Ombre di verità
Cassidy le aveva chiesto di aspettarla fino al termine delle lezioni. Jacqueline ci provò, ma dopo due ore trovò insopportabile restare rinchiusa tra quelle pareti. Lei non era fatta per gli spazi chiusi; aveva bisogno di sentire l’aria sulla pelle, di vedere il cielo, l’erba, le foglie.
Quindi uscì e prese una profonda boccata d’aria. Chiese al cespuglio accanto alla porta dove si trovasse il parco e seguì le sue indicazioni sorridendo, contenta di poter passare del tempo fra le piante.
Chiese agli alberi lungo la strada di farle sapere quando Cassidy sarebbe tornata e camminò osservando quel mondo. Con la luce del sole, tutto assumeva un altro aspetto.
Non era neanche così diverso dalla sua città, se non per la presenza di macchine e semafori. Ma a quell’ora non c’era neanche tanta gente ed era piuttosto silenzioso.
Arrivò al parco dopo poco. Non era molto grande ed era anche ben diverso dalla sua idea di parco, ma c’erano delle collinette solitarie con degli alberi che avrebbero potuto farle ombra mentre si godeva la pace, lontana dalla strada che lo attraversava da una parte all’altra.
Scelse quindi una collinetta, quella più vicina alla fontana, e si sdraiò con un gemito soddisfatto. Era bello stare su un prato. Realizzò di non averlo fatto per un’intera giornata, il che le sembrò assurdo, perché su Kerevash praticamente passava le sue giornate sull’erba.
Chiuse gli occhi e rifletté su tutto quello che stava accadendo, cercando di capire come risvegliare gli altri. Inconsciamente, strinse il pugno per sentire la goccia sotto la benda che si era messa per nasconderla.
Sentiva che mancava qualcosa. I Protettori non erano in grado di controllare il potere della goccia, solo Dal poteva farlo. Allora perché l’aveva affidata a lei? Perché non si era salvato lui con la goccia?
Poi ricordò le sue parole: “Sei il battito più importante della mia vita”.
Dal era immortale. Era nato con Kerevash e da sempre la controllava. Non si era mai affezionato a nessuno: sapeva chi fossero tutti gli abitanti del pianeta, che cosa facessero, quando fossero nati, che cosa sognassero, ma nessuno lo aveva mai interessato.
Lei era stata l’unica a far breccia nel suo cuore.
Aveva sempre saputo di avere un posto speciale per lui, più volte gliel’aveva detto, ma l’aveva davvero capito quando si era messa con Sen e, di punto in bianco, Dal si era allontanato.
Aveva iniziato a trattarla come faceva con tutti, aveva smesso di andarla a trovare nella sua stanza e di proporle di fare cose insieme. Era stata Cecil a farle capire il motivo.
Ricordava ancora quando aveva trovato il coraggio di affrontarlo per chiedergli se fosse geloso e della sua assoluta schiettezza nel dirle: “Sì, e allora?”.
Si ritrovò a sorridere per quel ricordo. Per quanto le facesse male, pensare a lui era comunque bellissimo.
Avvertì delle vibrazioni nel terreno e, attraverso i fiori lì intorno, scoprì che si stava avvicinando James. Non si alzò, né aprì gli occhi, rimase lì ferma a lasciarsi accarezzare dal vento.
Lui si sdraiò vicino a lei. «Ciao, Jackie.»
«Ciao, James. Sei riuscito a sistemare il tuo minuscolo monolocale?»
Quella notte, a un certo punto, lui si era messo ad elencare tutte le cose che doveva fare il giorno seguente. Le aveva confidato che lo faceva ogni sera, come metodo per non dimenticarsi qualcosa.
Lui rise e commentò che quell’attività la rimandava sempre al giorno seguente con qualunque scusa.
«E qual era stavolta?»
«Studiare.»
«E hai già finito?»
«Imparo in fretta.»
Jacqueline aprì gli occhi e voltò il capo verso di lui. Notò che stava osservando una nuvola. Gli accarezzò un braccio per richiamarlo e lui le sorrise.
«Volevo farti fare un giro della città, ma hai trovato da sola uno dei posti migliori.»
«Mi sarebbe piaciuto, ma Cassidy mi ha detto di aspettarla a casa.»
Lui sbuffò. «Abbiamo un paio d’ore prima che torni da scuola, dove vorresti andare?»
«C’è un altro parco?»
James storse il naso mentre rifletteva, poi improvvisamente si alzò e la sollevò da terra. La guidò verso la sua macchina mentre le diceva che sarebbero andati nel bosco fuori città, dove c’era un punto panoramico incredibile.
Quando sentì quella notizia, Jacqueline ebbe quasi voglia di piangere. Per lei, la natura non significava quel parco artificioso, ma qualcosa di selvaggio e incontrollato. Aveva temuto di dover tornare su Kerevash per riassaporare gli odori di un vero bosco
In meno di un quarto d’ora arrivarono al sentiero. James notò che nessuno dei due era vestito adeguatamente per un’escursione, ma le assicurò che si trattava di un percorso facile.
«Tranquillo, andiamo» lo rassicurò sorridendo, prendendo subito la strada.
Camminava spedita, euforica, accarezzando con le mani i tronchi e le foglie che la sfioravano. Si fermava quando sentiva il richiamo di qualche animale; si intestardì per trovare la tana di uno scoiattolo che aveva visto.
Costrinse James ad uscire dal sentiero, ma lui non se ne lamentò neanche un istante. La seguiva e la studiava, perché era la prima volta che la vedeva muoversi con così tanta spontaneità.
Quando arrivarono alla tana dello scoiattolo lei saltellò sul posto eccitata e poi gli saltò al collo ringraziandolo per averla portata lì. La strinse e l’euforia di lei scemò, si calmò mentre restavano lì stretti fra le foglie aranciate che cadevano intorno a loro.
«Questo posto è bellissimo» mormorò Jacqueline.
James annuì prima di sciogliere l’abbraccio e fare un passo indietro. «Non avevo mai lasciato il sentiero.»
«Perché?»
«Non c’è un motivo. Lo seguivo e basta. Vengo qui quando devo riflettere… mi rilassa camminare.»
Jacqueline tornò indietro, i sensi ancora all’erta per cogliere altri suoni, ma da quel momento iniziò a prestare attenzione anche a James. Iniziarono a parlare in modo leggero, poi lui improvvisamente si fermò.
Si voltò confusa e lo trovò con gli occhi chiusi e le mani strette a pugno. Era evidente che stesse trattenendo il pianto.
Gli mise una mano sul braccio e lui prese un respiro profondo.
«Scusami, ci sono.»
Fecero qualche passo e lui dovette fermarsi di nuovo, appoggiandosi ad un tronco.
«Ricordi?»
James deglutì e aprì gli occhi. Annuì, mentre il suo sguardo si focalizzava su un sasso. «Non venivo qui da quasi un anno.»
«Cos’è successo?»
«No, niente, qui niente… è…» Si morse il labbro, poi scosse il capo. «No, è stupido. Siamo qui per distrarre te; i miei problemi non sono paragonabili.»
Jacqueline si chinò sul sasso che stava guardando. Non lo toccò, per paura di rovinare qualunque cosa gli avesse ricordato. «Chi hai perso?»
E con quella domanda, l’onda di emozioni che stava provando a trattenere lo sommerse. Pianse, mentre provava a trattenere i gemiti; tremò, mentre provava a mantenere la voce ferma.
Jacqueline non si voltò, lasciò che gestisse il suo dolore e dopo un po’ lui le si inginocchiò accanto.
«Venivo qui con il mio cane. Una volta era così concentrato a capire dove fosse un uccellino che inciampò in quel sasso. Si è rialzato e mi ha fissato male, come se avessi dovuto avvertirlo.»
Jacqueline gli accarezzò la spalla e lo abbracciò.
«Non sono situazioni paragonabili, non voglio assolutamente che tu possa pensare che lo stia facendo, ma… capisco un po’ il tuo dolore.»
«Non sminuire i tuoi ricordi.»
James la baciò sulla fronte e si rialzò. «Faccio un po’ fatica ad accettarlo… è morto all’improvviso. Un giorno stava bene e quello dopo ha smesso di mangiare… e lui amava mangiare. È morto in neanche una settimana e non hanno mai avuto idea di che cosa sia successo.»
Ripresero a camminare, avvicinandosi uno all’altro. James ogni tanto fissava lo sguardo in alcuni punti, non disse ad alta voce quello che stava rivivendo e lei accettò il suo silenzio. Non riusciva nemmeno a immaginare quanto fosse difficile per lui quel momento.
Arrivati al punto panoramico, James si sedette su un largo sasso vicino al bordo e chiuse gli occhi. «Quanto mi manchi, Charlie…»
Lo lasciò lì da solo mentre lei alzava gli occhi verso il cielo, per osservare le foglie che danzavano contro il cielo azzurro. Dal diceva sempre che quella era la posa che più amava di lei.
Si riscosse quando sentì James piangere. Si inginocchiò dietro di lui e lo abbracciò. James le sfiorò un braccio.
«Sono davvero stupido. Lo so che mi metto sempre a piangere in queste situazioni e mi ci sono infilato comunque.»
«Grazie per esserti aperto con me.»
Lui si voltò mentre si asciugava le lacrime. «Ti capisco.»
Gli sorrise e poi guardò la città sotto di loro. Non era grande, ma neanche così tanto piccola. «Sono stata davvero fortunata ad incontrarti il giorno stesso in cui sono arrivata.»
Lui si aprì in un sorriso contento e l’abbracciò di slancio. «Ne sono felice anch’io.» Guardò poi l’orologio e sbuffò. «Torniamo indietro o la tua carceriera scopre che te ne sei andata. Ah, a proposito, mi dai il tuo numero?»
Iniziarono a scendere lungo il sentiero, calpestando le foglie secche che crepitavano ai loro piedi. «Scrivi a Cassidy.»
Lui aggrottò a fronte. «In che senso, scusa?»
«Se ti dicessi che non ho un telefono?»
«Ti crederei» rispose lui per poi storcere il naso. «Non ce l’ho neanche il numero di Cassidy e non voglio nemmeno avercelo. Ti presto uno dei miei vecchi telefoni e ti compri una SIM.»
Jacqueline sbuffò. «Non sono molto tecnologica» ammise.
«Non me ne frega niente. Non scrivo a quel ghiacciolo se voglio vederti o parlarti.»
Rise per quell’appellativo e accettò la sua proposta con una scrollata di spalle.
James la riaccompagnò a casa di Cassidy una decina di minuti prima che lei tornasse. Subito le chiese cos’avesse fatto e inventò di aver letto un libro e meditato per tutta la mattina.
«E perché i tuoi stivali sono sporchi di fango?»
Imprecò sottovoce e la fissò di sbieco. «Ho fatto un giro al parco.»
Cassidy annuì con un sospiro. «Non puoi girare da sola.»
«Perché no? Non ho cinque anni. So cavarmela benissimo da sola.»
«Non conosci questo mondo.»
«Non mi serve. Mi basta entrare nella mente delle persone per avere quello che voglio.»
Aveva imparato a usare la telepatia da bambina e il controllo della mente dopo poco. Poteva modificare i ricordi delle persone a proprio piacimento, così come poteva aggiungerne di nuovi.
Cassidy sbuffò teatralmente, poi la invitò a seguirla. Avrebbero pranzato da Pauline e sarebbero andate dall’Erede per capire che cosa fare.

Lascia un commento