Giocoliere e cantastorie del tardo Medioevo. Il termine iocularis appare nei testi, a partire dal 9° sec., quale sinonimo di mimus e histrio, che poi sostituì del tutto, assumendo i significati di saltimbanco, buffone, acrobata, esperto nei modi di divertire il pubblico con il canto, con i suoni, con la danza, con la recitazione.

Cinque professioni per un’unica storia. 


Un attore è chi Interpreta un’azione drammatica rappresentata scenicamente. 

Harvey aveva all’incirca 20 anni, non sapeva neanche lui la sua esatta data di nascita perché, all’epoca, non era di moda far di conto o annotarsi quelle piccolezze, solo la chiesa del suo piccolo villaggio ne era a conoscenza, ma a lui non interessava. Era l’Ottocento e l’Inghilterra non era mai stata così potente e perfetta. Lui viveva in un piccolo paesino di campagna, Overton, nella contea del Lancashire, vicino al fiume Lune, in cui l’unica attrazione era la St Helen’s Church. 

Il suo sogno era quello di fare l’attore, spesso si metteva su qualche botte che trovava in qualche piccolo vicolo dimenticato e impersonava eroici guerrieri insieme ai suoi amici oppure tragedie greche di cui gli aveva parlato il parroco. Sapeva leggere qualcosa, poco, a dir la verità, e la scrittura era il suo tallone d’Achille per eccellenza: solo per scarabocchiare il suo nome poteva impiegarci una decina di minuti. 10 minuti per 6 lettere.

Comunque, per raggiungere il suo obiettivo, doveva andare in una città più grande e Lancaster era quella più vicina. Sapeva già come fare: gli bastava rubare una delle barche al molo e seguire la corrente. Non sapeva niente della città, per lui era una grande incognita e non aveva neanche idea di come potesse essere fatta, immaginava di riconoscerla dal grande baccano che lui sentiva solo nei giorni di festa, due all’anno, per l’esattezza: Natale e Pasqua. 

Fu quindi in un giorno pieno di buone intenzioni che Harvey attuò il suo piano senza essere notato da nessuno e si avviò alla ricerca della fama. Neanche lui sapeva bene che cos’avrebbe fatto una volta arrivato lì, ma non gli importava: nel suo cuore vi erano infinite speranze. 


Il mimo è un attore che interpreta un’azione scenica con i soli gesti e i movimenti del corpo, senza far uso della parola. 

Félix era il capo della compagnia degli artisti di strada dei “Chanceler”. Si esibivano a Lancaster e nessun inglese sapeva il significato del nome. Aveva scelto quello solo per richiamare l’esoticismo francese e ricordarsi così per sempre della sua terra natia. 

Lui era un mimo. Fin da bambino aveva notato che gli risultava più facile comunicare con i gesti piuttosto che con le parole, così era lentamente iniziato il suo trionfo da “Félix, le mime”, che gli aveva permesso di raccogliere i soldi necessari per emigrare e cercare fortuna altrove, perché in Francia ce n’erano anche troppi di quelli come lui. 

Il suo era un costume classico: bicromatico con dei grandi bottoni neri e la faccia bianca con due spesse gocce sotto gli occhi. Quello era l’unico abito con cui si sentiva a suo agio, per questo lo indossava spesso anche al di fuori del lavoro, quando girava fra le strade di Lancaster.

Lui non sapeva molto bene l’inglese; vivendo per cinque anni lì aveva imparato le frasi che più gli servivano, aiutato dagli artisti che aveva trovato in giro, per il resto bastavano dei gesti come: allungare il cappello a fine spettacolo e lanciare baci verso il pubblico. 

Era stato lui a notare Harvey per primo. Non per qualcosa di particolare, dopotutto c’erano molti sempliciotti in quel luogo, semplicemente gli era piaciuta la sua faccia e lo aveva scelto per aiutarlo nella sua esibizione. Quando la folla si era diradata, lo aveva fatto accomodare sulla loro enorme carrozza piena di oggetti e tessuti e avevano parlato per un po’: in realtà lui si era limitato ad osservare, mentre erano stati tutti gli altri membri della compagnia a tempestarlo di domande. 

Così, dopo una settimana passata nella fame, Harvey aveva trovato finalmente un modo per realizzarsi. 


Un musicista è colui che professa l’arte della musica, soprattutto come compositore o suonatore di uno strumento. 

Hannerose era originaria del nord della Baviera ed era stata la prima ad unirsi al gruppo dei “Chaceler”. Aveva i modi austeri della sua zona, fluenti capelli biondi raccolti in una pesante treccia e occhi azzurri come il mare che avevano subito colpito Félix. Normalmente un francese e una bavarese avrebbero avuto problemi di comunicazione, ma per loro era tutto diverso: lui mimava e lei suonava il violino.

Veniva da una famiglia abbiente, precisamente lei era stata una delle dame di compagnia della principessina della Baviera; era scappata quando si erano recati in Inghilterra per un viaggio e aveva raggiunto Lancaster praticamente guidata dal caso, aveva solo seguito il suo istinto per interminabili giorni di cammino. 

Lei e Félix avevano la stessa età, meno di trenta e più di venti anni, si erano subito trovati e amati. Era da quando si erano conosciuti che non passavano una giornata intera senza l’altro; spesso facevano anche spettacoli insieme, che raccoglievano intere piazze di persone attratte dalle note e divertite dai gesti. 

Quando aveva visto Harvey, non aveva capito che cos’avesse spinto Félix a farlo entrare nella loro carrozza, per questo era stata quella che più lo aveva riempito di domande. Non aveva scoperto nulla di interessante se non quel sogno che poteva affiancarlo al loro gruppo. Gli serviva giusto un attore per uno dei loro spettacoli e lui sembrava disposto a fare di tutto. 


L’addestratore di animali è colui che addestra, ammaestra, istruisce. 

Philippe era un bambino che si divertiva a giocare con gli animali. Nel suo spettacolo rientravano i cavalli, che normalmente trasportavano la carrozza, e i due cani randagi che aveva trovato in Francia e che lo seguivano ovunque.

Lui era il più giovane di tutti, aveva già lavorato in una compagnia di strada, ma era stato abbandonato a Lancaster, perché aveva perso il traghetto per un leggero ritardo. Aveva passato quella giornata a piangere disperato, finché non era arrivato Félix, che gli aveva fatto tornare il sorriso con il suo pezzo forte della scala immaginaria e l’aveva portato nella loro carrozza.

Lui era l’unico con cui Félix parlasse tranquillamente senza imbarazzarsi o nascondersi dietro alla sua maschera, probabilmente perché si capivano al volo e perché lui era l’unico a comprendere la sua perplessità di fronte a quella lingua così diversa. 

I suoi cani avevano provato ad attaccare Harvey, vedendolo come un intruso, così lui si era visto costretto ad intervenire, nonostante si fosse nascosto sotto un telo per non dover conoscere una persona nuova.

Lui era l’ultimo ad essere entrato nella compagnia e ancora faticava a trovare un modo soddisfacente per comunicare con gli altri. Con Hannerose gli era praticamente impossibile: l’unico modo che avevano inventato era quello di usare Félix come intermediario. 

Non appena ebbe allontanato i suoi due cani, Choix e Étoile, Harvey fece un gesto in segno di saluto e lui si stupì così tanto da rimanere imbambolato, per ricambiare poi con un veloce sorriso imbarazzato e nascondersi dietro gli ampi abiti di Félix.

Era la prima volta che qualcuno non rimaneva spaventato dai suoi cani e anche loro dovettero notarlo, perché gli si riavvicinarono per annusarlo e farsi accarezzare. Harvey divenne l’unico oltre a Philippe a poter toccare Choix e Étoile senza rischiare di perdere la mano.


L’acrobata è un ginnasta abile in esercizi d’equilibrio, forza e agilità che comportano difficoltà di vario genere. 

Dyan era del Devon e, fin da quando ricordava, era stata un’acrobata presso infinite compagnie di strada. Lei era quella che saltava da una parte all’altra, che compiva capriole, che giocava con il fuoco come se fosse stato suo amico. Non sapeva nulla della sua vita e non le interessava. Dopo aver abbandonato l’ennesima compagnia, era andata da Félix, l’aveva allietato con qualche piroetta e lui l’aveva presa anche perché gli serviva qualcuno che comunicasse con le autorità: per quel ruolo così importante, Félix non le aveva mai permesso di andarsene e, in realtà, non ci provava neanche più perché lì si trovava bene, si sentiva quasi in famiglia, nonostante fosse difficile comunicare. 

Quando vide Harvey, il suo compito fu soprattutto quello di tradurre le domande degli altri e le sue risposte. 


Quelli con cui legò prima di tutti furono Philippe e Dyan: lui, perché gli faceva vedere dei piccoli giochi di prestigio; lei, perché era inglese e, logicamente, era quella con cui parlava più di tutti. 

Il suo primo spettacolo fu con Philippe e il suo ruolo era quello di essere una sorta di clown sfortunato rincorso dai cani del bambino, che magistralmente li guidava. Il secondo fu con Félix e Hannerose: lei suonava il violino dando a loro il ritmo dell’esibizione; e loro due facevano una sorta di discorso invisibile lanciandosi oggetti e facendo giochi di magia con il pubblico mandando in visibilio i bambini. Il quinto fu con Dyan: ci misero più di una settimana a prepararlo, perché non riuscivano a trovare una commistione soddisfacente fra la sua fantasia da attore e le sue movenze perfette da acrobata. Alla fine, inscenarono una specie di spettacolo in cui lei era una bellissima principessa e lui uno straccione innamorato. Dovettero ripeterlo altre sette volte tanto fu il successo. 

Una sera, dopo aver completato lo spettacolo, Philippe corse fuori a giocare con i cani, mentre Hannerose e Félix si concessero del tempo da soli in una taverna della città; rimasero solo lui e Dyan. 

«Facciamo un giro?» propose lei dopo un’ora passata ognuno a farsi gli affari propri. 

Accettò volentieri, tediato da quella serata. Fecero una passeggiata e quella era la prima volta in cui non indossavano i loro abiti di scena. Dyan normalmente aveva aderenti calzamaglie, sembrava completamente a suo agio con quei vestiti, però in quel momento aveva un’ampia camicia da uomo, forse di Félix, dei pantaloni troppo grandi per lei e un cappellino calato sul volto, quasi volesse apparire come un uomo. 

«Come mai ti sei conciata così?» le chiese quando si fermarono davanti ad un locale. 

Lei lanciò un fugace sguardo verso una donna che si avviava verso una carrozza e riprese a camminare. «Sono più comoda.» 

Non poté fare a meno di notare che stavano seguendo proprio quella carrozza. 

«Chi è?» 

Dyan lo fissò preoccupata, scosse la testa e si appostò dietro degli alberi per guardare una coppia che scendeva dal mezzo e si dirigeva in casa. Aspettarono silenziosi, finché lei rivelò: «Madame Nuit. Il marito ha origini francesi». 

«E perché la stai seguendo?» 

La vide abbassare lo sguardo come imbarazzata e, ancora prima che gli spiegasse la realtà, aveva già capito: «Mi piacciono le donne». 

Tornarono alla carrozza. 

«Quando l’hai scoperto?» 

La vide prendere una sigaretta e aspirarla assorta. «Da alcuni anni. Sono andata con molti uomini, non per amore, solo per divertimento. Poi ho visto Madame Nuit una sera, nella piazza dove stavo facendo lo spettacolo e… non so, è subito scattato qualcosa. Ogni martedì vado in quel locale per vederla passare… Vorrei poterle parlare…» 

Era la prima volta che incontrava qualcuno di omosessuale. Nel suo villaggio erano considerati un’eresia e anche lui li aveva sempre visti come tali, ma la vita di strada gli aveva aperto la mentalità. Dyan era una normalissima ragazza, nulla di diabolico come la chiesa li additava. 

«… ma so che è impossibile», completò Dyan sospirando. 


Philippe non aveva amici al di fuori della compagnia, era solo nonostante fosse a Lancaster da ormai mesi; fu quindi quello che apprezzò di più l’idea di Félix di andare a Londra, perché si era stufato di vedere sempre gli stessi volti. 

Durante il viaggio, Félix e Hannerose governavano i cavalli, mentre lui accarezzava il pelo dei suoi cani provando a seguire i discorsi di Dyan e Harvey. Aveva imparato qualche parola di inglese, ma i loro accenti lo confondevano e il loro stesso modo di parlare concitato lo disorientava. Sospirò attirando involontariamente la loro attenzione. 

Dyan si avvicinò a lui, gli accarezzò i capelli e si scusò in perfetto francese dicendo: «Perdonaci, ti abbiamo trascurato. Sei felice di andare a Londra?». 

Immediatamente il sorriso gli illuminò il volto. «Sì! Lì è pieno di bambini come me, vero?» 

Dyan annuì, lo avvicinò a sé e lo abbracciò forte. Fece finta di non notare il fremito del suo corpo. Gli stessi Choix e Étoile capirono che qualcosa non andava e, forse per consolare l’acrobata, scodinzolarono e abbaiarono per attirare la sua attenzione. 

Il vero motivo per cui Félix aveva deciso di cambiare città erano stati i sentimenti di Dyan per Madame Nuit: molti in città avevano notato i suoi pedinamenti silenziosi e, per evitare che la polizia li seguisse, aveva preferito andarsene. Dyan si era scusata, aveva accettato la sua decisione e si era chiusa nel silenzio. 

Nel primo spettacolo che fecero a Londra, lei costrinse Harvey ad inscenare una tragedia: era completamente vestita di nero e, alla fine, la donna innamorata da lei interpretata moriva dal dolore per la lontananza dal suo amante. Ebbe successo, ma ci vollero i migliori numeri di Philippe e di tutti e quattro gli animali per risollevare il morale del pubblico. 

Félix spiegò a Dyan che doveva andare avanti, si chiusero nella carrozza facendo scendere tutti gli altri. Sentirono le loro grida, ma solo Philippe riuscì a capirli. 

Dyan spalancò teatrale il telo e saltò giù, afferrò Harvey per il braccio e lo trascinò via, mentre Félix spiegava agli altri due che cosa fosse successo. Philippe non poté fare a meno di notare che le sue lacrime nere del trucco erano solcate da strisce rosa, come se delle vere lacrime le avessero attraversate; Hannerose ascoltò la melodia della sua voce e comprese il suo turbamento profondo. 

Dyan e Harvey ritornarono solo a tarda notte. 

Dyan tornò a far divertire il pubblico con i suoi numeri, ma c’era solo la mattina: il pomeriggio prendeva il treno e andava a Lancaster. Saltava nello scompartimento dove tenevano gli animali per non dover pagare il biglietto; appena scendeva correva a perdifiato lungo le vie della città con indosso degli abiti sempre diversi che le prestavano Harvey e Félix e si appostava davanti al locale. 

Dopo qualche giorno, però, le persone la riconobbero e lei notò che la stessa Madame Nuit le lanciò uno sguardo infuocato, furioso. 

Rientrò nella carrozza della compagnia durante la notte, quando tutti erano assopiti. Choix e Étoile allungarono il muso verso di lei, guairono, scodinzolarono appena e tornarono a scaldare Philippe. Fèlix e Hannerose erano abbracciati in un angolo, mentre sull’amaca c’era Harvey. Lo scosse appena e gli chiese di uscire a parlare e lui, barcollante per il sonno, la seguì stropicciandosi gli occhi.

Si sedettero sui leoni di Trafalgar Square e solo allora Dyan affermò: «Madame Nuit mi ha riconosciuta…». 

«Come fai a saperlo?» 

«Mi ha guardata… ho sempre sperato che succedesse, ma non così…! Sembrava mi dicesse di andarmene e scomparire per sempre…» 

Harvey sospirò, l’abbracciò silenzioso e aspettò che lei si raggomitolasse al suo petto per nascondere il volto e piangere come faceva ormai da quando avevano lasciato Lancaster. 

«Che vuoi fare?» 

«Non posso tornare, mi odia!» 


Félix ascoltò il racconto di Dyan e annunciò: «Torneremo a Lancaster e faremo uno spettacolo di fronte a quel locale. Sarai tu a raccogliere i soldi, Dyan, e dovrai lasciare un biglietto a Madame Nuit». 

«Ma non so scrivere…» 

«Lo farò io per te. Segneremo il luogo di incontro e l’ora. Se lei vorrà, ci andrà, sennò torneremo direttamente a Londra.» 

Dyan annuì sorridendo, ringraziò Félix abbracciandolo a lungo e andò davanti alla sua cassapanca per scegliere il vestito da indossare per l’occasione. 

Nel mezzo della rappresentazione di Dyan e Harvey, Madame Nuit e suo marito uscirono dal locale e si fermarono a guardare. Dyan infilò nella mano della donna un bigliettino senza che nessuno se ne accorgesse e, agile come sempre, s’infilò fra le persone per raccogliere le offerte. 

Il luogo d’incontro era la via dietro la casa di Madame Nuit: doveva essere un incontro veloce, un modo per parlare. Ovviamente Félix non aveva acconsentito a lasciare andare da sola Dyan, così Harvey e Philippe si erano appostati dietro a degli alberi. 

Madame Nuit arrivò all’ora fissata e rimase immobile a qualche metro da Dyan. Fu lei la prima ad interrompere il silenzio. «Perché mi spii? Quanti soldi vuoi?» 

«Non voglio i vostri soldi, Madame, non fraintendete. Io sono solo un’artista che si è innamorata della sua figura…» 

La donna si avvicinò e le tappò la bocca con il guanto di pizzo nero. «Non devi urlare certe cose. Qual è il tuo nome?» 

«Dyan», sussurrò la ragazza. Dentro di lei un mare di sensazioni che non aveva mai provato: una stretta improvvisa allo stomaco, il respiro affannato, il battito del cuore fortissimo e una calda sensazione nel petto, come di qualcosa che si stava sciogliendo. 

«Va bene, Dyan. Domani torna qui a quest’ora ed entra da quella porta. Ci sarò io ad aspettarti. Fa’ tutto silenziosamente: non deve vederti nessuno.» 

Dyan annuì e corse via sorridendo, non si fermò ad aspettare Philippe e Harvey, continuò a correre per sfogare quell’infinita felicità. Raccontò tutto a Félix, che sospirò e affermò che anche il giorno successivo Harvey e Philippe avrebbero dovuto controllare la situazione rimanendo fuori dalla casa. 

Dyan tornò nella casa di Madame Nuit ogni giorno. Tutto sembrava perfetto, anche troppo. 

Philippe e Harvey tutti i pomeriggi dovevano appostarsi vicino alla casa. Di solito passavano il tempo giocando a carte, quel giorno fu solo grazie a Choix e Étoile che si accorsero di quello che stava accadendo: i due cani cominciarono ad abbaiare e ringhiare puntando lo sguardo verso la finestra della camera di Madame Nuit. Si alzarono di scatto e si avvicinarono. 

Videro la porta spalancarsi improvvisamente. Due poliziotti in nero stringevano le braccia di Dyan, coperta da un misero lenzuolo che le avevano messo addosso. Choix e Étoile si avventarono rabbiosi sui due uomini e Harvey approfittò del momento per prendere Dyan in braccio e scappare insieme a Philippe e ai due cani. 

Félix, non appena li vide arrivare inseguiti dalla polizia, salì in carrozza e cominciò a richiamare i cavalli all’attenzione. Nell’esatto istante in cui furono tutti sopra, partì a tutta velocità per le vie della città. Raccolsero Hannerose per strada e si diressero a Londra. 

Dyan spiegò che non era stata colpa di Madame Nuit, ma di uno dei servi che si era insospettito vedendo la padrona scomparire ogni giorno. 

Lasciò la compagnia il giorno stesso in cui arrivarono a Londra. 

Harvey tornò a fare spettacoli con Félix e Hannerose. Non erano travolgenti come quelli con Dyan, ma non potevano fare altrimenti. Tutti sentivano la mancanza della ragazza, soprattutto per il problema di poter comunicare con le autorità e le sue traduzioni dal francese all’inglese. 

Choix e Étoile non riuscivano a mascherare quella mancanza, così Philippe fu costretto ad utilizzare i due cavalli per il suo spettacolo. I due cani rimasero infiniti giorni immobili vicino alla carrozza in attesa, continuando a sperare, ma Dyan non arrivò mai. Philippe non sapeva che cosa fare, provò a portarli in giro a correre come aveva sempre fatto, ma la situazione non mutò. Doveva imboccarli perché rifiutavano di mangiare, li coccolava come meglio poteva, ma loro sembravano assenti e profondamente feriti. 

Il primo ad ammalarsi fu Choix. Tutti notarono che i suoi occhi si spegnevano ogni giorno che passava. 

Per far svagare Philippe, Harvey lo portò vicino ad un giardino dove aveva visto numerosi bambini. Nonostante non riuscisse a comunicare con loro, Philippe si integrò immediatamente e il suo stesso inglese fece dei salti da gigante: dopo neanche una settimana era in grado di fare un discorso con Harvey senza tentennare o esitare ad ogni singola parola. 

Félix, quando seppe del giardino con i bambini, accompagnò lui stesso Philippe e parlò a lungo con una donna che, chissà come aveva fatto a capirlo, era francese. 

Quella sera Félix annunciò a Philippe che gli aveva trovato una famiglia che si sarebbe anche presa cura di Choix e Étoile. Il bambino cominciò a urlare e a scalpitare, gli rinfacciò tutto quello che avevano passato insieme per poi corrergli incontro, abbracciarlo, dirgli che gli sarebbe sempre mancato e che gli voleva bene. Lo ringraziò per ore, perché si era ricordato che un giorno gli aveva detto che il suo sogno era quello di trovare una famiglia per bene perché, nonostante tutto, non riusciva a considerare Hannerose e Félix come i suoi genitori. 

Il giorno seguente anche lui se ne andò. 


Harvey rivide Dyan una sera. Era fuori da un locale insieme a dei ragazzi. Era passato un mese da quando lei li aveva lasciati. Si salutarono con affetto, lei gli presentò quei ragazzi dicendo che erano degli artisti, non come loro, loro dipingevano e scrivevano! Erano degli intellettuali! 

Passò il tempo con loro, uno in particolare si interessò del suo sogno, gli disse di improvvisare qualcosa per loro e gli diede appuntamento il giorno seguente davanti a quello stesso posto. 

Harvey entrò nel mondo del teatro dopo una settimana. 


Félix e Hannerose ritornarono di nuovo soli. L’uomo sospirò, guardò tutti gli oggetti che erano rimasti degli altri e propose ad Hannerose di fare un giro per la città. 

Videro Philippe giocare insieme a Choix, Étoile e dei bambini in un parco; dietro di lui una donna che gli diceva di fare attenzione, di non correre troppo che poteva cadere a terra e farsi male e che gli diede un biscotto da mangiare. Philippe non notò il mimo e la musicista, era troppo preso dal suo gioco e dalla sua nuova vita per poter accorgersi di qualcosa che era ormai passato. 

A Trafalgar Square videro Harvey e Dyan camminare con degli abiti raffinati, puliti, forse anche costosi. Neanche loro li videro. 

I due artisti di strada non dissero nulla per tutto quel tempo, non perché fossero tristi, semplicemente avevano bisogno di pensare al loro futuro. Quando furono di nuovo nella carrozza, Hannerose prese il violino e intonò una melodia tristissima, poi lo posò e attese. 

Félix sospirò. «Anche tu vuoi lasciarmi. Va bene, amore mio, vai dove vuoi», e si voltò. Di nuovo il violino risuonò nell’aria. «Io non lascio questa vita», rispose sorridendo. «Io sono un mimo e sempre resterò un mimo. Tu hai del talento, vai! Non sprecarlo!». 


«“Insegui i tuoi sogni fino alla morte”, le dissi questo come ultima cosa.» 

Tre ragazzi davanti a lui annuirono e poi si strinsero intorno a lui in un abbraccio. «Ti vogliamo bene, Félix! Noi non ti lasceremo mai!» 

Il mimo sorrise, annuì con poca convinzione e andò dai cavalli. Loro erano gli unici che avevano sempre seguito le sue avventure. 

Tutti se ne vanno, forse alcuni tornano, ma tutti un giorno inseguiranno i loro sogni e non sarà per cattiveria che non ti guarderanno, semplicemente non si accorgeranno, perché troppo presi dalla loro nuova vita. Ciò che è passato va accantonato, non dimenticato, perché ci ha fatti crescere, tutto ciò che è sconosciuto va accolto, studiato e assimilato per migliorare.

Tutti un giorno seguiranno i loro sogni; solo i vermi si lasceranno condizionare dagli altri e abbasseranno la testa. 

Il mimo mise il suo cappello a bombetta, sospirò, chiuse gli occhi e nell’aria risuonò la melodia di un violino.

Infinita poesia cullata dal vento primaverile.

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