Ho incontrato diverse persone che mi dicevano di essere degli scrittori e lo dicevano più che altro perché ogni tanto abbozzavano qualcosa su un pezzo di carta, perché gli piaceva scribacchiare i loro pensieri.

Beh, per me la scrittura non è mai stato questo. Io ho sempre sentito la necessità di scrivere. Ho iniziato alle elementari (beh, prima non sapevo farlo, non ero un prodigio come mio fratello che già all’asilo aveva imparato) con i diari: erano il mio modo per sfogarmi.

Non ho una storia facile e la domanda che per anni mi ha messa in imbarazzo è sempre stata una: “hai fratelli?”. Per metà ne ero orgogliosa – cavoli, mio fratello è un artista! Cercate Luca De Leva – per l’altra metà no. Mia sorella gemella ha la sclerosi tuberosa. Non era facile da bambina accettare che lei fosse diversa o anche solo capirlo. Ci sono tantissime foto in cui io ho questa faccia sospettosa e diffidente mentre la osservo.

E, per quanto i miei abbiano sempre provato a non farci pesare la situazione, beh, io la sentivo. Sono cresciuta come una bambina introversa e attenta ad ogni dettaglio. Probabilmente ero l’incubo dei miei genitori, perché non dicevo nulla, osservavo e basta.

Non curavo la forma estetica, non era quello l’importante – la mia grafia è davvero pessima, la mia mano è sempre stata definita come una “zampa di gallina” – e non era importante neanche il contenuto. Ero un fiume in piena: scrivevo e scrivevo solo per me. Come è giusto che sia un diario.

Poi questo mio bisogno di esprimermi si è trasformato in un bisogno di sfogare la mia immaginazione. Penso sia successo quando ho iniziato a leggere libri veri. Mia madre è professoressa, non so bene a che età mi abbia messo in mano un libro che non fosse per bambini. So che leggevo e divoravo le fiabe sonore e un libro sui miti greci. Questi sono i miei primi ricordi di libri.

Amavo il fantastico e poi ho incontrato Isabel Allende – in senso figurato, purtroppo. Mi si è letteralmente aperto un mondo alle medie con lei. Ho scoperto il genere fantasy. Passavo ore in libreria a scegliermi libri e a un certo punto ho pure iniziato a fare fatica a trovarne di nuovi o di interessanti.

Lì il mio bisogno di esprimermi è diventato più strutturato. Non era più solo per me. Scrivevo per gli altri, perché leggessero quello che facevo. C’erano racconti demenziali, con personaggi creati sui miei migliori amici, c’erano le fanfic con i miei personaggi preferiti, e poi nel frattempo, quasi in sordina, c’erano i progetti a cui tenevo di più.

Ho iniziato a scrivere dei racconti che rappresentassero i mondi che avevo in testa, le idee e i miei sogni – sì, perché metà delle idee che poi trascrivo derivano direttamente dai miei sogni. E poi c’era il mio primo romanzo. Era la mia creatura, la curavo in ogni più piccolo aspetto, la cullava e la facevo crescere.

L’ho riscritto almeno una decina di volte per adattarlo al mio stile in mutamento. I racconti erano la mia palestra e tutto quello che apprendevo poi lo riversavo lì. Ho quaderni con alcuni capitoli e testimonianze in cloud di diversi tentativi, di bozze e di vecchie stesure.

E in parallelo sono arrivati tutti gli altri.

Non è un hobby il mio; senza la scrittura sono incompleta, mi incupisco, covo dentro i miei sentimenti e non sono in grado di processarli.

Ho abbandonato da tempo la forma del diario, sono passata alle lettere e poi sono arrivata a chiedermi: “ma perché dare una codifica ai miei pensieri?”. Prendevo semplicemente un pezzo di carta o aprivo un documento e mi liberavo di quello che mi opprimeva. Ci scrivevo racconti a volte o inserivo quegli eventi in altre cose; prendevo parti del mio carattere e le davo a un personaggio; prendevo i miei pensieri e li cucivo su un personaggio.

Così, i miei personaggi sono diventati veri.

Mi chiamo Laura De Leva. Benvenuti nella mia testa.