Sotto lo stesso cielo

Aveva sempre avuto una pazienza pessima. Dopo un mese senza ottenere alcuna risposta da Quibi, decise di andarlo a trovare a casa sua. 

Lo aspettò direttamente lì, senza farsi vedere al mercato, sedendosi su una delle piccole seggiole in legno. Quella casa non era fatta per i Gherdal come lei, ben più alti dei Quetz. Era scomodo stare lì e presto decise di usarne un’altra per appoggiare i piedi. 

Quibi esultò quando la vide, subito richiuse la porta dietro di sé e riprese il proprio aspetto. Le si avvicinò massaggiandosi le tozze mani con tre artigli e le chiese che cosa ci facesse lì. 

«Hai scoperto qualcosa?» 

Lui aggrottò la fronte. «Non ancora.» 

«Dovete muovervi, voi Quetz. Ho bisogno di risposte per liberare gli altri Protettori e siete gli unici che possano fornirmele.» 

Quibi allora spalancò gli occhi, poi storse il naso. «Mi dicevi sempre che sono lento.» 

«E non ho cambiato idea. Ti prego, Quibi.»


Era in spiaggia quella sera, immersa nella calma del mare d’inverno. Il cielo terso, la luna piena, tutto era avvolto in una tranquillità blu. Aveva sempre amato osservare l’immobilità del mare in quelle notti. 

Prese un respiro profondo e sentì dei passi avvicinarsi alle sue spalle. 

James aveva fatto tardi all’università per completare un progetto e lei, senza aspettarlo, era andata lì da sola. 

Lui posò lo zaino vicino a lei e l’abbracciò da dietro. «Com’è venire in pullman?» 

«Noioso. Fa un sacco di fermate» rispose lei. 

Lui rise. «Che ti aspettavi? Da quanto sei qui?» 

«Un’ora, credo.» 

James si appoggiò alla sua spalla. «Hai mangiato?» 

«Sì, ho preso un panino in un bar prima di venire. Sei riuscito a finire il progetto?» 

Annuì mentre si sistemava dietro di lei. «Vuoi stare qui così?» 

«Mi piace il mare in inverno.» 

Lui si alzò, la sollevò e le indicò l’acqua. «Anche a me. Vediamo com’è?» 

Jacqueline aggrottò la fronte. «Sarà gelata.» 

«Non è detto.» 

Riuscì a tirarla fino a riva, dove si tolse le scarpe e i calzini per immergere i piedi. «Mai fatto il bagno in inverno?» 

Annuì mordendosi il labbro. «Qualche volta.» 

Si voltò verso il mare e si tolse il cappotto. «Io vado, tu che fai?» 

«Riesci sempre a convincermi.» 

Lui si girò appena per sorriderle. «Ti annoieresti senza di me.» 

Jacqueline chiuse gli occhi mentre lui finiva di spogliarsi e li riaprì solo quando sentì il rumore dell’acqua. Si tolse i vestiti in fretta e lo raggiunse. L’acqua era fredda, come aveva immaginato. Lo mandò al diavolo per averla convinta, e James rise prima di avvicinarsi a lei e abbracciarla. 

Andava meglio con lui, sentiva il calore del suo corpo, ma quello era uno di quei contatti che riusciva a sostenere sempre meno ormai. E James lo sapeva. 

«Tutto bene?» le domandò con calma, mentre le si avvicinava ancora. 

«Perché devi fare così?» chiese lei senza riuscire a guardarlo. 

James le sollevò il volto. «Lo sai che amo sentire il tuo corpo.» 

Chiuse gli occhi mentre lo abbracciava e lui le accarezzò la schiena con dolcezza. 

«Jackie, non voglio più fermarmi.» 

Istintivamente lo strinse, perché sapeva che cosa significasse quella frase. 

«Non posso più essere tuo amico» continuò lui. 

«James…» 

«Ho resistito finché ho potuto, ma è evidente che non ne sono più in grado. Ti amo e non voglio più essere tuo amico.» 

«Mi dispiace…» 

Lui la baciò sulla fronte e si allontanò appena perché potessero guardarsi in volto. «Non mi ero mai innamorato così prima ed è straziante, perché non posso averti.» 

Sospirò mentre distoglieva lo sguardo. «Mi mancherai.» 

«Anche tu, Jackie. Ma ho ancora il cuore spaccato da Charlie e non ho le forze per gestire anche questo, scusami.»

Lo osservò tornare a riva prima di voltarsi verso la luna. Liu diceva sempre che l’acqua aveva il potere di far dire la verità e risolvere gli stalli.

Si ritrovò a piangere, perché senza James era ancora più persa di prima. 

Non era riuscita a legare con le Protettrici, i loro problemi legati a ragazzi e scuola le sembravano sempre distanti. I Vulcan non le stavano particolarmente simpatici. L’unico con cui avesse un rapporto era James. 

Quando si voltò, non vide più neanche il suo zaino sulla sabbia. 

Aprì un portale per Kerevash, trovandosi di fronte alle statue dei suoi amici. Le lacrime le offuscavano la vista mentre si avvicinava alla statua di Sen, implorando disperatamente il suo aiuto.  «Ho bisogno di te!» gridò, ma la pietra rimase fredda e immobile, senza alcun segno di risposta. Un senso di disperazione la pervase mentre fissava il palmo della mano con rabbia, chiedendosi cosa avrebbe dovuto fare con la goccia. Il pensiero di Dal la travolse, scatenando un’ondata di frustrazione.

Era furiosa con lui, forse per la prima volta in vita sua, non solo per non essere riuscita a compiere il compito che le aveva affidato, ma soprattutto perché non riusciva ad allontanare il suo ricordo. 

«Avevi giurato di proteggermi!» esclamò, guardando la statua di Sen con gli occhi velati dalle lacrime. 

I giuramenti di sangue erano rari nel loro mondo, pochi erano disposti a impegnarsi così profondamente e Sen lo aveva fatto dopo averla salvata per un soffio. Ricordò il giorno in cui l’aveva trovata nel bosco, mezza morta, dopo aver passato tutta la notte a cercarla. Sen l’aveva curata, cauterizzando le ferite e invocando il potere della terra per darle nuova forza. 

Era stata incauta quella volta, era andata incontro al pericolo da sola, desiderosa di testare la propria forza e sfidare una creatura magica che stava creando scompiglio a Maskalia. Non l’aveva detto neanche a Dal, perché sapeva che l’avrebbe ostacolata. 

Sen si era infuriato quando aveva aperto gli occhi, piangendo l’aveva supplicata di non fare più quelle pazzie e poi, dato che sapeva quanto fosse impulsiva, aveva fatto quel patto di sangue, in cui giurava di proteggerla e di dare la sua vita in cambio della sua se mai le fosse accaduto qualcosa. 

Jacqueline evocò i suoi poteri, perché voleva essere trovata, voleva sbloccare quella situazione. Se non aveva più neanche James sulla Terra, perché doveva tornarci?

Sentì qualcosa focalizzarsi sulla sua magia. Qualcosa di mostruoso, pericoloso. 

Ricostruì i giardini del castello così come li ricordava, riportò le pietre al loro posto, continuando a implorare Sen di aiutarla. Poi, all’improvviso, si sentì privata della sua magia. Annaspò, l’aria le venne a mancare, e crollò a terra, lottando per respirare. 

Alzò lo sguardo e vide un’ombra nera, enorme e minacciosa, con gli occhi completamente rossi. Sembrava una creatura uscita da un incubo, dai contorni frastagliati e spaventosi. 

Pianse, continuando ad invocare Sen nella sua mente. E infine, sentì il calore avvolgerla, una sensazione di protezione che la fece commuovere. Vide il fuoco stringere la creatura oscura, liberandola dal senso di oppressione. Sen comparve accanto a lei, con un’espressione leggermente irritata. 

«Che ti è saltato in mente?» 

Jacqueline si aggrappò a Sen, lasciando che le lacrime scorressero silenziosamente mentre lui la stringeva con fermezza. «Jackie, dobbiamo andare via da qui.» 

Dopo aver asciugato le lacrime con il dorso della mano, annuì e aprì un portale per la stanza dell’Erede della Terra. 

L’Erede chinò il capo di fronte a Sen, un sorriso di soddisfazione sulle labbra. «Sei riuscita a liberare uno di loro, come hai fatto?»

«Ha riattivato il nostro giuramento di sangue» spiegò Sen sbrigativo, mentre si guardava intorno. «Ho bisogno di recuperare le forze, sono distrutto.» 

Jacqueline aprì quindi un altro portale per la taverna di Cassidy e aiutò Sen a sdraiarsi sul divano. Cassidy apparve poco dopo, visibilmente ansiosa. Accennò che l’Erede aveva spiegato la situazione e fissò lo sguardo su Sen, incredula. 

«Devi modificare i tuoi vestiti. Dai nell’occhio così» suggerì Jacqueline con un tono preoccupato, mordendosi il labbro.  

Sen sembrava assorto nei suoi pensieri mentre si guardava intorno. 

«Cosa?» 

«Non c’è una casa abbandonata o qualcosa del genere qui?» 

«Non possiamo usare la magia. Le persone si accorgerebbero se un rudere diventasse abitato di punto in bianco» gli spiegò paziente Jacqueline.

«Ci serve una casa allora. A stento ci stiamo io e te, figurati quando risvegliamo anche Liu e Cecil.» 

«Domani ci pensiamo» accettò prima di abbracciarlo, accoccolandosi al suo petto. «Mi sei mancato.» 

Cassidy tornò a dormire e loro rimasero sul divano. Jacqueline si strinse a Sen, lasciando che le lacrime silenziose bagnassero la sua spalla. 

Avrebbe voluto scrivere a James per condividere la notizia che finalmente qualcosa si era sbloccato, che forse la sua vita avrebbe potuto migliorare. Ma si rese conto che non poteva più farlo. 

Sen le accarezzò la schiena e sbuffò. «L’idea che tu stia così per qualcun altro, mi fa imbestialire» confessò con sincerità. Jacqueline lo guardò sorpresa mentre lui scuoteva il capo. «Accettavo a stento che tu stessi male per Dal quando litigavate, figurati per uno che neanche conosco.» 

«Ti sembra il momento per spostare l’attenzione su di te?» 

Sen scrollò le spalle. «Ti ho distratta.»


Quando entrarono nel locale dove avrebbero suonato i Vulcan e vide James al tavolo, istintivamente strinse la mano di Sen. 

Lui si chinò verso di lei sussurrando: «Quindi è lui?» 

«Che dici?» 

«Che hai un problema con i ragazzi alti.» 

Prima di arrivare al locale, Jacqueline e Sen avevano cenato a casa. L’avevano trovata in fretta, dopo aver visto degli annunci di affitto, e avevano incantato la proprietaria dell’appartamento che più gli piaceva per farle credere che si fossero già incontrati, messi d’accordo e che avessero pagato caparra e prime due mensilità. Non si sentivano in colpa, era solo una situazione temporanea e speravano entrambi di stare lì il meno possibile. 

Le Protettrici erano già sedute al loro tavolo, accanto a quello di James. 

«Dove andiamo?» chiese sottovoce a Sen. 

«Non di fronte a lui» rispose lui piccato. «Non pensarci nemmeno.» 

Si sedettero quindi insieme alle altre. Mariah arrossì quando vide Sen, ma lui, come sempre, non le prestò attenzione.

«Quindi che suonano?» le chiese per l’ennesima volta. 

Jacqueline istintivamente cercò James, ma lui stava guardando il telefono. «Non so neanche come definirli.» 

«Uno schifo» commentò James senza staccare gli occhi dallo schermo. 

«E perché siamo qui?» le chiese allora Sen incredulo. 

Jacqueline scrollò le spalle. «Sono la prima cosa che ho visto quando sono venuta qui.» 

Sen sospirò pesantemente e si abbandonò allo schienale. 

«Dai, Sen, non offenderti! Puoi sopportare per un’ora!» 

Sentendo il suo nome, James staccò gli occhi dal telefono e si voltò verso di loro. Gli aveva parlato parecchie volte di Sen e, improvvisamente, Jacqueline realizzò che non l’aveva neanche salutata perché era geloso.

«È il Sen di cui mi parlavi sempre?» 

«In persona» commentò Sen scrutandolo velocemente. «Tu sei James, giusto?» 

«Ah, sono felice tu gli abbia parlato di me!» commentò James sorridendo. «Dopo andiamo al Dome a sentire musica vera?» 

Cassidy alzò gli occhi verso il soffitto, non molto entusiasta del locale: la musica assordante e la folla densa non erano proprio il suo genere. «Chi suona?» 

«I Ghost and tales, li conoscete?» rispose James con un sorriso entusiasta. 

Jacqueline gli sorrise. Le aveva fatto ascoltare le loro canzoni diverse volte, lo caricavano, gli davano energia quando si sentiva debole. 

«Loro ti piacerebbero» affermò rivolgendosi a Sen. 

«Ok, allora andiamo. Non abbiamo niente da fare.» 

Sen resistette alla musica dei Vulcan per dieci lunghi minuti, poi si alzò senza neanche inventare una scusa e uscì fuori per avere un po’ di pace. Non chiese neanche a Jacqueline di seguirlo; anzi, volle tenerla lì per farla soffrire come punizione per averlo trascinato a quella serata. 

Era appena riuscito ad accendere una sigaretta quando fu raggiunto da James.  

Lui gli allungò la mano. «Non ci siamo presentati.»

«Sì, pensavi fossi il ragazzo di Jackie» rispose Sen, divertito. «Sen, piacere.» 

James sbuffò. «Si vedeva così tanto?» 

Sen rise leggermente. «Lei ci ha messo un po’ a capirlo.» Si sedette sul muretto lì di fronte e lo scrutò con curiosità. «Grazie per esserti preso cura di lei.» 

«Parli come se fossi il padre.» 

Sen scoppiò a ridere, poi scrollò le spalle. «Abbiamo un rapporto particolare.» 

«Mi sembra che qualunque suo rapporto sia particolare.» 

«Sì, lei è così. Instaura solo relazioni profonde e lascia perdere qualunque cosa non le interessi davvero.» 

James si morse il labbro. «Quanto ti ha parlato di me?» 

«Mi ha detto tutto.» 

«E che ne pensi?»

Sen sospirò. «Jackie è ancora troppo legata al ricordo di Dal.» Aspirò una boccata. «Però si è davvero innamorata di te. In realtà, quello che sente ora sono sensi di colpa.» 

«Sospettavo» commentò James prima di scuotere il capo. «Non dovevo invitarvi al Dome.» 

«No, non dovevi» concordò Sen senza mezzi termini. «Ma ormai l’hai fatto e lei aspetta solo di essere solo voi di nuovo. Mi metterò sempre tra voi, ti avviso.» 

«Sì, fai bene.» 

Sen guardò dentro il locale per capire quanto volessero continuare a suonare e notò Jacqueline che li osservava. 

– Che c’è? – le chiese telepaticamente. 

– Di che parlate? – rispose lei. 

– Di nulla. 

Lei sbuffò, lo vide anche da lì. – Come ti sembra? 

«È la prima volta che è così interessata al mio parere su qualcuno» commentò Sen osservando James. 

Lui si morse il labbro, poi gli si sedette accanto. «Da quello che ho capito, è stata con Dal per parecchio. Ha avuto altri prima?»

«Sì, qualcuno.» Sogghignò divertito. «Gente di cui non le fregava niente, ma voleva farmi ingelosire.» 

James ci mise un po’ ad assimilare quell’informazione. Si voltò di scatto. «Cioè voi…?» 

– Non gli hai davvero mai detto che io e te siamo stati insieme? – chiese Sen a Jacqueline. 

– Di che diavolo state parlando? – sbottò lei incredula. 

– Sono offeso, Jackie. 

«Un paio d’anni, poi si è innamorata di Dal.» 

James rimuginò su qualcosa, poi tornò a guardarlo. «Dove dormi tu?» 

«Abbiamo preso un appartamento in affitto» rispose Sen. 

«Mi sento un po’ geloso.» 

«No, lascia stare. Non ho mai avuto la pazienza per gestire la sua emotività. Litigavamo di continuo» disse Sen, aspirando dalla sigaretta. «E, comunque, finché non le passano i sensi di colpa, per te ha ben poco senso pensare a lei. Ti sei allontanato per questo, no?» 

James annuì, con gli occhi fermi sulle pietre intorno ai suoi piedi, poi guardò verso Jacqueline. «Non è facile. Come sta lei?» 

Sen sospirò. «Ti pensa spesso.»

«Mi diceva che non potevi raggiungerla… come mai ora di punto in bianco ti sei addirittura trasferito qui?» 

Sen spense la sigaretta nel posacenere. «Perché stava male per te. Mi ha supplicato di aiutarla.» 

«Sei uno schietto» commentò James prima di aprirsi in un sorriso. «Mi stai simpatico.» 

«Anche tu.» Guardò verso Jacqueline. «Ma, finché lei non sarà pronta ad andare avanti, spero di vederti il meno possibile.» 

Tornarono ai loro posti e Jacqueline subito guardò in direzione di James, corrucciata. – Perché è lì da solo? 

– Jackie, il fatto che io sia qui non cambia nulla tra voi. 

Lei si appoggiò alla sua spalla sospirando e restò buona per il resto del concerto, ascoltando a stento. 

Si accorse che avevano finito solo quando Pauline si voltò verso James e commentò che era strano non averlo sentito cantare. James scrollò le spalle, affermò che gli aveva chiesto di non fare il loro teatrino perché non aveva voglia di esibirsi quella sera. 

Poi si alzò, chiese chi volesse andare al Dome con lui e neanche aspettò una risposta, uscì subito. 

«L’hai proprio ridotto male» commentò Mariah voltandosi verso Jacqueline. «Non l’ho mai visto così poco socievole.»

Jacqueline guardò Sen. «Che vi siete detti prima?» 

«Niente, Jackie, parlavamo di quanto facesse schifo ‘sta roba.» Poi si alzò. «Andiamo?» 

«Perché devi mentirmi?» 

«Cosa vuoi sentirti dire?» le chiese esasperato. «Che mi ha chiesto di te? Sì, l’ha fatto. Sei più tranquilla ora?» 

Lei si alzò con stizza e andò verso l’uscita. Aprì la porta piccata e commentò che lo detestava. 

Sen non le rispose neanche. Jacqueline con lui dava il peggio di sé. Sapeva di poterlo fare, sapeva che non l’avrebbe mai allontanata. 

«Tutto bene?» le chiese James sorpreso, vedendosela passare accanto come una furia. 

«No.» Poi si bloccò, smarrita e si voltò verso di lui. «Scusa. Ce l’ho con Sen.» 

«Ce l’hai sempre con me» replicò lui senza scomporsi. «Quant’è lontano il posto?» 

«Infatti, come ci andiamo?» chiese Leslie perplessa. 

James indicò verso il locale. «Ho detto agli altri che andiamo. Oltre a loro due, ho altri due posti in macchina. Loro hanno il furgone, possono portarvi anche tutte. Decidete voi se volete sciogliere il vostro inseparabile gruppo o se aspettare qui.» 

«Sei davvero tremendo» sbottò Leslie. «Io aspetto Quentin.» 

«E su questo non c’erano dubbi. Com’è che non vi siete messi insieme poi?» 

Leslie non rispose, si voltò verso il locale, con le braccia incrociate. Le altre annunciarono che sarebbero rimaste insieme.

«Non avevo dubbi» commentò James divertito, riprendendo la strada verso la macchina. 

Quando salirono, Sen prontamente si mise davanti, spingendo leggermente indietro Jacqueline. Lei sospirò quando entrò, appoggiò la testa contro il finestrino. 

«Mi tratti sempre come una bambina.» 

James le sorrise attraverso lo specchietto. «Mi fa strano non averti qui.» 

«Dovresti davvero pensare a quello che dici» commentò Sen. «Quanto ci vuole quindi?» 

«Una ventina di minuti» rispose mentre metteva in moto. 

Durante il tragitto verso il Dome, Jacqueline restò lì in silenzio ad osservare James. Le mancava. Ogni suo gesto le mancava, ma più di tutto la sua spontaneità. Aveva sempre amato essere sorpresa e con lui ogni cosa era una sorpresa continua. 

Ogni tanto, il riflesso delle luci della città si specchiava nei suoi occhi, mentre la musica della radio in sottofondo si mescolava al ronzio del motore. 

Sen osservava la strada con uno sguardo fisso, concentrato. Di tanto in tanto, scambiava qualche parola con James, ma la tensione nell’aria era palpabile. 

«Jackie, mi dispiace per prima» disse Sen improvvisamente. «Non volevo essere così brusco. È solo che… beh, non mi piace vederti così, lo sai.» 

Jacqueline reagì con una smorfia, poi si sporse in avanti per potergli toccare un braccio. «Non sei davvero pentito.»

«No, volevo solo farti riflettere.» 

Jacqueline sospirò, si abbandonò di nuovo contro il sedile. «Ci sei riuscito. Scusami, non penso mai.» 

Tornò a guardare James e subito notò la sua tensione da come stringeva il volante. Avrebbe voluto parlargli o spiegargli cosa fosse successo, ma capì che era meglio così. 

«Quanto manca?» gli chiese per cambiare argomento. 

Lui sobbalzò leggermente, sorpreso di essere stato interpellato. «Dieci minuti.» 

Quando arrivarono al locale, scoprirono che era parecchio affollato e Jacqueline istintivamente guardò Sen. Lui detestava la ressa. Resistette poco infatti, annunciò che aveva bisogno di bere e sparì diretto al bancone. 

James subito le prese una mano, usando la scusa che altrimenti si sarebbero persi di vista e l’avvicinò a sé. Era bello essere di nuovo sola con lui dopo quelle settimane in cui non si erano neanche scritti. 

Mentre ballavano insieme, Jacqueline si sentiva travolta da emozioni contrastanti. Da una parte, la presenza di James le dava un senso di familiarità e calore, come se fosse tornata a casa dopo un lungo viaggio. Dall’altra, la vicinanza di Sen, tornato con delle birre, con il suo atteggiamento infastidito, le faceva sentire la tensione nell’aria. Era come se fosse intrappolata in mezzo a due mondi, incerta su quale fosse il suo posto. 

Quando finì il concerto, fu Sen stesso a invitare James da loro. 

Entrambi lo guardarono confusi, ma lui si limitò ad alzare le spalle. «Tanto non volete ancora separarvi, no? Almeno stiamo in un posto tranquillo.» 

Non erano molto distanti da casa loro, preferirono andarci a piedi, usando come scusa il fatto che non fossero ancora molto pratici. Fu Jacqueline a guidarli, seguendo i suggerimenti delle piante sui balconi. Le sembrò strano camminare senza stringere la mano di James, avvertiva che mancava qualcosa, ma si sforzò di non pensarci e proseguire. 

Quando arrivarono, James si stupì delle dimensioni di quell’appartamento. Aveva un soggiorno immenso, con il soffitto alto. Lo studiò con meraviglia e scoprì così che era un appartamento su due piani, che il soffitto arrivava fino a quello superiore. 

«Ma quante stanze ha?» chiese incredulo. 

Jacqueline si ritrovò a riflettere su quanto avesse voluto mostrargli ogni angolo e ogni dettaglio di quel luogo che ora chiamava casa. Era come se desiderasse condividere con lui ogni aspetto della sua vita, ma allo stesso tempo il pensiero di Dal continuava a presentarsi. 

Sen andò verso l’angolo cottura per farsi una tisana calda. «Con la sala sei. Dovrebbero raggiungerci dei nostri amici a un certo punto.»

James fischiò ammirato. «Casa mia mi sembrerà ancora più un buco dopo.» 

«Puoi dormire qui, se vuoi» propose Sen. «Di spazio ne abbiamo.» 

Lui scrollò le spalle, rispose che ci avrebbe pensato, poi si avvicinò ad un angolo della sala. C’era una piccola libreria, con una poltrona e un tavolino basso, circondati da quattro alte piante che separavano quella zona dal resto della casa. 

Jacqueline si trovò a scrutare di nascosto l’espressione di James, cercando di cogliere qualche indizio sui suoi veri sentimenti. Era come se volesse leggere nei suoi occhi e capire cosa provasse realmente per lei. Ma, ogni volta che incontrava il suo sguardo, trovava solo un misto di affetto e tristezza, che la faceva sentire ancora più confusa e vulnerabile. 

«Scommetto che sei stata tu ad arredare qui.» 

Jacqueline gli sorrise. «Indovinato.» 

«Volete qualcosa di caldo anche voi? La camminata al gelo non è stata il massimo» chiese Sen. 

James annuì tornando verso di loro, poi i suoi occhi si fermarono su una porta sotto le scale. «La tua stanza?» chiese a Jacqueline. 

Lei sobbalzò e lo guardò incredula. «Come hai fatto?»

James fece per risponderle, ma Sen imprecò contro il bollitore, distraendoli, e borbottò che si era bruciato. 

«Tu non puoi bruciarti» insorse spontaneamente Jacqueline. 

Lui la fissò stralunando gli occhi, mentre James la guardò incerto. «In che senso?» 

«Niente, un discorso stupido di quando eravamo ragazzini» lo liquidò Sen, per poi versare l’acqua dentro le tazze e passargliele. 

James lasciò perdere, si dedicò alla sua tazza e a scaldarsi le mani. Avevano camminato per un quarto d’ora al gelo e tutto quello che riusciva a fare era pensare che sarebbe dovuto tornare indietro alla macchina. Prese il cellulare per capire se avesse fatto prima a piedi e scoprì che era esattamente uguale. 

Sbuffò contrariato. 

«Tutto bene?» gli chiese Jacqueline. 

«Sì, scusate. Stavo guardando che anche per arrivare a casa a piedi ci metto quindici minuti.» 

Sen gli indicò il piano superiore. «L’offerta è sempre valida. Sennò posso prestarti un cappotto più pesante.»

Lui guardò Jacqueline. C’era tristezza nel suo sguardo, rassegnazione. Tornò su Sen. «Mi sa che accetto il cappotto. Te lo riporto domani.» 

«James…» iniziò Jacqueline. 

«Fa bene» la zittì lui. «Vado a prenderlo. Tu non dire scemenze.» 

Lei sgranò gli occhi, mentre James accennò una risata, sempre con quel filo di tristezza a caratterizzarla. 

Gli mise una mano sul braccio e lui le accarezzò la mano. «Come stai?» 

«Penso che questa domanda rientri nel suo concetto di “scemenze”.» 

Jacqueline lasciò cadere il braccio con un sospiro. «Scusami, è… complicato. Non riesco a non pensarti.» 

«Anche questa frase rientra» urlò Sen dal piano superiore. 

James rise, poi posò la tazza e la guardò. «Mi manchi. Mi manca parlare con te, stare con te, guardarti o anche solo sentirti. Però non voglio tornare indietro. Mi è difficile fare qualunque cosa senza pensarti, ma ero arrivato al punto in cui mi faceva male vederti. Preferisco così, è meno doloroso.» 

Lei annuì con un sospiro. Sen tornò con un cappotto pesante e restò impalato a fissare Jacqueline. 

«Cosa?» gli chiese sorpresa.

«Non rispondere.» Diede poi una pacca sulla spalla a James. «Mi sa che è meglio se vai.» 

Lui annuì. «Grazie per averci controllati. Buona notte…» Guardò lei. «Ciao, Jacqueline.» 

Si paralizzò mentre lui usciva. Non la chiamava così dal giorno in cui si erano incontrati e sapeva che cosa significasse: che non erano amici. 

Sen l’abbracciò delicatamente e le mormorò che c’era lui e lei si abbandonò al suo calore, piangendo. Era stato bello passare quella serata con James, ma fu anche devastante realizzare di dover di nuovo vivere il vuoto che aveva lasciato. 

Sen la portò al divano color crema e continuò a tenerla stretta sé. «Jackie… mi sembra evidente che ti piaccia parecchio.» 

Lei annuì, stremata. «Non so che fare.» 

«Come pensi di dirgli che sei di un altro mondo?» 

Si bloccò per un istante, poi si allontanò per guardarlo. 

«Tu lo sai che la vostra storia non potrebbe comunque continuare, no? Dobbiamo tornare su Kerevash a un certo punto» le disse con fermezza, determinato a farla riscuotere. 

Si strofinò gli occhi e sospirò. «Non mi aiuti.» 

«Perché ti metto di fronte alla realtà?»

«No, perché mi fai pensare che forse a breve non lo rivedrò mai più.» 

Sen scosse il capo. «Sei una Protettrice, non sei una ragazzina qualunque.» 

«Lo so.» 

«E allora comportati di conseguenza. Non dovrebbe neanche fregartene qualcosa di conoscere le persone di questo mondo. Sono qui da una settimana, in cui abbiamo solo parlato di te e dei tuoi problemi e non abbiamo neanche pensato a come risvegliare Liu o Cecil o come capire dove sia il frammento mancante.» 

Jacqueline si alzò di scatto, furiosa, fece per tornare in camera, ma si bloccò a metà strada, sgonfiata. Aveva ragione, lo sapeva. Da quando aveva rinunciato a James, non era più neanche riuscita a pensare alla missione. 

Chinò il capo, tolse la benda che copriva la goccia e restò ad osservarla. «Perché l’ha data a me?» 

«Perché sapeva che saresti riuscita a risvegliare me grazie al giuramento. Ora capiamo come risvegliare gli altri» le disse sforzandosi di mantenere la calma, quasi incredulo di essere davvero riuscito a sbloccarla dalla sua emotività. 

Jacqueline annuì, tornò sul divano accanto a lui. «Ho già provato ad usare i poteri della goccia…» 

«Non puoi. Solo Dal ne aveva il controllo.» 

Si morse il labbro. «Non è così.» 

Sen la scrutò incerto. «Che intendi?» 

«I suoi poteri erano collegati alla goccia. Lui era la goccia.» 

Sen si alzò per fare dei passi in circolo, che lo avevano sempre aiutato a riflettere meglio. «Quindi l’essenza di Kerevesh è Dal stesso… ha senso.» 

«E poi ci siamo noi.» 

«I Protettori» completò Sen. 

«Chissà perché non c’è una goccia anche in questo mondo?» 

Sen inclinò il capo, guardò verso la finestra. «Noi siamo molto più potenti delle Protettrici di qui.» 

«Ah, te ne sei accorto» commentò Jacqueline divertita. 

«Non sanno neanche comunicare con il loro elemento, ti prego. Su Kerevash non batterebbero neanche un Quetz.» 

Jacqueline rise prima di sdraiarsi sul divano. «Però sono sempre quattro e sempre degli stessi elementi.» 

«Qui la magia è più debole in generale» commentò Sen. «La avverto solo quando la usi tu, altrimenti è come se non ci fosse.» 

Tornò a guardarsi la mano. «Pensi che i nostri poteri siano collegati alla goccia?» 

Sen scosse il capo. «No, però…» Si avvicinò per prenderle la mano e studiarla. «Sento qualcosa da quando ce l’hai tu… è come se ci fosse del fuoco qui.» 

Lei sgranò gli occhi e si riprese la mano. «Anch’io sento la terra. Pensavo perché ce l’avevo nella mano, ma…» 

«Domani torniamo su Kerevash e chiediamo alle Protettrici di venire con noi.» 

«E che vuoi fare?» 

Sen la fissò spazientito. «Non capisci? Tu hai provato ad usarne i poteri, ma hai solo il dono della terra…» 

«Cioè vuoi canalizzare i nostri poteri e quelli di due Protettrici nella goccia?» 

Lui annuì sorridendo. «Ho un ottimo presentimento.» 

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