Sennò ci vediamo al concerto», commentò lei con un sorriso. «Ciao, Alex.» 

Eita fissò con scetticismo Kira appena lui ebbe chiuso la porta. «Allora?» 

«Cosa?» 

«Che avete fatto?» 

Kira lo scrutò perplessa, poi roteò gli occhi. «Non so più come dirti che non stiamo insieme.» 

Il fratello scosse vigorosamente il capo. «Non ha senso. Avete un’intesa assurda.» 

«E un pianeta a dividerci», replicò lei con tono piccato, quasi innervosito. Avevano fatto quella discussione decine di volte in quegli anni, praticamente da quando era tornata dall’America. 

Anche gli altri membri dei Nami non le credevano, Takibi in particolare insisteva per farla confessare. Ma come poteva far capire a tutti loro che l’idea di legarsi con un’etichetta fosse insopportabile per entrambi? 

Era stata nel suo hotel poco dopo il suo arrivo ed erano finiti dopo poco sotto le lenzuola, felici di rivedersi. Ma nessuno dei due aveva mai più parlato di quel momento in cui avevano ritrovato il calore dell’altro. 

Riprese a scrivere, disinteressandosi delle battute e delle frecciatine del fratello, che alla fine si rassegnò ad andarsene, augurandole buona fortuna per il concerto.

Passò quella settimana con Alex. Si vedevano la mattina a casa di lei, poi lui andava ad organizzare l’evento e la sera lo raggiungeva in albergo, dove gli mostrava quello su cui aveva lavorato durante il giorno. 

Era dolce passare di nuovo tutto quel tempo insieme e quelle ore volavano, perse l’ultimo treno quasi ogni giorno e rassegnata iniziava a cercare un taxi, mentre i suoi occhi indugiavano sulla strada per l’albergo, chiedendosi se non fosse meglio tornare da lui invece che girare per Tokyo da sola. 

Alex non lo sapeva, ovviamente, aveva sempre detestato saperla in quelle situazioni. Quando vivevano insieme, era andato a prenderla più volte in piena notte, anche quando doveva svegliarsi all’alba per prendere qualche volo. 

Quando arrivò nel backstage del concerto, subito lo cercò e perse un battito vedendolo quella sera. Pensò che fosse il suo corvo, con la maglia strappata e i pantaloni di pelle stretti, con le decine di collane e gli orecchini solo su un orecchio, con quello sul lobo pendente. 

Lui la raggiunse con un sorriso e le indicò una porta. «Il mio camerino», le disse in un orecchio. 

Sentì un brivido per quel contatto. 

Si chiuse dentro e prese respiri profondi, costringendosi a mantenere la calma e recuperare lucidità. Si cambiò e si stava ancora allacciando la camicia quando entrò Alex. 

Lui le lanciò appena un’occhiata e in pochi passi la raggiunse con una smorfia sul volto. «Voglio la colomba, non una chitarrista giapponese.» 

Stralunò gli occhi. «Eh?» 

Le slacciò la camicia e le sfilò la canottiera nera, per poi rimetterle la camicia, completamente aperta. 

«Alex, non ho più vent’anni.» 

Le spostò i capelli su un lato e glieli fermò con delle forcine, assolutamente incurante delle sue proteste, e si tolse delle collane per metterle a lei. 

«Hai finito?» domandò stizzita. 

«Neanche un po’.» 

Le tirò fuori dalla borsa i trucchi e la obbligò a calcare la mano, ad abbandonare lo stile acqua e sapone che andava di moda a Tokyo in quel periodo. 

Restò dietro di lei ad osservare ogni suo gesto e alla fine annuì con soddisfazione. 

«Mi sento davvero stupida ad andare in giro con il reggiseno di fuori.» 

Alex le mise una mano dietro la schiena e la premette contro di lui. L’accarezzò risalendo lentamente, chinandosi su di lei, sul suo collo e la sorresse quando involontariamente si ritrovò ad inarcare la schiena. 

Sfiorò la sua pelle con le labbra, delicato, e scese fino al suo seno. Si allontanò con un sorriso. «Non potrei fare questo altrimenti.» 

Si scoprì di nuovo accaldata e tremante, vogliosa di sentire di nuovo le sue mani su di sé, ma Alex si voltò verso la porta. «Vado, sta per iniziare. Noi siamo tra un quarto d’ora, circa.» 

Aspettò quindi che la venissero a chiamare, ascoltando musica e mordendosi le labbra per provare di nuovo a calmarsi. 

Fu Alex stesso ad avvisarla, allungandole poi la mano per accompagnarla fino al palco. 

«Sei pronta, colomba?»

«Tu, corvo?» 

Alex la baciò con foga, cogliendola alla sprovvista, spingendola contro un palo. Si separò dopo qualche istante, quando salì sul palco il presentatore. 

«Ti voglio così», mormorò. 

«Come?» 

«Eccitata.» 

Arrossì prepotentemente e lui la spinse fino alla sua chitarra sorridendo, salutando il pubblico, che esplose in un boato per loro. 

Suonò, mentre tutte quelle persone cantavano con Alex, mentre lui continuava a cercarla, ad accarezzarla, ad avvicinarsi a lei. 

L’aveva sempre fatto durante i concerti, ma quella sera, dopo quel bacio, lei riusciva a stento a concentrarsi. 

Fu quando ebbero finito che lui di nuovo la baciò, per la prima volta in pubblico, davanti a telecamere di tutto il mondo. Si sentì sciogliere tra le sue braccia e si abbandonò completamente a lui, sapendo di non poter resistere al corvo. 

Alex le sorrise quando si separò, sfiorò il naso con il suo e poi si allontanò tenendola per mano. «La colomba», la presentò con un gesto. 

Kira s’inchinò, ritornando presente, e poi separò le loro mani. «Il corvo.» 

Alex allargò le braccia in un gesto plateale che la folla aveva sempre amato e poi le si riavvicinò, le mise una mano dietro la schiena e l’accompagnò fino al camerino. 

«Io devo restare fino alla fine. Tu, se vuoi, puoi andartene.» 

«Perché l’hai fatto?» 

«Perché volevo», rispose lui con naturalezza. «Sei bellissima.» 

Si voltò verso lo specchio per aiutarsi a togliere le collane. «Non è una spiegazione.» 

«Perché ti amo e, per l’unica volta nella mia vita, ho voluto fare quello che ho sempre voluto fare dopo un concerto con te.» 

Sobbalzò, sorpresa dal fatto che si fosse aperto così facilmente. Lo guardò attraverso il riflesso. «Alex…» 

La fece voltare e la baciò, le accarezzò la schiena, questa volta scendendo verso le gambe e le afferrò con fermezza, sollevandola, costringendola ad allargarle e a sedersi sul piccolo tavolino dietro di loro. 

Le fece scivolare la camicia fino a metà braccio per poterle baciare il collo, mentre si stringeva a lei. Poteva sentire quanto fosse eccitato e si scoprì di nuovo incapace di fare qualunque cosa. Si lasciò guidare in quel momento di puro piacere, mentre la musica di un altro gruppo copriva i loro ansimi, mentre si lasciava spogliare e amare lì dove era naturale che loro due si amassero. 

Restarono abbracciati sul divano nel camerino a sentire il resto del concerto, ancora nudi, in silenzio, accarezzando l’altro e ascoltando le note. Poi Alex si alzò accennando che doveva andare e si rivestì in fretta. 

Si voltò verso di lei poco prima di aprire la porta. «Riparto tra tre giorni. Vieni con me.» 

Pensò che stesse parlando dell’albergo, ma, quando notò che non se ne stava andando, realizzò che le stava chiedendo di tornare in America. 

«Non me l’avevi mai chiesto…» mormorò sorpresa. 

«Non posso vivere senza di te, colomba. Ho organizzato tutto questo solo per avere una stupida scusa per venire qui da te.»

Chinò il capo e chiuse con forza gli occhi. Una parte di lei aveva sempre sperato che arrivasse quel momento, che Alex la salvasse di nuovo dall’anonimato. Ma la sua razionalità, invece, temeva che avrebbe perso tutto quello che aveva costruito con il fratello. «Dammi del tempo…» 

«Hai due giorni», commentò lui in modo neutro. «Non te lo chiederò mai più, Kira. Lo sai che non rincorro le persone e, se mi rifiuti ora, perderai anche tutto questo.» 

Sgranò gli occhi. «Mi stai ricattando…» 

«No, ti sto costringendo a scegliere la vita che ti eri costruita e non quella in cui ti sei ritrovata. Torna ad essere la colomba e smettila di nasconderti. Tuo fratello ti vorrà bene lo stesso.» 

Alex aveva sempre avuto la capacità di capirla meglio di chiunque altro e di cogliere i momenti giusti per dirle qualcosa. 

Se ne andò dopo quella frase provocatoria e non si fece sentire per i giorni seguenti, mentre lei pensava e continuava a rimuginare sulla sua proposta.


«Kira, mi stai ascoltando?» 

Sobbalzò sorpresa e fissò Eita, quasi sconvolta di trovarlo lì in casa. Anzi, quasi si stupì di rendersi conto di essere a casa. 

«Cosa?» balbettò dopo qualche istante. 

«Stai bene?» le domandò allora Takibi, con l’accenno di preoccupazione che sempre aveva per lei. 

Fu così che scoprì che i Nami al completo erano a casa sua, che stavano bevendo birra e ascoltando musica. Ayame stava persino suonando l’ultima chitarra che aveva comprato, grazie al compenso dell’ultimo lavoro. 

«Che giorno è?» 

«Martedì», rispose Eita aggrottando la fronte. Lei si ritrovò a tirare un sospiro di sollievo, mentre lui si allarmò ulteriormente. 

Erano passati tre giorni dal concerto. Aveva talmente pensato che neanche si era accorta che la sua procrastinazione nel prendere quella decisione le aveva fatto perdere ogni scelta. E ne fu felice, perché sapeva che non sarebbe mai stata in grado di farlo. 

Prese allora il cellulare per controllare se Alex le avesse scritto, ma, come aveva sospettato, il corvo non era tornato sui suoi passi. 

«Scusate, sì, sto bene», mormorò quando vide lo sguardo di tutti puntato su di lei. Raccontò della richiesta di Alex e aveva appena finito, gli altri stavano per dire la loro, quando sentì bussare alla porta. 

Si ritrovò ad impallidire, perché erano davvero in pochi quelli che sapevano dove abitasse. 

«Kira, sono io. Hai lasciato in albergo gli spartiti.» 

Deglutì e ci mise un secolo ad alzarsi e ad aprirgli. 

Alex aveva una valigia in una mano e il suo quaderno nell’altra, già posizionato perché lei lo prendesse. 

«Ricordati della scadenza di venerdì», fu il suo saluto prima di voltarsi e andarsene. 

Si strinse il quaderno al petto e lo osservò mentre andava verso l’ascensore. Qualcosa dentro di lei le fece capire che quella sarebbe stata l’ultima volta in cui avrebbe visto il corvo e allora gli corse incontro e lo abbracciò. 

Alex però non ricambiò, restò rigido e con le mani in tasca. 

«Devo prendere un volo.» 

Lo ignorò. Poteva sentire quanto fosse ferito. 

Alla fine, lui cedette e le accarezzò delicatamente la schiena. «Addio, colomba.» 

Non riuscì a separarsi da lui, arrivarono le lacrime e provò con tutta se stessa a trattenerle. Lo sentì voltarsi verso casa sua. 

«Sta facendo tutto questo per te.» 

Si allontanò di scatto e si voltò, perché non voleva davvero credere che si stesse rivolgendo ad Eita. 

«Sta rinunciando a fama, amore, felicità, qualunque cosa, perché è convinta di non poter avere un rapporto con te se vivete da una parte all’altra del mondo.» Chinò lo sguardo su di lei. «Non puoi tenermi appeso ad un filo per tutta la vita, Kira. Io non voglio continuare a vivere attendendo di rivederti per poter avere una notte con te.» 

«Lo so…» 

«Hai scelto le tue paure invece dei tuoi sogni.» 

Eita la raggiunse e le parlò in giapponese, trafelato, le chiese che cosa stesse facendo, le garantì che non era quello di cui nessuno dei due aveva bisogno, che, dopo quella spiegazione, non avrebbe neanche potuto guardarla in faccia senza sentirsi colpevole. 

Kira allora capì perché Alex gli avesse parlato. 

Era abilissimo nel manipolare gli altri. Quella era una delle caratteristiche del corvo. 

Alex controllò l’ora. «Il volo è alle cinque.» 

Spostò gli occhi verso l’orologio appeso nel corridoio e valutò che aveva pochissimi minuti per fare la sua scelta e recuperare il passaporto. 

Si morse il labbro, afflitta, e di nuovo Eita la prese per le spalle, la scosse e la supplicò di andare. 

Fissò Alex. «Detesto quando fai il corvo.» 

«No», commentò lui semplicemente. 

«Pensi che saremo felici dopo queste tue minacce?» 

«Credo che ce le dimenticheremo già nel taxi.»

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