Capitolo 1 – Il Sacrificio di Dal
Erano passati secoli dall’ultima volta in cui era stato pronunciato il loro nome. Secoli di difficoltà, divisioni, di guerre e carestie. Erano passati secoli dall’ultima volta in cui qualcuno aveva invocato il loro nome per chiedere aiuto. Si erano perse le speranze, ci si era rassegnati al fatto che lo squallore, la terra arida, la povertà fossero diventati la norma, la realtà ineluttabile di quel mondo.
Era trascorso un tempo immenso dall’ultima volta in cui i fiumi avevano cantato e gli alberi suonato. Ora il mondo taceva, avvolto in un silenzio irreale, mentre ci si nascondeva sotto mantelli e si spegnevano le luci per non vedere.
Nel grigiore oppressivo delle strade deserte, il vento gelido sferzava i vestiti delle quattro ragazze mentre si guardavano incredule intorno. Quei secoli avevano lasciato il loro segno, trasformando quel mondo in un luogo desolato e avvolto nel silenzio.
Leslie, con i suoi vestiti sgargianti, si sentiva come un’anomalia, una macchia di colore in un mare di grigio. Anche le sue amiche, guardando le strade deserte intorno a loro, condividevano quel senso di estraneità. Pauline, la più pronta tra loro, le strattonò fino a un vicolo nero, mentre Mariah fece apparire dei mantelli simili a quelli dei passanti, in cui subito si avvolsero.
Mentre Leslie consultava una mappa sotto la sua tunica, Cassidy si inginocchiò per appoggiare una mano a terra. «Siamo lontane. Dobbiamo andare a nord» sussurrò.
Pauline sbuffò e indicò la direzione corretta, quindi si misero in marcia, procedendo lentamente, con cautela, facendo attenzione a non scontrarsi con nessuno.
«E io che pensavo che l’Erede stesse esagerando…» commentò Mariah dopo un po’.
Erano state mandate lì dall’Erede del loro mondo, colei su cui ricadeva la responsabilità di proteggerlo. Compito che, in realtà, svolgevano loro, le Protettrici, appunto. L’Erede indicava quali fossero i pericoli e affidava loro le missioni, ma quel giorno aveva annunciato di un male che proveniva da quel mondo.
Era la prima volta che ne sentivano parlare.
Era la prima volta che scoprivano dell’esistenza di altri mondi.
Tutte le minacce che avevano affrontato fino a quel momento venivano dal loro pianeta, e già così, all’inizio, avevano fatto parecchia fatica ad abituarsi all’esistenza della magia. Avevano scoperto i loro poteri per caso, e dopo neanche una settimana, erano state convocate alla corte dell’Erede.
Quella, ovviamente, era stata anche la prima volta in cui avevano sentito della sua esistenza.
L’Erede appariva come una ragazza dai lunghi capelli dorati e dagli occhi azzurri, vestiva sempre con abiti candidi e tessuti leggeri, si muoveva con gesti delicati e la sua voce suonava sempre tranquilla. Persino di fronte alla distruzione, manteneva calma e compostezza.
Non sapevano come si chiamasse davvero; avevano scoperto in seguito che la sua vita era ben più lunga di quanto dimostrasse.
In quel primo incontro, l’Erede aveva spiegato il loro ruolo di Protettrici e aveva loro affidato la loro prima missione: catturare un goblin dispettoso con il vizio di far esplodere i vulcani.
Era soprattutto questo il tipo di incarichi che ricevevano: catturare creature magiche annoiate con la passione per gli spettacoli.
Da secoli, l’Erede studiava un modo per far accettare agli umani l’esistenza della magia e delle varie specie magiche, ma ancora li reputava immaturi e temeva cosa avrebbero potuto fare con le loro armi. Il loro compito principale era quindi evitare che “i magici”, così li chiamavano loro, fossero scoperti.
Erano passati quattro anni da quando avevano iniziato quella loro nuova vita. Ora erano all’ultimo anno di liceo, a metà anno, e dovevano concentrarsi sugli studi. L’ultima cosa che avrebbero voluto era sentirsi dire che improvvisamente dovevano sventare un’apocalisse, e che l’unico modo per farlo era risvegliando i Protettori di quel mondo.
Erano rimaste un po’ deluse nello scoprire di non essere le uniche ad avere i poteri degli elementi. L’Erede se n’era accorta, aveva precisato che i loro poteri non erano paragonabili.
Leslie tirò un sospiro di sollievo quando finalmente giunsero alla fontana che aveva segnata sulla mappa. L’incertezza di non sapere la loro posizione esatta la tormentava, e, sebbene si fidasse di Cassidy, era da mezz’ora che procedevano seguendo le indicazioni delle pietre sparse lungo la via.
«Non manca molto» annunciò Leslie con un sorriso di soddisfazione, quasi gongolando.
«Sì, ma a cosa?» chiese Pauline, sbuffando. «Cosa stiamo cercando?»
«I Protettori» dichiarò Cassidy con tono grave, e, nonostante le altre cercarono per il resto del tragitto di ottenere più informazioni da lei, non riuscirono a saperne di più.
Fu solo quando arrivarono che compresero.
Si trovavano dietro a un castello semidistrutto, poco oltre le mura che lo separavano dalla città. Le mura, ormai trascurate e prive di scopo da tempo, si erano sgretolate in quel punto, formando un varco che conduceva direttamente ai giardini del castello. Fra le macerie si celavano quattro statue.
«Eccoli» affermò Cassidy, prima di abbassare lo sguardo e chiudere gli occhi.
Erano giovani anche loro, questo fu tutto quello che riuscirono ad evincere da quelle statue. Avevano espressioni sofferenti, come se stessero facendo qualcosa di faticoso che li metteva alla prova.
«Belle statue» commentò Mariah, cercando di mascherare il senso di inquietudine che stava crescendo dentro di lei.
«Non sono statue, idiota, sono i Protettori» ribatté Cassidy. Alzò il capo e tutte loro distinsero delle lacrime agli angoli dei suoi occhi. Proprio dei suoi, che era la più fredda e distaccata del gruppo. «Hanno perso.»
Sgranarono gli occhi e guardarono di nuovo quelle che apparivano a tutti gli effetti come delle normalissime sculture in pietra. Per la prima volta di fronte ad una sconfitta, si chiesero che cosa sarebbe potuto accadere a loro se avessero fallito una missione. Sarebbero state tramutate anche loro in statue? Di loro sarebbe rimasto solo quel tremendo memento?
Leslie si morse il labbro, cercando di trattenere l’ansia che le stringeva il petto. Si guardò intorno, notò che lì non c’era nessuno, che anche le case erano abbastanza distanti perché potessero sentirle. «Che facciamo ora?» chiese, la voce incerta, rivolgendosi alle compagne.
«Chissà chi era chi?» domandò distrattamente Pauline mentre si avvicinava alle statue. Si fermò di fronte a quella di una ragazza dai lunghi capelli raccolti in una coda, con un abito lungo che le disegnava il corpo. Aveva lineamenti dolci, occhi grandi e spalancati, ma ora fissavano il vuoto con un’espressione senza vita, come se implorassero pietà.
«Lei aveva il controllo dell’aria» mormorò Cassidy, indicando poi il ragazzo accanto a lei, dal fisico muscoloso e capelli di media lunghezza, spettinati. «Lui dell’acqua.» Indicò poi le altre due statue rimaste. «Terra e fuoco.» Si avvicinò alla Protettrice con il potere della terra e posò una mano sul suo braccio, sentendo la freddezza della pietra sotto le dita.
Negli occhi della Protettrice c’era una tristezza profonda, uno sguardo straziante che parlava di secoli di isolamento. La sua figura di pietra sembrava gemere sotto il peso di un’eternità di solitudine. Il contatto con Cassidy portò un leggero tremito alla statua, come se la pietra volesse finalmente liberarsi dalle catene del tempo.
Poi, improvvisamente, il freddo della pietra divenne più caldo e, dapprima sbiaditi, i colori tornarono sulla statua. La durezza si trasformò in carne, l’immobilità in un’anima che lottava per respirare. La Protettrice cadde a terra, annaspando, stringendosi il petto nel tentativo disperato di riempirlo d’aria, mentre i suoi occhi tornavano a brillare di vita.
Mariah tentò di aiutarla, ma lei balzò in piedi, facendo apparire una spada, e si mise in posizione difensiva. «Chi siete?» urlò sconvolta, guardandosi intorno, gli occhi pieni di incredulità. «Cos’avete fatto?»
Le ragazze alzarono le braccia nel gesto universale della resa, ma lei non si tranquillizzò. Stringendo la presa sull’elsa, le studiò una ad una con attenzione e un velo di sospetto.
Cassidy si inginocchiò a terra e fece crescere un fiore davanti a lei. La Protettrice sobbalzò, gli occhi spalancati, e subito fece sparire l’arma.
«Siete Protettori anche voi?» chiese con un filo di voce.
Leslie annuì, poi si avvicinò alla statua del Protettore del fuoco, sperando di risvegliarlo con una semplice carezza, così come aveva fatto Cassidy. Ma la pietra rimase fredda e immobile sotto le sue dita.
«Mi chiamo Jacqueline» si presentò la Protettrice, chiudendo gli occhi e prendendo un respiro per calmarsi. La confusione riguardo agli eventi passati la tormentava, ma sapeva che doveva mantenere la calma per affrontare la situazione.
Interrogò gli alberi del giardino intorno a loro, cercando di ottenere informazioni su cosa fosse successo, ma si sentiva debole e confusa, e i suoi poteri sembravano non rispondere come prima.
Rimase in silenzio, respirando lentamente per ritrovare la calma interiore. Mariah diede una gomitata a Pauline, indicandola come strana, ma Cassidy le spiegò sottovoce che Jacqueline stava comunicando con gli alberi.
«Tu non sai farlo!» esclamò Mariah sorpresa.
Leslie si morse il labbro, amaramente, ricordando le parole dell’Erede sulle differenze dei loro poteri.
Jacqueline aprì gli occhi, si avvicinò al Protettore dell’acqua e accarezzò il braccio della statua. «Come vorrei che fossi sveglio, Liu» sospirò. Si voltò verso le ragazze, rinunciando alla speranza che i suoi amici si destassero. «Temo che loro non si risveglieranno.»
«Perché tu sì?» domandò Cassidy.
«Chi vi ha mandate qui?» chiese Jacqueline, ignorando la domanda di Cassidy.
«L’Erede. Andiamo da lei» propose Leslie.
Jacqueline inclinò il capo. «L’Erede? E chi è?»
Pauline disegnò un cerchio nell’aria, aprendo un varco viola che le avrebbe riportate nel loro mondo. Quei varchi per loro erano sempre stati una fonte di insicurezza e minaccia, mentre Jacqueline non esitò ad attraversarlo.
La seguirono prontamente, ritrovandosi nella camera di Pauline. Jacqueline si guardò intorno confusa, cercando di capire dove si trovasse e cosa fossero tutti quegli oggetti che vedeva lì. La tecnologia del mondo moderno la stupiva e la spaventava allo stesso tempo. Il computer in bella mostra sulla scrivania attirò la sua attenzione con il suo schermo luminoso e i pulsanti misteriosi, ma il suono improvviso del cellulare che squillava accanto al letto la fece sobbalzare.
Pauline si affrettò a rispondere e confermò alla madre che era a casa con le amiche. Jacqueline sembrava ancora più confusa. «L’Erede è qui?» chiese con un’espressione interrogativa.
Mariah scoppiò fragorosamente a ridere. «Ma certo che no! Ora andiamo al pozzo.»
Jacqueline immaginò che “il Pozzo” fosse il nome del palazzo dell’Erede, ma rimase sconcertata quando le ragazze la portarono effettivamente ad un vero e proprio pozzo dietro la casa.
«Non avete il controllo dei portali?» chiese Jacqueline, visibilmente sconvolta.
Pauline la scrutò, sconcertata, ma decise di non rispondere. Mentre Jacqueline si preparava a tuffarsi nel pozzo senza esitazione, le ragazze rimasero a guardare, meravigliate dalla sua temerarietà.
Si ritrovò in un enorme bacile a forma di fiore, con il pavimento basso e l’acqua cristallina che le lambiva le caviglie, emanando un fresco profumo di rugiada. Nonostante i vestiti bagnati, Jacqueline avanzò con passo sicuro, attratta dall’arco che si stagliava di fronte a lei, aprendole le porte di un mondo sconosciuto, ma che finalmente sapeva di potere e magia.
Era una navata bianca, con sottili colonne adornate da disegni degli elementi che si intrecciavano in uno schema a spirale lungo tutto il fusto. L’atmosfera era maestosa, con le pareti che sembravano scomparire all’orizzonte.
Una struttura rialzata circolare svettava nel mezzo, e Jacqueline si stava dirigendo verso di essa con determinazione. Le altre faticavano a tenere il passo, arrancando dietro di lei e inciampando di tanto in tanto.
Quando arrivarono di fronte all’Erede, Leslie si rese conto che stavano facendo una pessima figura.
L’Erede si voltò appena per osservarle e i suoi occhi subito si spalancarono sorpresi su Jacqueline, riconoscendola.
«Come avete fatto?» domandò, stupita.
Jacqueline accennò un inchino con il capo, quindi avanzò per trovarsi di fronte all’Erede.
Le altre trasalirono, non avendo mai osato avvicinarsi così tanto all’Erede. Nessuna di loro aveva mai pensato di salire quei tre gradini verso di lei.
«Mi chiamo Jacqueline Sailar, sono la Protettrice con il dono della terra di Kerevash.»
L’Erede annuì, poi allargò le braccia, abbracciando simbolicamente l’immensità della stanza. «Qui siamo sulla Terra.»
Jacqueline sorrise. «Bel nome. Perché avete mandato le vostre Protettrici da noi?»
«Perché ho visto una minaccia arrivare dal tuo mondo.»
Jacqueline annuì, stringendo i pugni, mentre cercava di richiamare alla mente i suoi ricordi. «I miei ultimi ricordi sono confusi. C’è stata una battaglia, ma non ricordo con chi… immagino che l’abbiamo persa» ammise con una nota di tristezza nella voce.
«Sono passati secoli da quella battaglia» confermò l’Erede con calma.
Jacqueline strinse i pugni con ancora più forza, cercando di reprimere l’agitazione che provava. L’Erede si avvicinò, avvolgendola con le sue braccia sottili in un gesto di conforto silenzioso, prima di allontanarsi leggermente. «Ho bisogno di vedere i tuoi ricordi. Inginocchiati qui» disse l’Erede, indicando il suolo di pietra con un gesto leggero.
Jacqueline obbedì, mantenendo gli occhi chiusi mentre si piegava verso il terreno. L’Erede distese le mani verso di lei e il pavimento di pietra della struttura circolare si trasformò in uno specchio attraversato da un’onda, come se una goccia fosse caduta nel centro dove si trovavano loro.
Una sequenza di immagini prese forma, mostrando il passato di Jacqueline agli occhi di tutte. Si trovava in una radura verde con gli altri Protettori e un ragazzo. Quest’ultimo e il Protettore con il dono del fuoco si stavano allenando, ma, mentre il Protettore dava fondo a tutte le sue tecniche per provare ad avere la meglio, l’altro sorrideva, mentre i suoi occhi continuavano a cercare Jacqueline.
Alto e slanciato, il ragazzo portava segni distintivi: linee blu sulle braccia che scomparivano sotto la maglia e ricomparivano sul collo. I suoi occhi verdi, luminosi e penetranti, non sfuggivano a nessuno, e il loro sguardo era impossibile da ignorare.
«Quando ti decidi ad allenarmi?» sbottò infine il Protettore, infilzando la sua lancia a terra. «Sei frustrante!»
Lui rise, si avvicinò a Jacqueline e la baciò delicatamente. «Non demorde mai, vero?»
«Lo sai com’è fatto, Dal… potresti anche accontentarlo qualche volta.»
Dal scosse il capo divertito, poi si bloccò guardando verso est. Di colpo il suo sorriso svanì, i suoi occhi e le strisce blu sul suo corpo furono attraversati da una luce.
I Protettori evocarono le loro armi e restarono in attesa, scossi, perché mai l’avevano visto così preoccupato.
Dal si alzò in volo e la Protettrice dell’aria lo seguì. Lui guardava il mondo sotto di loro, oltre la foresta, verso la città. «Attaccano il castello» disse all’improvviso.
Tornò di colpo a terra, mise una mano sull’erba e si ritrovò davanti alle mura del castello, con i Protettori dietro di lui, ad osservare un uomo dai capelli bianchi e gli occhi di un rosso scuro.
«Chi sei?» chiese Dal sorpreso.
Mai l’aveva visto e lui conosceva il volto di tutti quelli che vivevano nel suo mondo.
«Il vostro incubo, altezza» rispose l’uomo con tono glaciale. Rampicanti nere improvvisamente si avvilupparono intorno alla torre più alta del castello.
Dal si voltò, realizzò che stavano puntando verso la stanza più in alto, quella con la finestra dalle decorazioni rosse in vetro. Prontamente si inginocchiò a terra, posando le mani sulle pietre, concentrandosi. I suoi occhi e le strisce sul suo corpo si illuminarono sempre più intensamente, come se stesse canalizzando sempre più potere.
«Sconfiggetelo. Io proteggo la goccia.»
I Protettori entrarono in azione in sincrono, attaccando l’uomo sconosciuto, ma le loro mosse sembravano essere neutralizzate con facilità. Solo quando Jacqueline aprì una voragine ai suoi piedi, Dal ebbe un momento di respiro.
Il nemico era incredibilmente potente, capace di anticipare e neutralizzare ogni loro mossa. Nonostante tentassero di combinare i loro poteri, non riuscivano a contrastarlo. Perfino l’uso delle armi, pur essendo maestri di lame bianche, si rivelava inefficace.
Dal, intanto, si rendeva conto che le rampicanti stavano sottraendo la sua stessa magia, rendendolo impotente. Stava cercando di trovare un modo per fermare il nemico quando, improvvisamente, si bloccò. Un senso di vuoto gli attanagliò il cuore, perché un elemento era sparito.
Le rampicanti avvolsero completamente la torre, sfondando la finestra, mentre Dal si voltava verso i Protettori.
Trovò Jacqueline trafitta da una spada.
Urlò e lo sconosciuto fu scagliato indietro, travolto da un uragano verde. Gli occhi di Dal risplendevano come mai prima. Raggiunse Jacqueline, a stento guardò anche gli altri Protettori a terra, tramortiti.
Le si inginocchiò accanto, mentre lo sconosciuto veniva avviluppato da una gabbia di tralicci azzurri.
«Jackie…»
Lei gli accarezzò il volto, sforzandosi di sorridere. «Devi salvare Kerevash.»
«No, devo salvare te.»
«Dal, sono come un battito di ciglia nella tua vita…»
«Sei il battito più importante della mia vita» la zittì lui mentre posava le mani sulla sua ferita e la sanava.
I tralicci blu tornarono nel terreno e lo sconosciuto fu di nuovo libero.
«Dal…» mormorò Jacqueline provando a spostare le sue mani.
Lo sconosciuto si avvicinò trionfante, troneggiando sopra di loro con spavalderia. «Ha perso, altezza.»
Dal lo ignorò, sorrise quando la ferita di Jacqueline si fu chiusa. «Ti amo.»
Jacqueline si mise a sedere e guardò tristemente le rampicanti nere che stavano spaccando il castello. «Ha preso la goccia.»
«No, la sta cercando.»
Jacqueline scrutò incerta Dal, perché tutti loro avevano sempre saputo che la goccia, l’essenza del potere del loro mondo, fosse rinchiusa nella stanza in cima alla torre. Avvertì poi un fiore sbocciare sotto la sua mano appoggiata a terra per darsi sostegno e si ritrovò a toccare qualcosa di duro e caldo.
Dal finalmente si alzò per affrontare lo sconosciuto. «Non puoi vincere.»
«Dov’è la goccia?» domandò quello scontroso.
«In un altro tempo.»
Dal si voltò, allungò le braccia verso terra e i Protettori si sentirono trascinati da un vento caldo, che li avvolse, che li rimise in piedi, ma che li bloccò. Si ritrovarono a guardare il loro Erede mentre li tramutava in statue, mentre sentivano e capivano la litania che stava intonando sottovoce.
Dal aveva il potere di creare le profezie. Stava incatenando la goccia al futuro e loro con esso, come suoi Protettori.
Urlarono, gli gridarono che potevano ancora combattere, ma Dal si fermò solo quando ebbe completato la profezia, quando ormai erano statue e potevano ancora guardare e assistere per pochi istanti.
Lo sconosciuto lo trafisse e Dal morì sorridendo, guardando Jacqueline.
Il pavimento della struttura rotonda tornò bianco mentre Jacqueline riaprì gli occhi, fissando intensamente l’Erede. «Ha scoperto qualcosa?» chiese con ansia.
L’Erede sospirò leggermente. «Il vostro Erede si è sacrificato per proteggere la goccia del vostro mondo. L’ha data a te.»
Jacqueline sentì qualcosa nel palmo della sua mano e lo guardò sorpresa. Vi trovò una gemma a forma di goccia incastonata nella sua pelle. Alzò gli occhi sull’Erede. «L’Erede? Non conosco questo titolo…»
«Dal.»
Jacqueline allora spalancò gli occhi, mentre i ricordi la investivano, mentre ripercorreva ogni istante della sua vita e rivedeva il volto di Dal, il suo sorriso e i suoi occhi verdi.
Era stato Dal a trovarla tra le macerie di una casa distrutta da un’incursione di orchi quando era ancora una neonata. L’aveva portata nel suo castello, l’aveva cresciuta, ma non come un padre. All’inizio era stato un fratello maggiore, poi, con il tempo, il loro legame era cambiato.
Fu sopraffatta dalle lacrime. La sua compostezza si spezzò, fu piegata in due, a piangere, a ripetere il suo nome. Si scoprì persa senza di lui.
L’Erede mise una mano sulla sua spalla. «Non so cos’abbia fatto, penso…»
«Ha creato una profezia» spiegò Jacqueline, deglutendo, cercando di tornare presente, mettendo da parte i sentimenti devastanti di vuoto e solitudine che provava sapendo che lui non c’era più. «Dal ha rimandato la battaglia per la goccia al futuro e ha legato noi Protettori ad essa. Credo di avere io il potere per risvegliare gli altri, ma non so come fare… non so neanche dove cercare chi ci ha attaccati.»
L’Erede si voltò verso Pauline. «Hai sentito qualcosa quando eravate lì? Una presenza oscura e potente?»
Lei scosse il capo e Jacqueline lanciò appena un’occhiata incerta. «Qualcosa sta rubando la magia al mio mondo. L’ho sentito chiaramente.»
«Sta accadendo lo stesso anche qui…» mormorò l’Erede chinando il capo, pensierosa.
Le Protettrici si guardarono incerte, perché non avvertivano alcun mutamento.
«Erede…» iniziò Leslie titubante.
«Potete andare, Protettrici. Per oggi, avete fatto tantissimo.»


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