Capitolo 2 – Vite intrecciate 

Cassidy praticamente viveva sola, perché i suoi genitori erano costantemente in viaggio d’affari. Fin da bambina, era stata affidata alle cure della governante Laudrey e, crescendo, Cassidy aveva cominciato a chiamarla “nonna”, un termine che rifletteva l’affetto e la familiarità che aveva sviluppato nei suoi confronti nel corso degli anni. 

Le Protettrici si riunivano spesso a casa di Cassidy, nella taverna, per discutere strategie o pianificare le loro missioni. Quello era un posto sicuro, perché Laudrey era un po’ sorda e, sebbene captasse qualcosa delle loro conversazioni, alle ragazze bastava rigirare le frasi per farle intendere che avesse capito male. 

Quella taverna era diventata il loro rifugio e l’idea che di punto in bianco diventasse la stanza di Jacqueline a Mariah non andava giù. 

Per tutto il tempo in cui restarono lì a studiare per un esame, la fissò di sottecchi. 

In un certo senso, Mariah provava anche un po’ di invidia nei confronti di Jacqueline, ammirandone la bellezza. La sua figura esile, avvolta in una stola verde, emanava un’aura eterea. I suoi lineamenti affilati e gli occhi di un grigio scuro particolare catturavano l’attenzione. 

La sua invidia la portava anche a detestare i suoi capelli, perché apparivano perfettamente acconciati, nonostante non li curasse da secoli. Le ricadevano dolcemente sulle spalle nude, che gentilmente accarezzavano. 

Non sopportava nemmeno la sua posizione, cioè stesa sul divano a fissarsi la goccia nella mano, perché la faceva sembrare un quadro rinascimentale. 

«Quanti anni hai?» le chiese improvvisamente Leslie. 

«Venticinque» rispose Jacqueline prima di spostare lo sguardo su di loro. «Voi?» 

«Diciotto. Siamo all’ultimo anno di liceo» affermò con orgoglio Mariah. 

Lei si limitò a scrollare le spalle. «Che non so cosa sia. Cos’è?» 

«Una scuola» rispose come se fosse ovvio. «Ci insegnano storia, geografia, matematica, arte…» 

«Non è una scuola di magia?» chiese allora lei sorpresa. «O di addestramento?» 

«No» rispose immediatamente Leslie. «Anzi, qui sulla Terra l’esistenza della magia deve restare un segreto.» 

Jacqueline stralunò gli occhi e scattò seduta. «Cioè non posso usarla quando voglio?» 

Annuirono tutte febbrilmente e lei ricadde pesantemente sui cuscini. «Una volta Dal ci costrinse a non usare i nostri poteri per tutta la giornata. Fu tremendo. Liu crollò dopo un paio d’ore; Sen resistette fino al tramonto; Cecil fu l’unica che ci riuscì.» 

«E tu?» domandò Leslie già temendo la risposta. 

Jacqueline scoppiò a ridere. «Mi sono messa a parlare con un fiore dopo dieci minuti. È che…» Scrollò le spalle, lasciandosi andare ad un sospiro. «So fare ben poco senza magia.» 

Cassidy sospirò. Avevano raccontato a Laudrey che era un’amica di famiglia venuta per farle una sorpresa, ma dovevano anche inventare un’altra storia, una credibile per quel mondo per evitare che qualcuno potesse avere dei sospetti. «Cosa ti piace fare?» 

«Leggere, allenarmi, dipingere…» 

«Fantastico!» esclamò entusiasta. «Puoi raccontare che hai frequentato un’accademia d’arte e che sei una pittrice!» 

Jacqueline annuì soddisfatta. «Bene, mi piace. Che fate per passare il tempo in questo mondo oltre a studiare? Ho bisogno di uscire.» 

«C’è un parco qui vicino, puoi passeggiare lì.» 

Jacqueline si alzò in piedi. «Bene, a dopo.» 

«Aspetta!» sbottò Leslie. «C’è un concerto stasera. Devi venire con noi.» 

Mariah si batté una mano sulla fronte. «Giusto! Con tutta questa storia me n’ero dimenticata.» 

Jacqueline si avvicinò alla libreria e prese a scorrere il dito sui volumi. «Devo imparare un sacco di cose… Posso entrare nella vostra mente per conoscere la scrittura e la lingua di questo mondo?» 

Cassidy corrugò la fronte. «Ma stai parlando…» 

«Sto usando la telepatia. Finché parlo solo con voi posso farlo, ma immagino che ci saranno molte persone stasera e non posso entrare nella mente di tutti. Mi sentirebbero parlare la mia lingua.» 

Quindi entrò nelle loro menti, alla ricerca di tutti i vocaboli e le scritte che avevano visto e sentito. Scoprì che c’erano diverse lingue, come nel suo mondo, e decise di apprendere anche quelle. Capì subito che ne avevano una conoscenza approssimativa, ma Dal le aveva insegnato che qualunque cosa poteva essere utile. 

Approfondì anche la storia di quel mondo e gli ultimi avvenimenti e, quando ebbe finito, si sentì un po’ più preparata. Osservò allora lo stereo, sapendo finalmente cosa fosse. «Che musica sarà stasera?» 

«Si chiamano Vulcan. È la band di un nostro amico» disse Leslie con un sorriso. 

Mariah le tirò una gomitata. «Amico…!» 

Leslie arrossì intensamente e Jacqueline la guardò sorridendo. «Ti piace?» 

Lei scrollò le spalle, cercando di nascondere l’imbarazzo. «Sì… beh, sì. Però ha la tua età e non mi calcola molto…» 

«Ah sì, ci sono passata anch’io. Quelli più grandi raramente guardano giù.» 

«Parli di Dal?» chiese Pauline con cautela, temendo di toccare un tasto sensibile. 

Jacqueline però restò composta, scosse il capo. «No, di Sen. Mi piaceva da matti quando avevo tredici anni, ma lui mi parlava giusto perché ero una Protettrice.» 

«E come hai fatto poi?» chiese Leslie con una nota di speranza nella voce. 

«L’ho baciato e ha finalmente capito» rispose Jacqueline scrollando le spalle. «Sen è estremamente intelligente e attento a tutto, ma quando si parla di relazioni è davvero incapace.» 

«Mi sa che assomiglia a Quentin» mormorò Leslie chiudendo gli occhi. 

«Buona fortuna allora!» commentò Jacqueline. 

«Ma poi vi siete messi insieme?» chiese Pauline incuriosita. 

Jacqueline si sedette nuovamente sul divano. «Sì, con il bacio ha realizzato che anch’io gli piacevo. Siamo stati insieme un paio d’anni.» 

«E poi?» 

Jacqueline lasciò che un velo di malinconia avvolgesse il suo viso. «Dal.» 

Non le fecero altre domande e lei lo apprezzò. Chiese nuovamente che tipo di musica suonassero quella sera e Cassidy mise su un CD dei Vulcan, uno dei pochi che avevano inciso, visto che erano una band assolutamente sconosciuta che ogni tanto si esibiva in un locale della città. 

Quei CD erano un regalo di Leslie, che li aveva comprati per aiutare la band a farsi conoscere e un pomeriggio si era messa a distribuirli ai passanti. 

Leslie propose poi di andare al locale un po’ prima per mangiare lì e tutte loro la canzonarono, visto che sapevano benissimo che anche i Vulcan cenavano sempre lì quando si esibivano. 

Andarono quindi nella camera di Cassidy per cambiarsi, sfruttando la sua ben fornita cabina armadio. Quando ebbero finito, Jacqueline le studiò per qualche istante e poi modificò con la magia i suoi vestiti. Si guardò allo specchio e chiese se andasse bene. 

Aveva una camicia aderente bianca, con un inserto di pizzo ai lati, una gonna lunga nera con i bordi arricciati, che restava larga e ondeggiava ad ogni suo passo e degli stivali alti fino al ginocchio. 

Pauline le mise una mano sulla spalla. «Dovresti fare la stilista! Sono bellissimi!» 

Jacqueline rise e commentò che, in effetti, la moda l’aveva sempre affascinata. 

Andarono quindi al locale e, lungo il tragitto, provarono a coinvolgerla in tutti i modi, quando si accorsero di come fissasse ogni cosa con sospetto. Capirono che era stata sbalzata in un mondo completamente diverso dal suo, con cose che non aveva mai visto, lontana da chiunque conoscesse. E, al momento, senza speranza di potervi tornare. 

Entrarono in un locale con i tavoli e le sedie spessi, in legno, e pareti di un verdone scuro con tantissimi quadri appesi. 

C’erano poche persone a cena quel giorno. Individuarono subito i Vulcan, seduti al loro solito tavolo insieme ad un loro amico, che li seguiva sempre durante quelle esibizioni. 

Quentin le vide e subito si alzò e si sbracciò per richiamarle. Indossava un berretto nero che quasi gli copriva gli occhi scuri e aveva un accenno di barba che gli dava un’area trasandata. Portava vestiti larghi e una felpa con cappuccio di un gruppo. 

Jacqueline si chinò su Leslie. «Non mi sembra indifferente a te. Si è illuminato quando ti ha vista.» 

Leslie reagì diventando rossa come un pomodoro. 

Si sedettero ad un tavolo vicino a loro e, ovviamente, tutti subito chiesero chi fosse Jacqueline. 

C’era una ragazza, che Jacqueline identificò come la cantante, che la osservava con un’espressione indispettita. Il batterista, invece, era concentrato sul cibo e la salutò a malapena. Chi sembrava davvero interessato era il loro amico, che aveva abbandonato il menù sul tavolo. 

«Sono un’amica di Cassidy. Jacqueline, piacere» si presentò lei sorridendo, per poi chiedere a tutti chi fossero e scusandosi in anticipo perché aveva una pessima memoria per i nomi. 

«Tranquilla, tanto loro adesso vanno a provare e non li vedrai per il resto della serata» disse l’amico. «Devi ricordarti solo il mio: James.» 

Jacqueline si lasciò sfuggire una risata e prese il menù per capire che cosa ordinare. Scoprì però che in quel posto facevano solo hamburger. 

«Tutto bene?» le chiese sottovoce Pauline, notando che aveva gli occhi sbarrati. 

Jacqueline chiuse il menù sospirando. «No, non molto. È il momento sbagliato per dirvi che sono vegetariana, vero?» 

James si alzò trionfante. «Finalmente qualcun altro! Andiamo a mangiare, vieni con me.» 

Si mise dietro la sua sedia e la spostò per costringerla ad alzarsi, la prese per mano e non le diede neanche modo di ribattere. Subito la portò fuori, attraversò la strada e si infilò dentro un barettino commentando che era felice che finalmente ci fosse qualcun altro che potesse condividere il suo disgusto più totale per quel posto. 

«E che mangiavi le altre volte?» 

«Patate» rispose lui con un sospiro. «Una valanga di patate. Ti piacciono i falafel? Qui ci sono i migliori della città.» 

«Non li ho mai mangiati.» 

James la guardò con un misto di stupore e curiosità. «Ma da dove vieni?» 

«Ah, da un altro mondo.» 

Lui rise, pensando ovviamente che fosse una battuta. Si sedettero ad un piccolo tavolino in acciaio e ordinò a gesti all’uomo dietro al bancone. 

Fu solo allora che Jacqueline poté osservarlo davvero. Era alto, magro, con gli occhi verdi intensi e i lineamenti affilati. I suoi capelli castano chiari, leggermente spettinati, gli davano un’aria di non curanza, ma il suo sorriso spontaneo illuminava il suo volto. Parlava in modo vivace, quasi senza interruzioni, emanando un’energia contagiosa che era difficile non notare. 

«Ma sto parlando un sacco e tu non mi stai ascoltando» affermò lui improvvisamente, rallentando il ritmo, mentre si sistemava i capelli. 

Jacqueline alzò le spalle e guardò verso l’altro locale. «Sei uno che si aspetta delle risposte, tu? Mi hai portata qui senza neanche chiedermelo.» 

«Volevo farti un favore!» sbottò lui quasi risentito, per poi incrociare le braccia e appoggiarsi allo schienale della sedia. «Mi sembravi più simpatica.» 

Arcuò un sopracciglio. «Sei uno che non aspetta risposte e che dà subito giudizi.» 

James sgranò gli occhi. 

Jacqueline scoppiò a ridere. «Stavo pensando che sei simpatico e ti stavo davvero ascoltando. Hai detto che vieni qui ogni venerdì quando finisci le lezioni, quando sei triste e quando non hai voglia di cucinare.» 

James si aprì in un sorriso e di nuovo si sporse verso di lei, appoggiando i gomiti al tavolo. «Mi sono sbagliato. Allora, dove alloggi?» 

«Dormo da Cassidy.» 

«E dov’è casa sua?» 

«Non ne ho la più pallida idea. Siamo venute a piedi qui.» 

James sbuffò contrariato. «Che noia, sono dall’altra parte della città io.» 

Jacqueline si spostò per far spazio ai piatti e studiò incuriosita i falafel. Quando alzò lo sguardo, notò che James aveva già iniziato a mangiare e la stava scrutando. Li assaggiò e praticamente andò in visibilio. 

Era abituata a cibi semplici, piatti che non richiedevano alcuna preparazione. I Protettori erano tutti dei pessimi cuochi, lei compresa. L’unico davvero bravo era Dal, ma raramente si metteva ai fornelli. 

Ricordò quando era piccola e non mangiava quasi niente, e lui, per disperazione, le aveva fatto delle polpette mettendo insieme quelle quattro cose che sapeva piacerle: carote, funghi, nocciole e uova. Erano venute tremende, ma lei le aveva mangiate ridendo. 

Gliele aveva fatte anche altre volte in cui l’aveva vista triste, per tirarle su il morale, aggiungendo ogni volta un nuovo ingrediente assurdo. Una volta le aveva immerse nella crema. 

«Tutto bene?» chiese James abbassando il tono di voce. 

Si accorse che lui aveva smesso di parlare. E che lei stava piangendo. Si asciugò le lacrime e sospirò. «Sì, scusa, è… sono buoni, grazie.» 

«Vuoi parlarne?» 

«Mi hanno fatto ricordare di una cosa che faceva una persona importante. Scusami, ci sono.» 

James spostò la sedia per esserle accanto. «Per me è più facile aprirmi se non vedo le reazioni degli altri.» 

«Sì, ma tu continui ad essere uno che conosco da due minuti.» 

«Saranno almeno dieci!» sbottò lui fingendosi offeso. Riportò la sedia al suo posto e infilzò un falafel con la forchetta. «Allora, le altre ti hanno fatto ascoltare qualcosa dei Vulcan?» 

Annuì riprendendo a mangiare, per avere una scusa per non dargli una risposta più dettagliata. 

James sorrise. «Sono tremendi anche per me, tranquilla.» 

Lo guardò sorpresa. Lui si limitò a scrollare le spalle. «Sanno anche che la penso così. Però queste serate non sono male. Almeno sono bravi sul palco.» 

Bevve un sorso d’acqua. «Hai smesso di parlare a raffica.» 

«Non mi piacciono i silenzi» si giustificò lui. 

«Perché? Alcuni sono belli.» 

«Non quelli con una persona che conosci da un quarto d’ora.» 

Rise mentre si sistemava i lunghi capelli color mogano. «Ti sei pentito di avermi trascinata qui?» 

«Neanche un po’. Di là saresti stata in silenzio a farti i fatti tuoi e non avremmo parlato.» 

Finì i falafel, si appoggiò con i gomiti sul tavolo e intrecciò le mani davanti a sé. «Sei davvero singolare, te l’hanno mai detto?» 

«Ogni giorno della mia vita. È un complimento? Non l’ho mai capito.» 

Confermò con un cenno del capo mente i suoi occhi tornavano all’altro locale. «Per me sì. Torniamo?» 

James le sfiorò il braccio e lei si ritrovò a sobbalzare e subito mosse il capo verso di lui. «Anche tu lo sei.» 

Si alzò accennando un sorriso, mentre nella sua mente affiorava il volto di Dal. «Un po’ troppo.» 

James sbuffò mentre tirava fuori il portafogli. «Sei una a cui piace andare piano, quindi.» 

«Dai troppi giudizi, caro James.» 

Lui pagò, lasciando i soldi sul tavolino, poi accennò un saluto al proprietario e, infine, l’accompagnò fuori mettendole una mano dietro la schiena. «Sento di non star facendo una pessima figura con te.» 

Non gli rispose, rientrarono nel locale. Lei si risedette al suo posto, mentre le altre finivano i loro mastodontici hamburger e James recuperava una sedia per metterla accanto a lei, visto che gli altri erano andati a provare. 

«Non hai idea di quanto sia stato bello mangiare senza le tue filippiche contro gli allevamenti, James» commentò Mariah prima di addentare il panino. 

Jacqueline lo guardò sorridendo. «E mi hai portata via? Ti avrei dato supporto.» 

James sogghignò. «E io che volevo farti mangiare…! La prossima volta ci troviamo prima io e te, ceniamo e rompiamo le scatole a loro.» 

Scosse il capo divertita, puntando poi lo sguardo verso il palco notando Quentin salire per attaccare la chitarra. 

Presero a suonare le loro canzoni e Jacqueline istintivamente si irrigidì. Era un sound aggressivo, ma non era quello il problema: erano ancora peggio dal vivo rispetto al CD che aveva sentito. 

James si chinò sul suo orecchio. «Ho mentito. Fanno schifo sul palco.» 

Trattenne a stento una risata, anche se il volume dei loro amplificatori era così alto che non riusciva neanche a sentire quello che diceva Pauline accanto a lei. 

«Sono contento di non doverlo sopportare da solo stavolta.» 

Si voltò per parlargli e scoprì che era vicinissimo, quasi sfiorò il naso con il suo. Si pietrificò lì sul posto, mentre la sua mente la riportava al sorriso di Dal. 

Si alzò di scatto e andò fuori per prendere aria, per provare a trattenere le lacrime. 

James la seguì con lo sguardo, incredulo. Si voltò solo quando Pauline lo strattonò. «Sei un cretino!» 

«Che ho fatto?» domandò sorpreso. 

Nel frattempo, i Vulcan avevano finito la loro prima canzone e si stavano presentando, permettendo a James di parlare senza dover urlare. 

«James, lasciala stare. Ha appena perso la persona che amava» spiegò Leslie incrociando le braccia. 

«Cioè si è lasciata? Sono un ottimo modo per dimen…» 

«È morto» lo interruppe Cassidy. 

James la guardò, sconvolto, e poi si voltò di nuovo in direzione della porta. «No… no, no, no.» 

«James, lasciala…» 

Leslie non ebbe neanche il tempo di finire la frase. Subito James si alzò e uscì fuori. 

Le ragazze si guardarono tra loro, incerte su come agire. Mariah chiese debolmente se avessero dovuto seguirla, mentre Pauline incrociò le braccia e sbuffò. «Ma che ha più di me?» 

Era da qualche mese che provava in tutti i modi a farsi notare da James, praticamente da quando l’aveva conosciuto. 

Lui aveva sempre la risata e la battuta pronta con chiunque, era una di quelle persone che era bello avere accanto. 

Con rabbia, pensò che fosse proprio vero che chi aveva il pane non aveva i denti. 

«Ma l’hai vista?» chiese Leslie con un sospiro, voltandosi verso Quentin. «Ci credo che gli piaccia, è bellissima. Vorrei anch’io un fisico come il suo.» 

Pauline guardò con rabbia le sue curve appena accennate, poi si girò per controllare che cosa facessero. 

James trovò Jacqueline girata di spalle, a pochi passi dall’ingresso del locale. 

«Sono un cretino» affermò di getto. «Scusami, non volevo assolutamente farti del male. Io sono sempre diretto, mi dispiace, non dovevo, non…» 

Jacqueline si voltò e bastarono le sue lacrime per zittirlo. La frase gli si spezzò in gola. L’abbracciò delicatamente e le fece nascondere il volto nel suo petto. Dapprima lei si sforzò di trattenere i singhiozzi, però poi la consapevolezza che non avrebbe mai più rivisto Dal la investì. 

Era da tutto il giorno che provava ad ignorare quel pensiero, ma lì, fra le braccia di un altro, semplicemente esplose. Sentiva il suo calore e il battito accelerato del suo cuore. 

Pauline sospirò, fece cenno alle altre di guardare e poi si mise ad ascoltare i Vulcan, il loro sound aggressivo che almeno le fece in fretta scordare che cosa accadesse a pochi passi da lei. 

«Scusami…» continuava a mormorare James sottovoce. Sentiva quanto fosse provato e lentamente quella parola la riportò alla realtà. 

Jacqueline si allontanò di un passo per poterlo guardare in faccia, mentre si asciugava le lacrime. «Scusa, io…» iniziò con voce tremante. 

«No, scusami tu, sono davvero stupido» la interruppe James. I suoi occhi non si staccarono mai da lei, vedeva la sua tensione per quel momento. «Mi comporto sempre così con chi mi interessa… e non intendo che mi piaci!» si affrettò subito ad aggiungere, alzando le braccia. «Cioè sì, ma in generale, mi interessi… voglio conoscerti… come amica. Davvero.» 

Jacqueline scosse il capo sorridendo, mentre si allentava il nodo alla gola. «Non volevi conoscermi come amica.» 

«Ok, hai ragione, ma ora sì. Non sapevo di…» mormorò lui esitante, indeciso su cosa dire, non sapendo cos’avrebbe potuto scatenare la sua tristezza. 

«Ti hanno detto qualcosa le altre, vero?» lo fermò lanciando un’occhiata verso l’interno del locale. Non sapeva se essere indispettita perché avevano raccontato a qualcun altro, senza chiederglielo, che cosa le fosse successo o grata perché le avevano tolto quel peso. 

Lui annuì con un sospiro. «Cosa ti è successo… chi hai perso.» 

Jacqueline si morse il labbro distogliendo lo sguardo. «Ok. James, anche tu mi interessi. Però devi fare un passo indietro.» 

Lui annuì subito, aprendosi in un sorriso felice. «Amici! Giuro, non ci proverò più!» 

Si asciugò le ultime lacrime con un sorriso. «Bene… senti, c’è altro da fare in questa città?» 

James rise. «Tra poco iniziano a suonare le cover. In quella parte sono bravi. Davvero, stavolta non scherzo.» 

«Ok, torniamo dentro allora.» 

Rientrarono al tavolo, e le ragazze si accorsero subito che Jacqueline stava meglio, dal suo sorriso e dalla sua conversazione con James. 

Diverse volte Quentin aveva descritto James come uno che ci provava facilmente, ma, siccome con loro non l’aveva mai fatto, non gli era minimamente venuto in mente di avvertirlo. 

«Ah, so dove possiamo andare dopo» disse James durante una pausa tra le canzoni. «È un posto tranquillo. Secondo me ti piacerà.» 

«Dopo questo, ho davvero bisogno di silenzio» rispose Jacqueline. 

James rise, poi le indicò le altre. «Chiediamo anche a loro?» 

«Preferirei di sì.» 

Lui si mostrò corrucciato. «Non ti fidi? Ero sincero prima. Comunque, va bene, dopo glielo dico.» La cantante dei Vulcan annunciò che stavano per fare le cover e James sospirò. «Finalmente.» 

Anche lei si ritrovò a tirare un sospiro di sollievo, perché i suoi timpani potevano avere una tregua. Suonarono un paio di canzoni, poi Quentin si avvicinò al microfono e chiese se qualcuno volesse cantare con loro. 

«Gli dico sempre di non fare ‘sta scemenza» sbottò James mentre si guardava intorno per vedere se quella volta qualcuno avrebbe accettato il loro invito. Poi sbuffò e si alzò per raggiungerli. 

«Sa anche cantare?» chiese Jacqueline divertita, rivolgendosi a Mariah. 

Lei annuì roteando gli occhi. «E non sai quanto se ne vanti!» 

«Però è meglio di Darcy» commentò Leslie storcendo il naso. 

Jacqueline si ritrovò a darle ragione dopo neanche una strofa. Era evidentemente più bravo della cantante del gruppo. 

Gli chiese perché non suonasse con loro quando tornò al tavolo e lui la fissò incerto. «Per cantare quelle schifezze?» 

«Sei davvero terribile, James!» sbottò Leslie. «Non sono così male.» 

«Tu non puoi giudicare, sei annebbiata» ribatté lui liquidandola in fretta. «Dopo volevo portare Jacqueline al Douce, venite con noi?» 

Loro si guardarono confuse, poi Cassidy sgranò gli occhi realizzando cosa fosse. «La sala da tè?» 

Jacqueline istintivamente scoppiò a ridere, mentre James la fissava divertito. «Più calmo di così cosa vuoi?» 

«Ma ci sei mai stato?» domandò incerta Leslie. 

James scrollò le spalle. «Immaginavo volesse stare in un posto tranquillo e mi è venuto in mente quello.» 

«Non ci sei mai stato, vero?» chiese Jacqueline. 

Lui rise. «È sempre vuoto, sarà tranquillo.» 

Leslie scrollò le spalle, commentando che andava bene, ma che, comunque, loro avevano scuola il giorno seguente e non potevano fare troppo tardi. 

«Quanto non mi manca il liceo» commentò distratto, per poi rivolgere lo sguardo a Jacqueline. «Tu che fai?» 

«Dipingo, tu?» 

Lui fischiò ammirato. «Studio biologia. Cosa dipingi?» 

«Paesaggi, fiori, animali… cose del genere.» 

«Quindi domani sei libera e possiamo passare tutta la giornata insieme.» 

Jacqueline alzò lo sguardo verso il soffitto. «Troppo.» 

Lui chiuse gli occhi per un attimo. «Scusa.» Notò che la band aveva finito di suonare. «Andiamo?» 

«Non dovremmo chiederlo anche a loro?» suggerì Leslie, guardando verso Quentin. 

James rise fragorosamente mentre si alzava e porgeva la mano a Jacqueline per aiutarla. «Non penso proprio che gli interessi. Allora, Jacqueline…» 

«Chiamami Jackie.» 

Uscirono fuori e lui la guardò di sottecchi. «Sembra una cosa importante.» 

«I miei amici mi chiamano così.» 

Lui sorrise felice. «Lo è, quindi. Grazie.» 

«Sembri contento» lo provocò con un sorriso mentre lo seguiva tra le strade della città. Camminava al suo fianco, sentendosi più serena con lui accanto in quel mondo che stava cominciando a comprendere. 

James si fermò ad un semaforo e inclinò leggermente il capo verso di lei. «Lo sono. Sei davvero singolare come persona.» 

«Anche tu.» 

Passeggiarono in silenzio, mentre le altre dietro di loro parlottavano e commentavano il concerto. Tutte tranne Pauline, che fissava con rabbia le schiene di James e Jacqueline. 

«Ti prego, sono tremendi» commentò James, zittendo Leslie che cercava in tutti i modi di difenderli. «La parte migliore è sempre quando li raggiungo sul palco.» Si fermò di fronte ad un locale con una grande vetrata. 

All’interno c’erano tavoli bassi con cuscini al posto di sedie e, come aveva promesso James, non c’era nessuno. 

Lui chinò il capo verso Jacqueline. «Che dici?» 

«Sicuramente non potevi trovare un posto più tranquillo.» 

«Esatto» confermò lui divertito, aprendo la porta e facendola entrare. 

C’era un’atmosfera ovattata lì dentro. La musica era soffusa, gli aromi di incenso fluttuavano nell’aria e tutto sembrava pacifico. 

Si avvicinò la cameriera, portando i menù e rimanendo lì vicino per consigliarli. Cassidy indicò subito la sua tisana preferita e le altre decisero di seguirla, senza perdere tempo nella scelta. 

«Ah, guarda un po’, non sapevo avessero anche quelle. Prendo una pure» affermò James. 

Jacqueline ordinò una tisana e poi lo guardò incerta. «Cos’hai preso?» 

«Una cosa che tu puoi provare» rispose lui. Si rivolse alle altre. «Voi no, siete troppo piccole.» 

«Siamo maggiorenni» commentò Pauline sbuffando. 

«Non ho intenzione di gestirvi» ribatté James prima di guardare Jacqueline. «A me aiuta a rilassarmi.» 

Gli sorrise. «Sembra davvero che tu riesca a capirmi già dopo un’ora che ci conosciamo.» 

«Saranno due ormai» rispose lui sorridendo. 

Capì cos’avesse preso quando, insieme alle tisane, la cameriera portò uno spinello. Lo riconobbe da ciò che aveva appreso dalla mente delle altre, perché nel suo mondo quel tipo di droga non esisteva. 

«Non so se mi piacerà. Non mi piace perdere il controllo» mormorò sottovoce. 

James annuì mentre lo accendeva, poi prese una boccata e glielo passò. «Non ti farò fare niente di cui ti pentirai domattina.» 

Decise di provare, sentendo il bisogno di distrarsi. Fece qualche tiro, poi bevve un sorso di tisana e restò lì in attesa chiedendosi che cosa dovesse provare. 

Lentamente si rese conto di non riuscire a concentrare i suoi pensieri e di poter fare solo un’azione alla volta. James la fece appoggiare alla sua spalla, avvolgendola con un braccio. «Tutto bene?» 

«È una sensazione strana» ammise. 

Lui fece un altro tiro e glielo offrì ancora. «Vuoi?» 

«No, basta… che strano.» 

Furono le altre a parlare. James ogni tanto faceva qualche commento, mentre lei restò lì concentrata a muovere le dita, perché sentiva di dover fare qualcosa per non perdere completamente il controllo. 

Dopo un po’, le altre decisero di tornare a casa e James si offrì di accompagnare lei e Cassidy. 

«Senti, Romeo, non devi farle da scorta» sbottò Pauline. 

James scosse il capo e aiutò Jacqueline ad alzarsi. «Decidi tu.» 

«Resta. Mi sento più tranquilla.» 

Lui annuì sorridendo, le offrì il suo braccio e la guidò fuori. Non le serviva davvero il suo aiuto, sapeva che, se si fosse concentrata, avrebbe potuto fare tutto da sola. Ma voleva avere la certezza che qualcuno potesse aiutarla se avesse fatto qualcosa di stupido. 

Per un istante, le sembrò strano fidarsi più di lui che di un Protettore. 

Erano a metà strada quando chiese di fermarsi, perché aveva difficoltà a tenere gli occhi aperti. Si prese la testa fra le mani e subito James le mise una mano dietro la schiena, la cinse dolcemente e le chiese in un sussurro se ce la facesse a continuare. 

«Perché tu non senti nulla?» 

«Ci sono abituato.» 

Si morse il labbro. «Che sensazione strana…» 

«Ma non ti svuota la mente?» 

Alzò il capo, sorpresa. «Cosa…?» 

«Non riesci a pensare a niente, vero? Non è una bellissima sensazione?» 

Posò la fronte contro il suo petto. «Sapevi che ce li avevano, vero?» 

Lui le accarezzò la schiena. «Lo sospettavo. Ti porto io?» 

Annuì e lui la prese in braccio, facendo poi segno alle altre di riprendere a camminare. Mancava poco a casa di Cassidy, furono lì in neanche cinque minuti. 

«Ok, puoi lasciarla. Possiamo cavarcela» affermò Cassidy, prendendo le chiavi. 

«I tuoi ci sono?» chiese James. 

Lei arcuò un sopracciglio. «No, solo nonna…» 

«Allora resto per un po’. Controllo che non stia male» disse lui con decisione. 

Cassidy scosse il capo e sbuffò esasperata. «Possiamo farcela.» 

«No, perché non hai idea di cosa dovresti fare» ribatté lui perentorio, per poi guardare Jacqueline. «Voglio davvero essere certo che tu stia bene.» 

«Lo so, tranquillo.» 

A quel punto, Cassidy non poté fare altro che arrendersi alla sua presenza. Lo guidò in taverna e lui lasciò Jacqueline sul divano, sedendosi accanto a lei. Non analizzò nemmeno la stanza, né prestò attenzione a Cassidy che spiegava dove fosse la sua camera e che sarebbe andata a dormire. 

«Ora ti riprendi» disse a Jacqueline sorridendo. «Sto un po’ con te e poi torno a casa.» 

«La tua famiglia non si preoccuperà?» gli chiese Jacqueline incerta. 

James scosse il capo, poi si alzò e recuperò una coperta dalla poltrona lì accanto. «Sono un fuorisede. Vivo tutto solo nel mio bellissimo monolocale in cui ci sta a stento il letto.» 

Rise mentre si sistemava sul divano. 

«Dormi qui quindi? E quanto resti?» 

«Non lo so.» 

Le portò dell’acqua e fece una smorfia. «Se un giorno hai voglia di un letto vero, puoi venire da me.» 

Jacqueline realizzò che l’effetto di annebbiamento stava svanendo. «Troppo.» 

Lui la guardò incerto, poi roteò gli occhi. «Non intendevo quello. Volevo solo dire che puoi dormire da me. Io starò a terra o nella doccia, che ne so.» 

Rise sincera per poi fargli segno di sdraiarsi con lei, per non dover continuamente alzare la testa per guardarlo. 

Fu Cassidy a svegliarli la mattina seguente, evidentemente infuriata con James. Lui si stiracchiò con calma e sbadigliò vistosamente. 

«Non ho mai dormito così scomodo con qualcuno.» 

Jacqueline scoppiò a ridere. «Neanch’io. E ho dormito a terra con una radice come cuscino.» 

«Ah, questa storia me la racconterai, sembra interessante.» Poi si alzò e recuperò la giacca. «Magari ci vediamo dopo, che dici?» 

Jacqueline gli sorrise. «Mi farebbe piacere.» 

«Ma abbiamo altro da fare» puntualizzò Cassidy. «Quindi vattene ora, James.»

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