Sulle tracce del passato

L’Erede era fredda, distante, razionale. Durante quella riunione si limitò ad analizzare i fatti, non mostrò alcun accenno di empatia. C’era solo della preoccupazione nella sua voce per il suo mondo, per quello che sarebbe potuto accadere se lo sconosciuto avesse attaccato anche loro. 

Chiese a Jacqueline di addestrare le sue Protettrici e lei annuì, infastidita, chiedendo poi che cosa dovesse fare per il suo di mondo. 

Aveva notato subito che le Protettrici la trattavano con deferenza, che neanche le si avvicinavano o la guardavano negli occhi. Ma lei era abituata a Dal. 

L’Erede stabilì che sarebbero tornate su Kerevash, dove lei avrebbe provato a riportare in vita anche gli altri Protettori. 

Jacqueline accettò senza discutere, anche se sapeva benissimo che sarebbe stato inutile. Fu però lei a creare il portale, perché non aveva voglia di perdere tempo con quello che avrebbero creato le altre Protettrici. 

Arrivarono direttamente di fronte alle statue dietro al castello. 

Notò che le altre si erano imbacuccate, ma lei neanche ci provò, anzi, trasformò i suoi vestiti in quelli dei Protettori, nei suoi abiti verdi che sapeva essere un simbolo. 

Alcuni passanti si fermarono a guardarla e lei si voltò. Le si strinse il cuore vedendo quanto fosse cambiata la città, quanto fosse spenta. Chiuse gli occhi, alzò lentamente le braccia e dei fiori sbocciarono lungo tutte le strade, delle rampicanti crebbero sui bordi delle case, vasi marciti rifiorirono e aiuole dimenticate tornarono raggianti. 

Le persone si guardarono tra loro con sorpresa, iniziarono a mormorare chiedendosi che cosa fosse successo. 

Jacqueline si voltò verso le statue. 

«Non dovresti attirare l’attenzione» mormorò sottovoce Leslie. 

«Voglio ridare speranza al mio mondo» ribatté in modo categorico.

Si avvicinò a Sen, provò a toccarlo con la goccia, ma non ebbe alcun effetto. Sbuffò, concentrò i propri poteri nel palmo della mano, riprovò, ma di nuovo fallì. 

«Che devo fare?» chiese tristemente. Si rivolse verso il castello. «Dal, che devo fare?» 

«Non c’è una biblioteca o qualcosa che parli della goccia?» 

Lei scosse il capo. «So tutto della goccia. Era il mio compito proteggerla e Dal ci ha fatto imparare anche la sua forma…» Sobbalzò e si guardò la mano. 

Per una settimana intera, Dal li aveva costretti a disegnare la goccia. Ogni suo singolo rilievo e imperfezione. Li aveva persino bendati per avere la certezza che sapessero riconoscerla in qualunque situazione. 

Quella che aveva nella mano non era la goccia completa. Mancava chiaramente una scheggia. 

Guardò a terra, ripercorse nei suoi pensieri il combattimento con lo sconosciuto, ritrovò anche le mattonelle che si erano rovinate, quelle che avevano distrutto e poi ritrovò quella che il fiore aveva incrinato nascendo. 

Si chinò, la spostò, ma oltre alla terra non vide nulla. Sentì solo l’odore della muffa che si era annidiata sotto le pietre. Sentì la tensione crescere mentre scrutava attentamente l’ambiente circostante. Tornò indietro dove era caduto Dal e analizzò anche lì ogni singola piastrella. Non trovò nulla.

«Che succede?» chiese Leslie incerta. 

Aprì un portale per l’Erede e lo attraversò senza rispondere. Era pericoloso parlare lì, potevano esserci delle spie. 

«Novità?» s’informò subito l’Erede. 

Jacqueline annuì. «La goccia non è completa. Deve entrare di nuovo nei miei ricordi. Dal deve aver fatto qualcosa, deve aver nascosto un pezzo da qualche parte.» 

Quindi si inginocchiò, chiuse gli occhi e aspettò. Le palpebre le tremavano leggermente mentre sperava che l’Erede potesse fornire una risposta 

L’Erede ripercorse gli ultimi momenti della battaglia e con lei le Protettrici. Osservavano assiduamente ogni movimento di Dal, riguardarono più volte quella scena e poi, improvvisamente, Pauline notò che, subito dopo aver terminato la profezia, si portava una mano al petto e i suoi occhi risplendevano, come se stesse usando la magia. 

Lo dissero a Jacqueline e lei sgranò gli occhi, incredula. «Perché? Non ha senso. Speravo l’avesse data a qualcuno degli altri, non a se stesso… e ora? Come dovrei trovarla? Può essere ovunque!» 

L’Erede annuì con un pesante sospiro. «Pregherò per avere una risposta. Potete andare, Protettrici.» 

Jacqueline aprì un portale direttamente nella taverna di Cassidy e urlò affondando il volto nel cuscino, l’unico modo in cui poteva sfogare la sua frustrazione. Gridò fino a graffiarsi la gola, fino a restare senza aria nei polmoni. 

Le altre si pietrificarono sul posto, incerte su che cosa dire o fare. 

Lei si prese la testa tra le mani, deglutì e si calmò facendo degli esercizi di respirazione. Le bruciava la gola, ma poco le importava, perché si sentiva persa.

«L’Erede troverà una risposta» affermò Mariah con voce dapprima soffusa. «Ci riesce sempre.» 

Jacqueline annuì con un sospiro, stringendo leggermente le labbra in una smorfia d’incertezza, perché non voleva mostrare apertamente che cosa pensasse della loro Erede. «Vado al parco. Torno quando torno.»


«Jackie?» 

Aprì gli occhi a fatica e trovò James che la scrutava incerto. Non era andata al parco; si era messa a camminare a vuoto e alla fine si era trovata davanti a quello che aveva scoperto essere il palazzo di James dalla siepe lì vicino. 

Aveva provato a citofonargli, ma non aveva risposto, così aveva deciso di aspettarlo seduta su una panchina. 

«Stai bene?» 

Annuì e si alzò per sgranchirsi. «Mi sono addormentata.» 

«Come hai fatto a trovare casa mia?» 

Chiuse gli occhi per pensare in fretta a una scusa, ma non le venne in mente assolutamente nulla, così entrò nella sua mente e gli fece dimenticare di averglielo chiesto. 

«Ho avuto un pessimo pomeriggio e volevo vederti» affermò accennando un sorriso. «Scusa se mi sono presentata qui dal nulla.» 

Era notte fonda. C’era silenzio, non si sentivano nemmeno i rumori delle macchine. L’unica fonte di luce era il lampione alla fine della strada, ma la lampadina era parecchio sporca e creava un alone soffuso. 

Lui le fece cenno di seguirlo e tirò fuori le chiavi. «Vuoi parlarne?» 

Quanto avrebbe voluto farlo! Ma come poteva spiegargli che lei non era di quel mondo, che era una Protettrice e che non sapeva come salvare i suoi amici? Era frustrante fidarsi davvero di una persona a cui non poteva raccontare la verità. Lui era l’unico con cui sentiva di potersi lasciar andare e non poteva, perché non aveva alcun diritto di stravolgere tutto quello che pensava di conoscere. 

«Non ora, è un casino, lascia stare. Ti dà fastidio se resto qui a dormire?»

«Sono le tre di notte, Jackie, mi sembra il minimo che tu stia qui» commentò lui guardandola di sbieco. Era infastidito, perché era evidente che le fosse successo qualcosa, ma non sapeva ancora come approcciarsi a lei. 

Jacqueline sussultò, sorpresa di aver perso completamente il senso del tempo e di averlo aspettato per ore. «Cavolo…» 

«Doveva essere comoda quella panchina. Da quanto eri lì?» 

Scosse il capo, distogliendo lo sguardo, per non fargli cogliere la sua lotta interiore. «Non lo so… era buio» accennò con poca convinzione. 

«Io sono uscito per le sette e tu non c’eri. Almeno sappiamo che non mi stai aspettando da otto ore» disse lui alzando le spalle, provando a tenere quella conversazione leggera così come voleva lei. 

Si era accorta del suo fastidio e pensò a qualcosa per cambiare argomento. Si morse il labbro. «Hai qualcosa da mangiare?» 

James la scrutò perplesso mentre si aprivano le porte dell’ascensore. «Non hai neanche cenato?» Jacqueline scosse il capo. «Ok. Sì, ho qualcosa.» 

Le preparò un panino con del formaggio e dei funghi già cotti che gli erano avanzati dal pranzo e lei si sedette a mangiarlo sul bordo del letto. 

Non aveva scherzato quando aveva detto che lo spazio era appena sufficiente per il letto, in quel monolocale. Era davvero un buco. C’era solo una scrivania oltre al letto e alla cucina, con la sedia che non poteva neanche essere allontanata più di tanto, perché sennò avrebbe sbattuto contro il letto. 

«Ma chi ha pensato di mettere un matrimoniale qui dentro?» domandò divertita. 

James scosse il capo e sbuffò. «Me lo chiedo ogni giorno. Ti alzi un attimo? Il mio armadio è sotto al letto.» 

Istintivamente le venne da ridere, e lui la guardò divertito. «Non sfottere.»

Finì il panino mentre lui recuperava dei vestiti per il giorno seguente e degli asciugamani per lei. Le mostrò il bagno, accennando che la doccia era l’unico motivo per cui aveva deciso di affittare quella casa. 

«Che te ne fai di una doccia così grande?» gli chiese ridendo, visto che quella doccia era praticamente un’altra stanza, più grande del resto del bagno. 

«Beh, mi ci sono divertito parecchio. Non mi pento delle mie scelte.» Le toccò le braccia e sospirò. «Jackie, fatti una doccia calda, sei ghiacciata.» 

Si accorse in quel momento di star gelando. James le prestò anche una maglia e dei pantaloni da indossare e poi si guardò intorno. 

«James, dormi nel tuo letto, ti prego» gli disse capendo quali fossero i suoi pensieri. 

Lui la baciò sulla fronte. «Solo perché sono le tre e non ho voglia di gonfiare il materassino.» 

«Non c’è neanche spazio per un materassino» ribatté divertita. 

«Sottovaluti le mie abilità nell’incastro. Buona notte, Jackie.» 

«’notte, James… grazie.» 

Restò sotto l’acqua calda a lungo, godendo del tepore e del senso di rigenerazione che le dava ai muscoli. Si tamponò i capelli con un asciugamano e si infilò i vestiti di lui. Le andavano grandi, ma sicuramente erano più comodi quelli per dormire dei jeans attillati e della felpa con il cappuccio. 

Rimase in silenzio per capire se James si fosse addormentato e percepì il suo respiro leggero e regolare, così, per non svegliarlo, usò la magia per asciugarsi i capelli. 

Aveva imparato quel trucco da Cecil. Spesso lei e gli altri Protettori si erano insegnati delle magie basilari a vicenda per aiutarsi nei gesti più semplici. 

Aprì la porta del bagno e si infilò in camera camminando sulle punte dei piedi. Provò a non fare rumore anche quando si mise a letto, ma lui si mosse comunque nel sonno. Restò quindi immobile e si sistemò solo quando fu certa di poterlo fare. 

Infine, con il cuore leggero e il sorriso sulle labbra, si lasciò cullare dal sonno, felice di avere James al suo fianco.


La notte passò tranquilla, avvolta nel calore del letto di James. Jacqueline si svegliò con la luce del mattino che filtrava dalle tende e con la sensazione di essere più riposata di quanto si aspettasse. Si voltò con delicatezza, cercando di non disturbare James, ma trovò solo un suo bigliettino. 

Lo prese perplessa e anche un po’ delusa, perché avrebbe voluto stare ancora con lui. Nel bigliettino, James le spiegava che era andato a lezione e le ordinava di prendere il telefono che aveva lasciato sul bancone della cucina. 

Jacqueline si alzò, se lo rigirò tra le mani, esaminandolo. Sapeva ben poco di come funzionasse, ma ripescò dalla conoscenza che aveva appreso dai ricordi delle Protettrici e riuscì ad accedere alla rubrica. Sorrise ritrovandosi il numero di James come unico contatto salvato. 

Decise di accettarlo, perché non voleva passare un’altra serata su una panchina. Andò quindi in un negozio di telefonia per comprare una SIM, fece credere al commesso di aver pagato e tornò da Cassidy. 

Si mise sul divano e provò a ricordare come si mandasse un messaggio. Fece un paio di tentativi, ma non le sembrò che funzionassero, poi, per sbaglio, fece partire la chiamata. 

Sgranò gli occhi quando sentì la voce di James. «Pronto?» 

Arrossì prepotentemente, sentendosi imbarazzata come non le era mai successo prima. «Scusa! Sono io, sono davvero incapace… volevo scriverti.» 

James rise fragorosamente. «Torno a lezione. Fatti insegnare da Cassidy quando torna.» 

Si sentì sprofondare nella vergogna. Si abbracciò le gambe, aspettando immobile come punizione per la sua incapacità tecnologica. 

Cassidy rientrò dopo un’ora, subito puntò alla taverna, quasi correndo. Aveva passato la notte sveglia. Non aveva idea di come rintracciarla e aveva provato per ore a comunicare con le piante, disperata, per cercare di trovarla. 

Aveva scritto alle altre Protettrici se fosse con loro e, dopo le risposte negative, aveva iniziato a cercare assiduamente sulla pagina delle notizie e sui Social se qualcuno avesse visto cose assurde accadere. 

Si ritrovò a sospirare di sollievo quando la vide. «Mi sono preoccupata!» insorse immediatamente. 

Annuì distrattamente. «Mi sono addormentata su una panchina. Senti, mi insegni ad usarlo?» domandò Jacqueline mostrandole il telefono. 

«E quello dove l’hai preso?» le chiese sorpresa, domandosi perché non avesse pensato prima a darle lei stessa un suo telefono. 

«Me l’ha dato James.» 

Cassidy si ritrovò a ringraziare mentalmente James, forse per la prima volta in vita sua. Le spiegò dove fossero i contatti, come chiamare e come mandare messaggi, sollevata che lui avesse già trovato una soluzione al fatto che lei fosse irrintracciabile. Restò anche lì a fare delle prove con lei per avere la certezza che avesse capito tutto e salvò il suo numero, pregandola di farle sapere in futuro se passasse la notte fuori. 

«Sei stata tutta la notte su una panchina?» le chiese infine, sentendo il morale risollevarsi. 

«No, James mi ha svegliata quando è tornato e mi ha fatta dormire da lui.»

Cassidy sospirò. Era ovvio che si fidasse più di lui che di loro e un po’ ci rimase male, perché era una Protettrice, perché era stata lei a risvegliarla, perché davvero avrebbe voluto aiutarla. «Ok, Jacqueline, forse abbiamo iniziato con il piede sbagliato, ma… a me e alle altre importa davvero di te. Vogliamo aiutarti.» 

«Lo so, lo vedo… grazie.» 

Cassidy le mise una mano sulla spalla, poi accennò che andava a fare i compiti mentre aspettava il pranzo e le propose di mangiare insieme. Accettò entusiasta e subito dopo scrisse a James. 

– Ce l’ho fatta? 

– Direi di sì. Come stai? 

Sospirò sollevata per essersi risparmiata un’altra becera figura. – Meglio. 

– Ti va di spiegarmi che ci facevi fuori da casa mia alle tre di notte? 

– Volevo vederti. 

– E fin qui mi sembrava chiaro. 

Si abbandonò ai cuscini del divano e prese un respiro profondo. Cosa poteva essere l’equivalente terrestre di tutto quello che le stava accadendo? – Ho avuto una brutta notizia da casa e volevo un amico vicino. 

– Mi dispiace, Jackie. Purtroppo, ho lezione fino alle sei oggi, però possiamo cenare insieme al barettino dei falafel. 

Si ritrovò a sorridere, grata ancora una volta di averlo conosciuto. – Non voglio romperti troppo le scatole. 

– Lo dici perché ci conosciamo solo da due giorni? 

Chiuse gli occhi. – Mi sembra di conoscerti da molto di più. 

– Anche a me, Jackie, quindi tranquilla. Ti scrivo quando finisco e in un’ora sono da te.


L’Erede le convocò dopo una settimana per annunciare di non sapere che fine avesse fatto il frammento di goccia mancante. 

Jacqueline trattenne a stento l’impulso di mandarla al diavolo dopo quella frase. Aveva iniziato ad addestrare le Protettrici, ma non era un compito facile. L’Erede le aveva lanciate in pasto a missioni potenzialmente pericolose senza alcuna preparazione, sia teorica che pratica. Era stata solo l’unione del gruppo a salvarle ogni volta. 

Dopo quell’annuncio, tornarono da Pauline e per un po’ restarono in silenzio. Jacqueline rifletteva su che cosa fare mentre le altre Protettrici pendevano dalle sue labbra, perché non conoscevano il suo mondo. 

Poi, Jacqueline realizzò di poter fare solo una cosa: indagare a Kerevash. 

Le altre decisero di accompagnarla, per aiutarla nel caso fosse stata scoperta dallo sconosciuto che li aveva attaccati. La costrinsero anche ad indossare un mantello e la pregarono di non farsi notare. 

Jacqueline accettò le loro richieste, consapevole che il suo mondo era profondamente cambiato in quei secoli. Realizzò davvero quanto fosse cambiato quando si perse al primo incrocio. 

Aveva sempre usato il castello di Dal per orientarsi, ma la torre più alta era crollata e non si vedeva più da qualunque punto della città. 

Dovette quindi fare affidamento sulla mappa di Leslie. Andò al mercato e le si strinse il cuore vedendo poche e sparute bancarelle, mezze vuote, con solo articoli estremamente rari. Non c’erano più quelle della frutta, della carne neanche a parlarne, c’era solo quella dei medicinali, talmente cari che non c’era neanche un acquirente. 

In generale c’erano poche persone, non era più quel luogo pieno di vita dove Cecil amava passare la giornata. Non c’erano più colori sgargianti e voci che richiamavano. Il silenzio pesante, il senso di vuoto nell’aria e il freddo pungente facevano male alle ossa. 

Ebbe voglia di piangere per la sua Maskalia. 

Si sedette sul bordo di una fontana, che un tempo era stata un perenne spettacolo di getti grazie alla magia di Liu, ma quel giorno spenta. Ricordava com’era stata quella piazza secoli prima, ricordava i bambini che correvano e gli odori dei venditori di cibo ambulanti. 

Si mise ad osservare il proprietario della bancarella dei medicinali attentamente, per capire se fosse lo stesso che lei ricordava. 

«Ma sarà morto» insorse spontaneamente Mariah quando Jacqueline spiegò che cosa stesse facendo. 

Jacqueline scosse il capo. «Fa parte di una specie estremamente longeva. Era solo un ragazzino l’ultima volta che l’ho visto.» 

Poi, finalmente, riuscì a vedere sotto il mantello e ritrovò la macchia a forma di stella intorno all’occhio. Scattò in piedi e gli andò incontro. Indicò delle polveri azzurre e disse chiaramente: «Un sacco». 

«Si vendono in grammi» mormorò quello perplesso, poi ricordò qualcosa. Un ricordo della sua giovinezza lo attraversò mentre la osservava: tutte le volte in cui lei lo aveva canzonato dicendo che vendeva le sue polveri a prezzi talmente alti che in un’altra città avrebbe potuto prenderne sacchi interi.

Tutte le volte che andava al mercato, lei lo prendeva in giro, anche davanti ai suoi clienti. Il padre rideva di quegli intermezzi, mentre lui diventava paonazzo e partiva a rincorrerla, finendo spesso lungo disteso nella fontana e ripescato da Liu. 

Sgranò gli occhi, afferrò in fretta i manici del suo carretto e le fece segno di seguirlo. 

La portò a casa sua, una villetta ai margini della città, e quella fu la prima cosa che lei ritrovò esattamente come l’aveva lasciata. C’era ancora l’edera che si arrampicava lungo il tetto, con i fiori violacei che timidamente spuntavano dalle foglie. Le finestre erano piccole, in legno, protette all’interno da delle tendine bianche che impedivano di spiare l’intimità della casetta. 

Jacqueline si tolse il cappuccio quando fu al sicuro dentro casa sua e lui si inginocchiò a terra. «Protettrice, siete salva! Pensavamo che Sobek fosse riuscito a distruggere la vostra statua!» 

Inclinò il capo. «Sobek?» 

Lui annuì, si mosse per casa e tornò con una pergamena. «Chi vi ha sconfitti.» 

Srotolò il foglio e lesse velocemente tutte le nuove assurde leggi che quel tiranno aveva imposto al suo popolo. Scoprì che aveva spostato la capitale a Tennar, l’altra città più grande del pianeta, e una parte di lei gioì all’idea che non avesse abitato nelle stanze di Dal. 

«Quibi, ricordi…?» Si fermò interdetta, notando che aveva le sembianze di un Gherdal, come lei, che quella che aveva riconosciuto come la sua macchia di nascita appariva come una voglia. «Perché hai quest’aspetto?» 

Lui le indicò un punto della pergamena. “I Quetz sono banditi dalle città.” 

La pace con i Quetz, la specie di Quibi, era uno dei traguardi più importanti che loro erano riusciti a raggiungere. 

Vivevano come tribù nomadi, specializzati nell’allevamento di grossi bovini che, all’occorrenza, cavalcavano durante le loro razzie. Erano una specie complicata, che amava generare caos e prendere tutto ciò che gli interessasse. 

Sen aveva passato un anno andando da ognuno dei loro capi per fargli capire come comportarsi in città, quali regole dovessero seguire e, alla fine, ce l’aveva fatta, li aveva convinti sull’importanza delle proprietà altrui. E i Quetz, in cambiò del via libera nelle città, avevano portato le loro medicine. 

Erano abilissimi medici. Avevano una cura per qualunque malattia e, se ne scoprivano una nuova, erano in grado di curarla dopo appena una settimana. 

«Perché vi ha banditi?» domandò Jacqueline sgomenta. 

«Abbiamo lottato in vostro nome» spiegò Quibi semplicemente, per poi spostare il mantello e rivelare che aveva una protesi ad una gamba. 

Jacqueline si sedette su una piccola sedia in legno e sospirò pesantemente. Quibi riprese il suo vero aspetto, trasformandosi in un piccolo essere con la pelle simile a quelle delle lucertole e con una grossa macchia intorno agli occhi gialli. 

Era raro che un Quetz avesse una casa e quella, infatti, era sempre stata una loro base più che una casa. C’era solo quel tavolo, il resto delle stanze erano in realtà un magazzino con qualche posto per dormire a terra.

Si avvicinò a Jacqueline, facendo cenno alle altre di accomodarsi. «Protettrice, come possiamo aiutarvi? I Quetz credono ancora nel vostro ritorno, alcuni dicono che sua altezza abbia fatto una profezia…» 

«È la verità. Dal ha rimandato ad adesso la guerra per la goccia. Quibi, sai cosa ne è stato del corpo di Dal?» 

Lui si portò una mano al mento, alzò lo sguardo al soffitto e restò a lungo in silenzio, sforzandosi di ricordare. «Qualcuno disse che l’aveva preso Sobek, altri dicevano che era svanito…» 

Chiuse gli occhi e sospirò pesantemente. «Riesci a scoprirlo senza rischiare?» 

Lui annuì prontamente. «Chiederò agli altri Quetz.» 

«Bene.» Jacqueline prese un bicchiere e lo incantò. «Quando saprai qualcosa, parla qui ed io ti sentirò.» 

Quibi batté le mani con allegria, prese poi il bicchiere e lo ripose con cura dentro un baule. Si voltò poi e, trascinando i piedi, le si avvicinò. «Protettrice, gli altri…» 

«Ci sto lavorando. Purtroppo, Dal non ci ha dato istruzioni.»

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