Scontro di Emozioni

Dopo due settimane senza ricevere notizie da Quibi, Jacqueline ricordò che Dal li aveva sempre definiti come degli investigatori inutili. 

I Quetz vivevano per secoli, affrontavano tutto con calma, quindi il loro senso di fretta e urgenza era ben diverso da quello degli altri. Realizzò che, probabilmente, Quibi neanche aveva iniziato la ricerca. 

Riferì quelle considerazioni alle Protettrici nel pomeriggio e loro sbuffarono sonoramente. «Che facciamo quindi?» 

«Andiamo a Tennar.» 

Loro si lanciarono delle occhiate confuse. «Non è dove c’è Sobek?» chiese Leslie con un filo di voce. 

Jacqueline annuì. «Devo sentire il suo potere. Devo capire se ha lui il frammento della goccia o se lo sta ancora cercando. Da Maskalia non ci sono riuscita.» 

Mariah non accettò con entusiasmo quella notizia, anzi si adombrò. «E se ci scoprisse?» 

«Non lo farà, non userò la mia magia. Chiediamo alla vostra Erede di aprire un portale fuori città e dovremmo essere al sicuro. Magari già da lì riesco a capire qualcosa.» 

Leslie annuì con convinzione. «Mi sembra un buon piano. Andiamo stasera?» 


L’Erede le lasciò su una collina dove spesso si era accampata con Dal. Non gli piaceva alloggiare nel castello di Tennar, perché era stato costruito dalle persone per ringraziarlo e non teneva conto dei suoi gusti. 

Era immenso, molto più grande di quello di Maskalia. Troneggiava quasi sinistro sulla città, stava addirittura su una collinetta e la sovrastava, come se volesse controllare tutti gli abitanti. 

Era sempre stata una visione inquietante e ancora di più lo fu quel giorno. Le pietre bianche erano attraversate da enormi rovi neri che partivano dal terreno. Le fece male quella visione, sentiva la terra soffrire, il vento gridare e l’acqua e il fuoco tacere, attoniti. 

La città era spenta, non c’erano luci, non c’erano lanterne. La terra era arida, non c’era acqua, sentiva i pozzi vuoti. 

Sospirò. Si inginocchiò e restò in ascolto, provando a percepire cambiamenti in quella magia. Ricordava bene la sensazione del potere della goccia, ricordava quel senso di completezza che dava. 

Quella magia però non aveva nulla di tutto quello. La riportò alle sensazioni dell’attacco a Maskalia, a quando quella spada l’aveva trafitta e al senso di oppressione che l’aveva attanagliata. 

Era tremenda quella magia: ti risucchiava, ti annullava, ti lasciava inerme e senza alcuna possibilità di fuga. 

Sobek non aveva la goccia. 

Aprì gli occhi e finalmente sorrise. Quella era la prima buona notizia da quando si era risvegliata. «Torniamo indietro.»


«Quindi ora che facciamo?» chiese Leslie lanciando un’occhiata alle sue amiche. 

«Aspettiamo i Quetz. Non ho altri agganci, non saprei che fare» rispose Jacqueline. 

Mariah sospirò pesantemente. Detestava quella situazione di attesa, soprattutto perché non dipendeva da loro. 

L’Erede annuì convinta. «Non possiamo neanche dare nell’occhio; rischierebbero tutti la vita. Attendiamo. Pregherò perché siano più veloci.»


Quando James le aveva mostrato la spiaggia, le era venuta una tremenda nostalgia di casa. Liu la portava spesso al mare, quando era stanco dell’erba e voleva sentire la sabbia sotto i piedi. 

Era distante dalla loro città, Maskalia, ma, con i loro poteri, potevano raggiungerlo in un istante. Passavano ore a rincorrersi, a costruire castelli ed osservare le onde. 

Da quando James l’aveva portata, spesso era andata lì la notte. Detestava dormire al chiuso, le dava sempre un senso di oppressione e riposava male. Solo quando c’era qualcuno con lei, riusciva a dormire serena anche con un tetto sopra la testa. 

Quando furono a casa di Pauline, convinse le altre ad andare in spiaggia. Disse che ne aveva bisogno, che voleva staccare da quella situazione di attesa e loro l’accontentarono. 

Presero quindi la macchina del padre di Pauline e andarono alla spiaggia. Ci voleva un’ora per arrivare. Avrebbe potuto aprire un portale, ma le piaceva anche osservare il panorama che scorreva oltre il finestrino, così non lo propose neanche. 

Quando arrivarono, era il tramonto. Presero dei panini ad un bar e cercarono un punto dove mangiarli. 

Faceva freddo e c’era poca gente, ma vollero comunque allontanarsi per poter discutere liberamente. 

Leslie continuava a fare congetture e ad enunciare tutti i possibili scenari. Quella situazione di stallo era deleteria anche per loro. Non sapevano quando sarebbe arrivato l’attacco di Sobek e non avevano idea di come contrastarlo. 

Il divario tra i loro poteri e quelli di Jacqueline diventava sempre più evidente e non riuscivano a fare a meno di pensare che, se lei e gli altri Protettori erano stati battuti, loro non avrebbero avuto alcuna possibilità.

C’era qualcuno che si allenava correndo sul bagnasciuga, per cui Jacqueline non fece caso ai passi che si avvicinavano a loro. Quasi si spaventò quando si sentì sollevare e abbracciare, ma subito riconobbe la risata di James. 

Si voltò sorpresa e lui si allontanò continuando a ridere. «Vi ho viste da lontano.» Indicò dietro di sé, verso un piccolo fuocherello sulla spiaggia. «Siamo laggiù.» 

Leslie subito scattò come una molla. «Chi?» 

«C’è anche il tuo Quentin, tranquilla.» 

Jacqueline sbuffò mentre lo superava. «E smettila di prenderla in giro.» 

«Grazie!» sbottò Leslie seguendola subito. 

Le altre si rassegnarono quindi a tornare indietro. Pauline, ormai, aveva rinunciato alla sua gelosia. Si era arresa all’evidenza che a James piacesse Jacqueline e aveva smesso di mostrarsi scontrosa ogni volta. 

E, in realtà, loro due neanche se n’erano accorti. Quando erano insieme, raramente prestavano attenzione agli altri. 

«Che mangi?» le chiese James affiancandola.

Jacqueline gli porse il panino per farglielo assaggiare, ma capì in fretta che era a digiuno. «Ne vuoi uno?» 

Lui la guardò come un bambino colto a rubare delle caramelle. Le restituì il panino. «No, non ho fame.» 

«Tienilo, non mi piaceva molto. Ne prendo un altro.» 

Lui si riportò il panino davanti al viso, la fissò di sottecchi e poi lo addentò nuovamente. «Ho dimenticato il portafogli.» 

«Per una volta, ti offrirò io la cena.» 

A quel punto, finalmente si acquietò. Aveva imparato in fretta che era orgoglioso e ogni volta doveva trovare un modo per aggirare il problema per farglielo ammettere. 

Ordinò un altro panino, mentre le altre raggiungevano i Vulcan. James restò con lei. Vedeva come fissava le patatine. 

«Da quanto non mangi?» 

Lui sobbalzò, la guardò con occhi sgranati, poi si arrese all’evidenza: era affamato. «Siamo qui da stamattina.» 

«E nessuno si è accorto che non stai mangiando?» domandò incerta. 

Lui scrollò le spalle. «Ho detto che avevo mal di stomaco.» 

«Mi può dare anche una porzione di quelle?» chiese al barista. «Vuoi altro?» 

«Birra?» 

«Anche due birre, grazie.»

James l’abbracciò con trasporto. «Sei la mia salvatrice.» 

Raggiunsero gli altri e Darcy li accolse spalancando le braccia. «Finalmente mangi!» 

James storse il naso. «Mi è venuta fame.» 

«Oppure mangia per farsi passare altre voglie» commentò Vick, il batterista. 

James lo ignorò, stappò una birra e la passò a Jacqueline. 

Lei diede un sorso, poi addentò il panino, ma si ritrovò a sputarlo, riconoscendo il sapore della carne. 

James la scrutò confuso, poi capì e subito le prese il panino proponendosi di andarlo a cambiare. 

«No, lascia stare…» 

«Due minuti e torno!»

«Sei l’unica con cui James è carino» mormorò Darcy con una smorfia, quando lui si fu allontanato. 

«Viene ai vostri concerti anche se non gli piacete» ribatté spostando gli occhi su di lui. 

James non aveva detto ai suoi amici di Dal e, ogni volta che li vedeva, facevano puntualmente frecciatine su di loro. Le altre provavano a placarli, ma quelle reazioni sembravano divertirli. 

Lui tornò dopo qualche minuto con il panino corretto e le scuse del barista per averglielo scambiato con un altro. Lo prese accennando appena un sorriso e lui andò a sedersi accanto a Darcy, lontano da lei. 

Quello era l’unico modo che avevano trovato per farli tacere: non dare loro pretesti. 

«Perché non ci suoni qualcosa?» domandò Leslie guardando Quentin sognante. 

Lui prese la chitarra e indicò con il capo Darcy e James. «Cantate voi?» 

«Con James? Così devo sorbirmi le sue lodi su quanto sia migliore di me?» 

«Ti rode che lo sia, eh?» ribatté lui sogghignando, per poi fare cenno a Quentin di procedere. 

Cantarono un paio di canzoni, mentre il sole finiva di tramontare e restava solo il fuoco a fargli luce. Poi James si alzò, si avvicinò a Jacqueline e la fece alzare per ballare con lei. Teneva in una mano la bottiglia di birra e nell’altra la sua, sfiorando appena le sue dita, solo per guidarla. 

Si misero a ballare tutti, tranne Quentin, che continuava a suonare, e Leslie che puntualmente gli si sedette accanto. 

«Perché non scherzano mai su di loro?» domandò in un sussurro a James, che nel frattempo continuava a cantare.

Lui le fece l’occhiolino prima di farle fare una piroetta. 

Quando finì la canzone, James si voltò verso Darcy, che aveva smesso di cantare da un pezzo, riconoscendo di non riuscire a stare al passo con lui. «Dillo.» 

Darcy sbuffò pesantemente. «Sì, sì, sei più bravo.» 

James rise e bevve ancora, finendo la bottiglia. L’appoggiò a terra e propose di mettere la musica dal proprio cellulare, così da dare una pausa anche a Quentin. «Così magari fa vedere a Leslie quanto sia pessimo come ballerino.» 

Quentin arrossì, ma comunque posò la chitarra sulla sabbia e commentò che aveva bisogno di fare una passeggiata. Leslie gli si accodò prontamente e James mise su una playlist con un sorriso malizioso. 

«Magari stavolta riescono a parlare» commentò Vick prima di scuotere il capo. «Scommettiamo?» 

«Io dico che Quentin non dirà mezza parola per tutto il tempo» affermò James. 

Darcy scosse il capo. «Le dirà che gli ha fatto piacere incontrarla qui.» 

Lui reagì con una smorfia per poi annuire. «Giusto… Voi che dite, ragazze?» 

«Leslie si fermerà a metà strada per dirgli che le piace» affermò Jacqueline. 

Mariah scoppiò a ridere e ribatté che la conosceva da troppo poco tempo per poterlo sapere. 

Intanto, Leslie e Quentin stavano passeggiando in silenzio lungo la riva, uno accanto all’altra, guardando parti opposte. Spesso era così tra loro, troppo timidi e impacciati per parlare per primi. 

Si erano conosciuti circa un anno prima durante una missione in cui Leslie aveva dovuto recuperare un animaletto magico che si era infilato nel vicolo dietro casa sua. Quentin aveva sentito il fracasso e si era sporto dalla finestra per osservare e l’aveva trovata a imprecare contro dei bidoni della spazzatura. 

Avevano iniziato a frequentarsi sporadicamente, più che altro si scrivevano, perché era più facile nascondersi dietro uno schermo. Avevano scoperto di avere gusti simili e, dopo un po’, Quentin l’aveva invitata ad un concerto. 

Leslie improvvisamente si fermò e Quentin si voltò sorpreso. 

Jacqueline puntò lo sguardo verso di loro. «E quindi secondo voi che sta accadendo?» 

Li fissarono tutti e trovarono Quentin immobile davanti a Leslie, che guardava a terra. Dopo un istante, lui si mosse per baciarla. 

«Come cavolo hai fatto?» domandò incredula Pauline. 

Jacqueline scrollò le spalle. «Due innamorati a un certo punto finiscono col parlarsi.» 

«E perché proprio ora?» chiese James confuso. 

«Perché è la prima volta che stanno da soli da quando l’hanno realizzato entrambi.» 

Darcy batté le mani. «Complimenti!» 

«Cos’ho vinto?»

Vick sbuffò divertito. «Ti offriamo la cena la prossima volta.» 

Pensò che non fosse un grande premio, visto che poteva creare i loro soldi con la magia, ma accettò sorridendo, mostrandosi entusiasta. 

James prese il cellulare e si allontanò accennando che chiamava a casa. Dopo poco, Jacqueline ricevette un suo messaggio in cui le chiedeva se volesse dormire da lui. 

Sentiva la sabbia ovunque tra i capelli e si ritrovò a pensare alla sua doccia e a paragonarla a quella minuscola di Cassidy. 

– Sei libero domani o mi fai svegliare di nuovo da sola? 

– Domani è domenica. 

Faticava a stare dietro al loro concetto di settimana, non riusciva a capirlo, perché lei, con il suo ruolo, lavorava perennemente. – Giusto.


Quando arrivarono da James, subito si tolsero le giacche e James recuperò degli asciugamani. Dal nulla aveva iniziato a diluviare ed erano scappati via verso le macchine. 

Grazie a quella corsa, nessuno si era accorto di lei che si infilava nella sua macchina. Aveva scritto a Cassidy che avrebbe dormito da lui e aveva spento il cellulare, abbandonandosi contro lo schienale. 

James si era dovuto fermare a metà strada per togliersi il cappotto e la maglietta, infastidito dai vestiti bagnati mentre guidava. Dopo poco, anche lei si era tolta la giacca e aveva trovato un minimo di sollievo. 

«Vuoi fare la doccia per prima?» chiese James, indicando il bagno con un cenno del capo. 

«Non è necessario, è casa tua» rispose Jacqueline, mentre si tamponava i capelli con l’asciugamano. 

«Jackie…» iniziò lui, lo sguardo leggermente contrariato.

«Vai, dai. Sono resistente, non mi ammalo per un po’ d’acqua» ribatté Jacqueline con un sorriso leggero. 

James si infilò in bagno, si sfilò i pantaloni per lasciarli nel lavandino e poi tornò indietro, per recuperare una coperta da sotto al letto. «Spogliati e mettiti almeno questa.» 

«Te la bagnerei tutta…» rispose lei incerta, ma combattuta. 

«Si asciuga. Jackie, non…» cominciò James, ma fu subito interrotto da lei che gli chiedeva di non insistere. 

Lui si indispettì e, senza preavviso, la caricò in spalla e la portò sotto la doccia, accendendola prontamente. 

Jacqueline lo fissò incredula, ma finalmente sentiva il calore dell’acqua. James si unì a lei sotto la doccia e si sciacquò velocemente, giusto per togliersi il gelo dalle ossa. 

Jacqueline sospirò pesantemente, chiudendo gli occhi mentre si concentrava sul proprio corpo per calmarsi. Non sopportava quando James si intestardiva, ma, in fondo, le piaceva anche quel suo lato deciso, che dimostrava quanto ci tenesse a lei. 

James uscì dalla doccia e si avvolse un asciugamano attorno ai fianchi. «Fai con calma» disse con un sorriso complice. «A dopo.» 

Jacqueline si spogliò, lasciando i vestiti accanto ai suoi sul lavandino e si godette il piacevole tepore della doccia. Il calore le ricordava Sen, e un sorriso le illuminò il volto mentre si lasciava cullare dai ricordi. 

Una volta finita la doccia, si avvolse un asciugamano intorno al corpo e uno intorno ai capelli e realizzò di non avere dei vestiti di ricambio. Si asciugò i capelli, cercando una soluzione. Avrebbe potuto asciugare i propri abiti o farne apparire degli altri, ma ovviamente l’avrebbe insospettito. 

Costretta ad uscire dal bagno solo con gli asciugamani, trovò James avvolto nella coperta, seduto sul letto mentre giocava al cellulare. Lui alzò il capo e per un istante si bloccò ad ammirarla. 

Poi, con un gesto repentino, si alzò in piedi facendo cadere la coperta, e alzò il letto per cercare dei vestiti da darle. 

Jacqueline chiuse gli occhi, realizzando che fosse completamente nudo. «James…» 

Lui sobbalzò e si affrettò a recuperare la coperta. «Scusa, che scemo…» 

«Cerco io qualcosa, tranquillo» disse Jacqueline, cercando di nascondere il tremore della voce. 

James la baciò sulla guancia, facendola sobbalzare. Aprì gli occhi e lo guardò sorpresa, sentendo il cuore battere più forte nel petto. Era la prima volta che lui lo faceva. 

«Buona notte, Jackie» disse James con dolcezza. 

Lo abbracciò, lasciandosi avvolgere dall’atmosfera intima. «Stai diventando il punto fisso nel casino della mia vita.»

«Anche tu… Jackie, mi dispiace per le battute dei miei amici» disse James con sincerità. 

«Lo so, tranquillo» gli rispose, sentendosi protetta tra le sue braccia. 

Lui le accarezzò la schiena prima di allontanarsi. «Se sei ancora sveglia quando esco dalla doccia, possiamo parlare un po’, che ne pensi? Mi sembri triste.» 

Ancora una volta, Jacqueline si stupì di quanto fosse facile da capire per lui. «Buona doccia.» 

Prese una maglietta e dei pantaloni dall’aria sgualcita e si infilò sotto le coperte. James arrivò dopo una ventina di minuti e le si sdraiò accanto, avvolgendola con affetto. 

«Come stai?» 

Jacqueline si morse il labbro e poi si sporse per abbracciarlo. James fu dolce, le accarezzò la schiena fino a quando non si decise ad aprirsi. 

«Sono davvero giù di morale. Mi sento persa qui.» 

«Perché non torni a casa?» chiese lui mantenendo la dolcezza anche nel tono di voce. 

«Non posso» rispose tristemente. 

Le sue giornate erano ormai un tuffo nel passato mentre aspettava di vedere James. Si chiudeva nella malinconia e nella tristezza e lui era l’unico capace di riportarla al presente. 

Lui sbuffò fingendosi offeso. «Speravo dicessi che non vuoi, perché ti mancherei.» 

Alzò il capo sorpresa per guardarlo. «Certo che mi mancheresti. Sei praticamente l’unico motivo per cui sto bene qui.» 

«Ne sono felice» mormorò lui guardandola negli occhi. 

Sentì il cuore battere forte nelle orecchie per quel tono di voce. Era caldo, dolce, si sentì sciogliere. Si ritrovò ferma a guardarlo. 

James la baciò sulla guancia, vicino alle labbra. «Era da un bel po’ che anch’io non stavo bene… Da quando ti ho incontrata, sto meglio, va meglio.» 

«James…» si ritrovò a mormorare, combattuta, indecisa se volere che lui andasse avanti o si fermasse. 

«Lo so, è complicato e ora sto superando il limite. Però volevo che sapessi che io la notte mi addormento solo dopo che tu mi scrivi, che mi sveglio la mattina e riesco a fare qualcosa solo dopo un tuo messaggio.» 

Jacqueline chiuse gli occhi, sforzandosi di trovare un motivo per fermarlo. «Ci conosciamo solo da qualche settimana…» 

«Non ho mai conosciuto nessuno come conosco te.» Poi James allontanò il volto e lo posò sul cuscino. «Allora, perché sei giù di morale?» 

Lo guardò confusa. «Vuoi davvero fingere di non aver detto nulla?» 

«Che ho detto?» chiese lui sorridendo, con un accenno di divertimento. 

Sospirò, posò una mano sul suo petto. Decise di assecondarlo e fingere che non fosse successo nulla. «Mi manca la mia vita, ma non so come riaverla.» 

«Ogni tanto parli con questo tono fatalista e non riesco mai a capire perché. Che ti è successo?» 

Avrebbe davvero voluto raccontargli tutto. Sentiva di potersi fidare ciecamente di lui, ma non poteva. Come avrebbe potuto spiegare alle altre che aveva raccontato ad un umano la verità sulla magia? Ma, soprattutto, come l’avrebbe guardata poi lui? Sarebbe rimasto lo stesso? 

«È davvero un casino e…» iniziò Jacqueline, ma lui subito la interruppe. 

«Ci metteresti troppo a spiegarmelo. Sì, sì, chiaro. Magari un giorno, ti aprirai davvero con me.» 

«Non offenderti…»

Lui sospirò, per un istante le sue mani si allontanarono da lei, ma poi tornarono sui suoi fianchi. «Mi sento impotente così. Non so che dirti, probabilmente ti dico anche cose stupide o senza senso.» 

Affondò il volto nel suo petto. «Mi dispiace.» 

«Cosa vuoi che faccia?» le chiese quasi stremato dai suoi silenzi e dai suoi segreti. 

«Sii te stesso.» 

«Non posso.» Sobbalzò e lui si alzò. «Mi faccio una tisana, ne vuoi un po’?» 

Usò i gomiti per sollevarsi e guardarlo mentre riempiva il bollitore. «Detesto quando fai così.» 

Lui la guardò per un istante, poi tornò alla sua tisana. 

«James…» 

Lui scosse il capo. «Jackie, non insistere.» 

In quel momento, il conflitto interiore si placò, la parte affascinata da lui prese il sopravvento. 

«Fallo.» 

La guardò confuso. «Cosa?» 

«Sii te stesso.» 

James lasciò la tazza sul bancone per guardarla, confuso, poi dopo un istante le fu di fronte, a un nulla dal volto. Non disse nulla, sfiorò il naso con il suo e la baciò delicatamente. Attese, per avere la certezza di non aver frainteso e poi riprese a baciarla, facendola ricadere sul cuscino, sdraiandosi sopra di lei. 

Si abbandonò a lui, alle sue labbra, al suo calore. 

C’era euforia in quel bacio, una felicità dolce che mise a tacere qualunque altra emozione. Era bello poterlo finalmente fare, poter sentire davvero il tocco di quelle labbra che ogni tanto apparivano nei suoi sogni. 

Il cuore le batteva nel petto impazzito, così forte da ovattare tutti gli altri suoni. Sentiva le sue mani che le accarezzavano il corpo, dolcemente, non c’era foga in quei gesti. Tremò per quanto fosse intimo quel contatto, quel momento con lui. 

Ma poi, all’improvviso, Dal. Fu come un fulmine a ciel sereno. Si bloccò all’istante, spalancando gli occhi. Nella sua mente il primo bacio con Dal, quello che si erano dati sotto la pioggia, nascosti dal salice nei giardini del castello di Maskalia. 

Le piaceva James, l’aveva realizzato subito. Ma era ancora troppo presto per lei. Sentiva di mettere Dal da parte, di sostituirlo e non voleva che fosse quella la premessa di una relazione con lui. Si sforzò di trattenere le lacrime mentre le accelerava il respiro. 

James si accorse del suo cambiamento repentino. La baciò sulla guancia e tornò alla sua tisana. 

«Non mi hai detto se la vuoi anche tu» affermò per cambiare argomento. 

Annuì mentre si rimetteva a sedere, stringendosi le gambe al petto. James le si sedette accanto e la baciò sulla fronte. «Scusami, Jackie, non dovevo forzarti.» 

«Non l’hai fatto. James… non sono ancora pronta.» 

Lui annuì, soffiò sulla tazza e per un po’ restò in silenzio. Poi bevve un sorso. «Immagino che sia ovvio che mi piaci, ma… posso aspettare. Cioè non sentirti in obbligo, posso anche farmene una ragione… non vorrei lo facessi, ma lo capirei, ecco.» 

Si appoggiò alla sua spalla. «Mi piaci anche tu, ma continuo a paragonarti a Dal.» 

Voleva una relazione con James, sognava di baciarlo quando lo vedeva e di lasciarsi cullare dalle sue braccia calde, ma il suo cuore ancora piangeva per Dal. La sua mente ancora pensava a lui. 

Dal avrebbe detestato saperla bloccata dai sentimenti che provava per lui, ma non riusciva a farne a meno. Era stato la sua vita, chi l’aveva cresciuta, chi le aveva mostrato cosa fosse l’amore e tutto quello che riusciva a pensare quando sognava di stare con James era che lo stava dimenticando. 

«Sembra una bella persona.» 

«Lo era…» 

«Sono onorato che mi paragoni a lui, allora.» James posò la tazza sul ripiano della cucina e accennò che andava in bagno. 

Si appoggiò al lavandino, aprì il rubinetto per sciacquarsi il volto, ma dopo pochi istanti le lacrime gli offuscarono la vista. Provò a trattenere i singhiozzi, ma quel rifiuto gli straziava il cuore. Non si era mai sentito così profondamente legato a nessun’altra persona prima d’ora; era devastante sapere che i loro sentimenti non potessero incontrarsi perché lei non era pronta ad andare avanti. 

Una parte di lui odiava Dal e, quando il suo pensiero gli sfiorava la mente, si sentiva in colpa e cercava disperatamente di distrarsi. Si sentiva come uno struzzo che nasconde la testa sotto la sabbia. Si sentiva impotente e stupido per desiderare qualcosa che non poteva avere. 

Jacqueline restò seduta a bere la tisana, soffiando ripetutamente sulla tazza per non sentire il pianto di lui. Le pareti di quella casa erano sottilissime. 

E poi capì di non poterlo ignorare. 

Si alzò, aprì la porta e lo abbracciò. James provò a calmarsi, ma gli sussurrò che non ce n’era bisogno. Non seppe quanto restarono stretti. Realizzò solo che amava stare fra le sue braccia, che erano calde, accoglienti. E poi di nuovo tornò il ricordo di Dal. 

James si allontanò sorridendo. «Scusa. Ci sono.»

«Proviamo a dormire?» gli chiese incamminandosi verso il letto. 

Si infilarono di nuovo sotto le coperte, commentarono che era bello stare al caldo. Erano distanti, ma quasi subito si cercarono per abbracciarsi. 

Era confortante per Jacqueline sentire il battito del cuore di lui, ma c’era ancora un’ombra di incertezza che le si aggrappava alla mente. 

«James?» sussurrò, rompendo il silenzio della notte. 

«Sì?» rispose lui, la sua voce sommessa nel sonno imminente. 

«Aspetterai davvero?» chiese Jacqueline, sentendo il nodo alla gola stringersi. 

Un momento di silenzio seguì la sua domanda, durante il quale Jacqueline trattenne il fiato, sperando non si fosse già addormentato. 

Poi, finalmente, James rispose, la sua voce un sussurro carico di emozione: «Non posso prometterti nulla… sono un casino emotivo anch’io, lo sai, ma… Voglio aspettarti, ero sincero prima. Sei la persona più… singolare che io abbia mai conosciuto.» 

Il cuore di Jacqueline si strinse di fronte alle sue parole, ma anche una piccola fiamma di speranza iniziò a bruciare nel suo petto. Si lasciò andare al sonno, stringendo James un po’ più forte. 

«Grazie.» 

«Buona notte, Jackie.» 


Quando si svegliò quella mattina, trovò Jacqueline che gli accarezzava il petto per richiamarlo. Realizzò di averla immobilizzata tra le sue braccia, così subito allentò la presa e lei si sistemò meglio sul cuscino. 

«Pensavo di andare al bar a prendere qualcosa. Hai preferenze?» 

«Scegli tu, mi fido.» 

Le accarezzò il fianco e per un attimo tentennò, come se, alzandosi, avesse potuto rompere quell’atmosfera tra loro. 

Era dolce, dolorosa, ma non vi avrebbe mai rinunciato. Trovava che fosse bellissima anche con i capelli spettinati e i vestiti troppo grandi per lei. 

Si riscosse e si alzò per prepararsi. Si scontrò però con il fatto che l’armadio fosse sotto al letto. 

«Provo a sollevarlo con te» affermò e lo fece immediatamente, senza darle il tempo di realizzare. 

Jacqueline si aggrappò al copriletto per non cadere contro il muro e rise quando lui riportò la rete nella sua posizione. 

Lo aspettò sotto le coperte e capì che sarebbe rimasta lì almeno tutta la mattina, visto che lui aveva avviato la lavatrice prima di uscire e aveva messo anche i suoi vestiti. 

Ringraziò che quella lavatrice fosse anche un’asciugatrice, altrimenti avrebbe dovuto chiedere a Cassidy di portarle qualcosa.

James si affrettò al bar, la mente piena dei ricordi della serata appena trascorsa con Jacqueline. Aveva già deciso cosa prendere mentre saliva in ascensore. Le brioche gli sembravano banali, e lui voleva portare qualcosa di più speciale, qualcosa che sapeva che lei avrebbe apprezzato. Le crostatine di mele del bar sotto casa sua avevano un profumo irresistibile, un odore che evocava boschi e giornate d’autunno. Sapeva che Jacqueline le avrebbe adorate. 

L’attesa per i cappuccini sembrava interminabile. James tamburellava nervosamente una mano sul bancone, osservando con attenzione ogni movimento del barista mentre preparava le bevande. 

«Allora, con chi hai passato la notte, James?» chiese il barista con un sorriso curioso. Aveva fatto amicizia con lui poco dopo essersi trasferito. Era diventato una presenza fissa nel locale, incapace di trovare il ritmo giusto per riuscire anche a cucinare a casa. 

Un sorriso affiorò sul volto di James. «Con Jacqueline, la ragazza di cui ti parlo sempre.» 

Il barista gli mise davanti i due bicchieri e lo guardò incuriosito. «È stata una notte bella?» 

James sentì il cuore battere forte nell’attesa di tornare da Jacqueline. «Non al cento per cento, ma… sì. Torno da lei. A dopo, grazie!» Salutò rapidamente il barista e si diresse verso l’appartamento, il cuore gonfio di emozione all’idea di trovarla ancora lì. Quasi corse per raggiungerla e si ritrovò a sorridere quando la vide ancora a letto. 

Appese la giacca distrattamente, desideroso solo di tornare sotto le coperte con lei.  

«Tutto bene?» chiese mentre le offriva una delle crostatine. Jacqueline ne fu entusiasta, e lui provò una gioia improvvisa nel vederla così felice. 

L’assaggiò e spalancò sorpresa gli occhi. 

«Ti piace?» chiese James sorridendo. 

«Penso sia la cosa più buona che ho mangiato da quando sono qui» rispose Jacqueline, il suo viso illuminato da un sorriso sincero. 

Finirono di mangiare sul letto, mentre parlavano. James sapeva che avrebbe dovuto studiare, ma la prospettiva non lo entusiasmava. Preferiva godersi quella dolcezza, quella sensazione di pace e felicità che sentiva accanto a Jacqueline. 

«Quando hai l’esame?» gli chiese Jacqueline mentre finiva di bere il cappuccino. 

«Dopodomani» rispose lui con una smorfia, voltandosi poi verso i libri. «Devo davvero studiare.» 

«Vai. Sto qui a meditare finché non si asciugano i miei vestiti.» 

Lui si voltò verso il bagno. «Dovrebbe finire la lavatrice tra poco, a proposito.» Si rassegnò poi a mettersi a studiare. 

Jacqueline iniziò a meditare sul letto, ma ben presto si rese conto di avere i muscoli irrigiditi. Su Kerevash si allenava ogni giorno, ma lì lo faceva raramente, perché non serviva che fosse perennemente nella migliore forma possibile. 

Solo per l’immobilità della meditazione, alcuni suoi muscoli iniziarono a protestare, così si alzò e iniziò a fare degli esercizi base. 

Intanto, James si immerse nei libri, aiutato dalla sua capacità di isolarsi in fretta. Si riscosse solo quando sentì la musichetta della lavatrice. Si voltò per osservare Jacqueline e restò sorpreso dai suoi movimenti ipnotici, che sembravano una danza. «Cos’è?» 

Lei non si fermò, continuò ad allenarsi. «Esercizi muscolari. Me li ha insegnati Sen.» 

Gli aveva accennato qualche volta ai suoi amici e lui si ritrovò a piegare il capo mentre la guardava. Era girata di spalle, non poteva saperlo, e lui poté osservare con calma il suo corpo. 

Si riscosse quando suonò la sveglia che aveva impostato la sera prima per ricordargli di studiare. Fece partire l’asciugatrice e tornò nell’altra stanza. Restò sullo stipite ad osservare Jacqueline e lei lo guardò incuriosita. 

«Non sono i vestiti giusti per queste cose.» 

«Mi vanno grandi, ma…» 

«Non per quello» la fermò lui sorridendo divertito. 

Si guardò confusa, ma non interruppe gli esercizi e capì a cosa si riferisse mentre si piegava in avanti. Realizzò che lo scollo della maglietta lasciava scoperto parecchio. Si drizzò di scatto, arrossendo prepotentemente e lui rise divertito. 

«Potevi dirmelo prima.» 

«Non contare su di me in questi casi.» 

«Dai…!» 

Lui si fermò di fronte a lei, inclinando il capo. «Tu mi diresti se i miei pantaloni lasciassero intendere altro?» 

Si era accorta appena era andato in bagno della sua eccitazione. Si ritrovò a distogliere lo sguardo e lui la superò ridendo. 

«Mi piace averti qui» accennò dopo che si fu seduto. «Potresti dormire qui più spesso.» 

«Penso sia una pessima idea» rispose Jacqueline.

«Concordo, ma mi piace avere i vestiti con il tuo profumo.» 

Si rimise le cuffie dopo quella frase, dichiarando concluso il discorso. Lei si ritrovò ad arrossire e a guardarsi i vestiti. Si sedette sul letto, chiedendosi cosa fare e finì con lo sdraiarsi. 

Scoprì di essersi assopita quando la svegliò James sdraiandosi accanto a lei. «L’asciugatrice ha finito. Vuoi pranzare con me?» 

«Non ti distraggo?» 

Lui guardò verso i libri, evidentemente in conflitto. 

«Ci vediamo quando finisci l’esame» gli propose sorridendo. 

James si alzò per recuperarle i vestiti e glieli passò sospirando. «Scusami.» 

«Non dormivo così bene da un sacco, di che ti scusi?» 

Lui accennò una risata. «Il mio letto è sempre a tua disposizione.» 

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