Tra due mondi
Era andata su Kerevash a meditare quella mattina e non avrebbe più voluto andarsene. Era pulita l’aria del suo mondo, non c’era assolutamente paragone con quella sporca e inquinata della Terra, ed era anche carica di un senso di attesa.
Da quando Liu aveva risvegliato l’acqua, anche gli altri elementi si erano riscossi. Sapevano che qualcosa sarebbe cambiato e cercavano il loro Protettore. Enorme era stata la gioia dell’aria quando era arrivata e Cecil si era ritrovata a piangere.
C’era Pauline accanto a lei, con una smorfia palesemente annoiata. L’aveva portata perché su Kerevash la magia era più potente e aveva sperato che riuscisse a comunicare con l’aria, ma così non era stato.
Con gli altri, avevano pensato di poter chiedere il loro aiuto durante la battaglia che avrebbero dovuto affrontare contro Sobek, ma ormai era evidente che quelle quattro ragazze potevano fare ben poco.
Avevano osservato una loro missione la settimana precedente e, sconcertati, le avevano viste faticare a sconfiggere un Avesaether, un uccello magico in grado di scatenare tempeste, una creatura considerata innocua su Kerevash.
Cecil aprì i grandi occhi grigi e si voltò verso Pauline. «Non hai sentito nulla, vero?»
Pauline scosse il capo. «Tu come hai fatto la prima volta?»
«Dal mi ha insegnato ad ascoltare e ad avere pazienza. Una dote che tu non hai, temo.»
La ragazza arrossì vistosamente, sgranando gli occhi. Poi incrociò le braccia, indispettita. «I nostri mondi sono molto diversi, magari anche la nostra magia…»
«Temo di no, mia cara. Anzi, abbiamo notato che la magia del vostro mondo sembra venire dal nostro.»
Lei arcuò un sopracciglio. «In che senso?»
«I nostri mondi sono connessi, per questo possiamo andare da uno all’altro, e la magia del vostro è solo quella del nostro mondo che fluisce attraverso dei varchi. La magia, in teoria, non dovrebbe neanche esistere sulla Terra, per questo voi non avete una goccia.»
Pauline restò in silenzio per qualche istante, assimilando quel discorso e sforzandosi di ricordare ogni parola per riferirla poi alle amiche.
Cecil, nel frattempo, notò che Quibi le stava venendo incontro. Aveva contattato Jacqueline la sera precedente affermando che, finalmente, erano riusciti a risalire a quello che era successo a Dal.
Aveva deciso di incontrarlo Cecil, l’unica che avesse la pazienza per sostenere una conversazione con un Quetz.
Quibi le raggiunse dopo qualche minuto, trafelato per la salita della collina. Si inginocchiò davanti a Cecil, visibilmente contento. «Protettrice! Siamo felici di sapere che tutti voi vi siate risvegliati.»
Cecil gli sorrise. «Ringraziamo i Quetz per il loro prezioso aiuto. Cos’avete scoperto?»
Quibi si tirò su, batté le mani soddisfatto. «Il corpo di sua altezza è scomparso poco dopo essere stato trafitto.»
Cecil chiuse gli occhi, trattenendo un’imprecazione. Il fatto che Dal fosse svanito complicava ancora di più la loro ricerca. «Qualcuno ha visto qualcosa?»
«Un Quetz!» annunciò contento Quibi. «Dice che Sobek si è infuriato quand’è successo.»
Lei inclinò il capo. «Quindi Dal è scappato…» mormorò.
Quibi annuì. «Lo urlò anche Sobek. Chiamò sua altezza un…» si guardò intorno, timoroso, si piegò su se stesso, «codardo.»
«Ma era morto?» insistette Cecil.
«Sì, non c’è alcun dubbio. Le sue strisce erano diventate completamente grigie.»
Cecil si alzò in piedi, alzando il capo verso il cielo, mentre il vento le soffiava gentile intorno. «Quindi Dal ha impedito a Sobek di avere il suo corpo. Deve avere a che fare con la goccia… Avete visto altro?»
Quibi annuì. «Sua altezza ha mostrato una pietra a Sobek prima di morire e l’ha messa nella ferita.»
«Dal ha la goccia», sancì Cecil sorridendo. «Il Quetz è riuscito a percepire dov’è andato il suo spirito?»
Quibi tirò fuori dalla tunica un pezzo di pergamena. «Qui c’è il ricordo della traccia.»
I Quetz erano dei sensitivi particolarmente potenti, in grado di incatenare alla carta qualunque loro sensazione. Cecil prese quindi il foglio tra le mani e percepì qualcosa di flebile. Era una percezione talmente fuggevole che faticava persino a sentirla. Decise di portare quella pergamena a Liu, sperando che i suoi poteri di Hydran potessero essere più utili in quel caso.
«Grazie, Quibi. I Protettori vi sono grati.»
Lasciò ricadere la mano che stringeva la pergamena e si ritrovò a sobbalzare, perché subito avvertì che la traccia era diventata più vivida.
Mentre Quibi se ne andava, fissò il foglio e si accorse che era entrato in risonanza con Pauline.
«Dal è sulla Terra», mormorò Cecil incredula, per poi spalancare gli occhi. «Ma certo… come abbiamo fatto a non pensarci?»
Dopo quell’annuncio, tutti Protettori restarono in silenzio. Nessuno mosse un muscolo, persino Liu rimase immobile.
La prima a riscuotersi fu Mariah. «E come lo troviamo?»
«Chiediamo alla vostra Erede,» affermò Sen incerto, «penso che sia l’unica cosa che possiamo fare.»
«No, ragazzi, dobbiamo trovare il suo spirito», replicò Liu. «Non ha senso sapere dov’è andato secoli fa.»
Si alzò dopo quella frase e si sedette nell’angolo sommerso dalle piante nel loro appartamento che aveva creato Jacqueline. Sfiorò le foglie di una, mentre si concentrava, e poi i segni sul suo corpo brillarono per un istante.
«Cosa fa?» bisbigliò Cassidy sottovoce.
«Sta cercando Dal», affermò Sen prima di sospirare. «In questo è quello più bravo di tutti noi. Possiamo solo aspettare.»
Jacqueline lanciò un’occhiata al telefono per controllare l’ora, poi scattò in piedi, allarmata. «Vado nel bosco, ci provo anch’io…» Non ebbe neanche terminato la frase che risuonò lo squillo del citofono.
«Dimmi che non è James e tu ti sei appena inventata una balla per andartene», mormorò Sen scrutandola incerto.
Jacqueline arricciò il naso, poi sospirò. «Sì, è lui. Ci eravamo messi d’accordo ieri sera, non pensavo…»
«Jackie, trovare Dal ha la priorità», affermò Cecil perentoria. «Trova il modo di scaricarlo o vai nel bosco con lui, non m’importa, ma non dimenticare chi sei davvero.»
Jacqueline annuì, il morale sotto i piedi. Uscì sentendo gli occhi di tutti puntati sulla sua schiena.
James l’accolse sorridendo e le porse un frappé. Ogni volta che si vedevano, gliene portava uno diverso. Aveva stabilito che avrebbe fatto così per sette volte e che sarebbe poi toccato a lei indovinare quale fosse il suo gusto preferito. Erano al quinto giorno.
Lo baciò in fretta, timorosa che gli altri potessero spiarli dalla finestra e subito disse: «Andiamo nel bosco?».
James chinò il capo verso il costume. «Ma avevi detto…»
«Ho cambiato idea», lo fermò sforzandosi di sorridere, dirigendosi poi verso la sua macchina.
«Tutto bene?» chiese James perplesso mentre la seguiva e beveva il frappé.
Jacqueline annuì vigorosamente, sperando di ingannarlo. Non ci riuscì, lo capì dall’occhiata che lui le lanciò, ma James l’accontentò comunque, guidò fino al bosco mentre sorseggiava il frullato alla fragola e parlava di argomenti leggeri.
Solo quando furono arrivati, realizzò che quel luogo era carico di ricordi per lui. Chiuse gli occhi e imprecò sottovoce.
«Cosa?» le chiese lui incerto.
Lo guardò corrucciata. «Sono stupida. Ti ho fatto venire qui senza pensare a…»
«Tranquilla, va bene lo stesso», la fermò lui prima di scendere dalla macchina. «Ci sono tornato altre volte, va meglio rispetto a quest’inverno.»
Jacqueline si decise a scendere e guardò il sentiero davanti a sé. Le serviva un punto lontano dalla civiltà per entrare davvero in comunione con il suo elemento, aveva bisogno di trovare il luogo dove la terra fosse più potente.
Gli disse che avrebbero fatto una strada diversa dal sentiero e James accettò con una scrollata di spalle, seguendola subito.
La strada che scelse Jacqueline era visibile solo a lei. Camminava tra gli alberi, mentre il fruscio delle foglie danzava nell’aria fresca del bosco, creando una sinfonia naturale che li avvolse. Il profumo della terra e dei muschi riempiva i loro sensi, trasportandoli in un altro mondo, lontano dalle preoccupazioni della vita quotidiana.
Jacqueline avanzava con passo deciso, guidata dall’istinto e dalla determinazione nel trovare il luogo più potente per la sua comunione con la terra. Mentre si addentrava sempre più nel fitto del bosco, sentiva il peso delle responsabilità sulle spalle. Liu era il più vicino agli elementi per via dei suoi poteri Hydran, ma lei era la più vicina a Dal. Solo loro due potevano trovarlo.
James la seguiva da vicino, osservando ammaliato ogni suo movimento. Era delicata mentre camminava, ma trasmetteva anche energia, decisione. Ogni tanto lei si voltava a cercarlo e bastavano quei pochi attimi perché un senso di calore gli scaldasse il petto.
Il sole filtrava attraverso le fronde degli alberi, creando giochi di luce e ombra sul terreno coperto di foglie secche. Il caldo avvolgeva tutto con il suo abbraccio, mentre una leggera brezza portava un senso di freschezza e vitalità. Il profumo intenso della resina degli alberi e dei fiori selvatici riempiva l’aria, creando un’atmosfera avvolgente e incantata.
Mentre avanzavano lungo il sentiero, il canto degli uccelli riempiva l’aria con una sinfonia melodiosa, farfalle dai colori vivaci danzavano tra i fiori lungo il bordo del sentiero. Il suono dei ruscelli che scorrevano dolcemente aggiungeva una nota di freschezza e serenità all’ambiente.
Si fermarono quando giunsero ad uno spiazzo. Non c’era alcun suono intorno a loro, era così silenzioso che quasi gli sembrava di disturbare anche solo camminando.
Jacqueline si sedette nel mezzo e prese un respiro profondo. Accennò a James che meditava e lui capì di non doverla interrompere. Si appoggiò ad un albero lì vicino.
Guardando Jacqueline, non poté fare a meno di sentirsi rapito dalla sua presenza. Era come se il bosco stesso si fosse fermato per ammirarla, concedendole la sua benedizione silenziosa.
Riflettendo sul loro legame e sulla bellezza del momento, James si sentì pervaso da un senso di gratitudine. Era grato per ogni istante trascorso con lei, per ogni momento di serenità e di magia che condividevano insieme.
Liu aprì di scatto gli occhi. «Sento Jackie.»
Sen e Cecil si ritrovarono a sospirare di sollievo. Jacqueline era emotiva, si lasciava spesso trascinare dalle situazioni e l’avevano vista abbastanza volte con James per sapere che con lui quella sua caratteristica si accentuava ulteriormente. Quando era uscita, entrambi avevano creduto che si sarebbe dimenticata di cercare Dal non appena avesse visto James.
Liu accarezzò distrattamente una foglia e risvegliò l’acqua dentro di essa, perché si muovesse e comunicasse a Jacqueline che la stava sentendo.
La cercò, la trovò nel bosco e amplificò i suoi poteri. Chiuse gli occhi per concentrarsi, ma c’era qualcosa che non andava. Non erano abbastanza potenti, non riusciva a percepire ogni elemento di quel mondo. Si sforzò, diede fondo ad ogni suo potere Hydran, ma ancora non era abbastanza. Sentiva Jacqueline comunicare con ogni stelo d’erba, ma anche così non era sufficiente.
Aprì le mani davanti a sé, quando realizzò quale fosse il problema. «Prendetemi la mano.»
Cecil eseguì subito, rapida. Lo sfiorò appena e Liu prese i suoi poteri. Gli Hydran erano temuti perché in grado di risucchiare qualunque tipo di magia. La ragazza crollò svenuta accanto a lui.
Liu sentì l’impetuosità del vento travolgerlo, prese un respiro e riuscì a domarlo. Aprì poi gli occhi, incerto, quando realizzò che Sen non si era neanche alzato dal divano. «Non ti fidi?» gli chiese confuso.
Sen sospirò, titubante. «Non mi piace come sensazione…»
«Proverò a rendertela piacevole», mormorò prima di sorridere e fargli cenno di avvicinarsi a lui.
Sen si vide costretto ad andargli accanto, riluttante. Liu lo afferrò per la maglietta e lo fece chinare per baciarlo. Fu più dolce con lui, non fu rapido come con Cecil. Giocò con la sua lingua, gli morse le labbra e poi riaprì gli occhi, mentre gli accarezzava il volto, seguendo i suoi lineamenti delicati. Solo a quel punto prese la sua magia.
Sen cadde a terra e Liu alzò il capo, come in estasi, mentre sentiva il fuoco attraversarlo. Amava il calore di Sen.
Tornò allora da Jacqueline, ancora seduta nel bosco, ancora in cerca di Dal senza sapere davvero come fare.
Proiettò in lei i loro poteri e Jacqueline si ritrovò improvvisamente in apnea. Deglutì mentre gli elementi danzavano in lei, si rincorrevano, giocavano e fluivano fino alla goccia. Quando la toccarono, fu come se potesse vedere tutto in un unico istante. Si sentiva come se fosse immersa in un vortice di potere, le cui onde la attraversavano e la permeavano in ogni fibra del suo essere.
Sentì la voce di Liu ricordarle che doveva trovare Dal e istantaneamente gli elementi presero a cercarlo. Sentiva l’aria gridare il suo nome, le foglie osservare guardinghe, le fiamme esultare festanti e le gocce di pioggia cantare.
Lo trovarono, lo sentirono, lo percepirono. Ogni elemento si concentrò di nuovo, fu come un uragano.
Lei e Liu li seguirono, si lasciarono trascinare da quel vortice incontenibile di magia e finalmente lo trovarono.
Entrambi spalancarono all’unisono gli occhi e ripresero fiato.
«Cos’è successo?» chiese Sen spaventato, quando rinvenne e trovò Liu immobile sulla sedia, con gli occhi ancora sbarrati.
«L’abbiamo trovato.»
Jacqueline aprì la porta dell’appartamento con riluttanza. Da quel momento, ogni cosa sarebbe stata diversa.
«Ehi, ragazzi!» li salutò Liu dalla sala, sbracciandosi perché lo vedessero nonostante il divano tra loro.
Jacqueline si voltò verso James sorridendo in modo tirato. «Andiamo da lui?» gli propose a fatica.
James inclinò il capo. Aveva visto chiaramente il momento in cui il suo stato d’animo era improvvisamente mutato e, di colpo, tra loro si era come creato un muro.
Jacqueline non gli aveva detto che cosa fosse successo, gli aveva solo chiesto di tornare a casa, dando la colpa al caldo estivo e lui non aveva potuto fare altro che accontentarla.
Raggiunsero Liu, che sorrideva in modo rassicurante, e notarono che c’erano anche Cecil e Sen sul divano.
«James, puoi sederti qui? Voglio provare una cosa», affermò Liu con il suo solito tono di voce leggero.
Però c’era qualcosa che non andava. Gli altri non staccavano gli occhi da lui. C’era ansia nei loro sguardi, quasi paura. Cercò Jacqueline. «Che succede?»
«Siediti, per favore», affermò Liu in modo categorico. James lo scrutò incerto e Liu allungò appena le braccia per richiamarlo a terra con lui. «Te lo spiego io.»
James, per un attimo, pensò di andarsene, spazientito da quell’aura di mistero e, soprattutto, dal silenzio di Jacqueline. Alla fine però si sedette, incrociò le gambe e chiese a Liu che cosa dovesse fare.
«Dammi le mani», rispose Liu aprendo le sue.
James eseguì, sempre più confuso. E poi, per un istante, ebbe la sensazione di morire. Si ritrovò senza fiato, con un terribile bisogno di respirare, ma incapace di fare qualunque cosa. Non riusciva a muoversi, provò ad allontanarsi da Liu, ma lui gli afferrò i polsi e li strinse saldamente.
«Non combattermi,» gli sentì dire, «non ti farò nulla.»
Nella sua mente apparvero delle immagini. Erano panorami che non aveva mai visto, creature che sembravano uscite dalle favole per bambini, voci che non aveva mai sentito. Era come se stesse guardando un film, però, ad ogni scena, qualcosa dentro di lui si sbloccava. Sentiva qualcosa risvegliarsi dentro di lui. Tutto si fermò quando vide Jacqueline.
Gli occhi verdi di James risplendettero. Smise di lottare, di muoversi, di affannarsi.
Liu allontanò le mani e restò in attesa, così come gli altri.
Mosse il capo per guardarsi intorno.
«Come stai?» chiese Liu a bassa voce.
Lo guardò e socchiuse gli occhi. «Dove sono?»
Liu gli mise le mani intorno alle tempie per dargli tutti i ricordi di quello che era accaduto. Poi si allontanò.
Lui restò ancora in silenzio. Si alzò, si voltò verso Jacqueline. «La goccia.»
Lei sobbalzò, confusa e anche un po’ offesa che quello fosse il suo primo pensiero. Tolse la benda che le copriva la mano e si alzò per essere più vicina a lui.
Lui sfiorò appena la goccia e quella si staccò. La sollevò, la osservò, mentre infilava l’altra mano in tasca e prendeva le chiavi. Tenne stretto il portachiavi, una sfera trasparente con al centro una scheggia, e lo porse a Liu. «Rompilo.»
Liu eseguì subito e gli diede la scheggia.
Avvicinò i due frammenti e la goccia splendette mentre si sanava e ritornava unica. La tenne in mano e restò in silenzio a guardarla.
«Dal…?» accennò debolmente Cecil.
La guardò, annuì e fissò i Protettori. «Ho bisogno di uno specchio.»
Sen gli indicò l’ingresso e Dal vi andò a passo deciso. Si fissò, si studiò. «Di chi è questo corpo?»
«Si chiama James…» sussurrò Jacqueline debolmente. «Dal, cosa…?»
«Ne so quanto voi. Voglio vedere l’Erede di questo mondo.»
Sen si affrettò ad aprire un portale per la stanza dell’Erede. Tutti loro riconobbero la rabbia nelle parole di Dal. Era un sentimento raro per lui, a cui nessuno di loro era abituato. Poche volte l’avevano visto così, ma c’era una cosa che avevano imparato in fretta: che Dal si infuriava solo quando era davvero al limite.
Dal attraversò il portale senza esitazione e andò verso la struttura al centro della stanza senza neanche aspettarli, a passo deciso, pesante. Non c’era nulla della sua grazia in quella camminata.
L’Erede si inginocchiò quando lo vide, si prostrò a terra e con voce sognante disse: «Altezza, siete tor…!»
«Perché il mio spirito è legato ad un umano?» gridò Dal raggiungendola. Si fermò di fronte a lei, sovrastandola. I suoi occhi verdi accesi dall’ira.
«Altezza, cosa…?»
Dal scosse il capo, si voltò verso i Protettori. «Tornate indietro. Aspettatemi lì.»
Jacqueline sgranò gli occhi. «Che succede?»
«Tornate indietro.»
Si guardarono confusi, ma furono costretti ad accettare. Tornarono nel loro appartamento e si sedettero sul divano.
Resistettero poco. Liu fu il primo ad alzarsi, iniziò a camminare su e giù per l’appartamento e dopo poco Sen lo affiancò. Cecil andò a farsi una tisana. L’unica che restò lì fu Jacqueline.
Aveva le gambe strette al petto e un tremendo senso di vuoto nel cuore. Quando aveva realizzato che Dal fosse in James, era stata inghiottita da un groviglio di emozioni che anche in quel momento la stava assorbendo.
Respirava a fatica, incerta, provando a capire che cosa sarebbe potuto accadere a quel punto.
Sen le andò di fronte quando tutti loro si accorsero di lei, rinchiusa nei suoi pensieri. Le accarezzò le braccia e Jacqueline alzò gli occhi su di lui, di colpo colmi di lacrime. «Che ne sarà di James?»
«Non lo so, Jackie,» ammise sinceramente Sen prima di voltarsi verso il portale, «non so neanche che ne sarà di Dal. Immagino che ci spiegherà tutto a breve.»
Cecil diede ad ognuno di loro una tisana per calmarsi, ma non ottenne alcun effetto. Aspettarono mezz’ora prima di vedere Dal emergere dal portale.
Capirono dai suoi occhi che era ancora arrabbiato, ma riconobbero anche la stanchezza in ogni suo gesto.
«Devi riposare…» accennò Cecil mentre si alzava.
Dal la fermò sollevando la mano. Guardò Jacqueline. «Vi spiegherò tutto un’altra volta. Ora farò tornare James. Ha visto tutto, sa tutto, ma è terrorizzato. Fatelo andare via, non fermatelo.»
«Sei sicuro sia la cosa giusta?» gli chiese incerto Sen.
Dal annuì stancamente mentre prendeva la goccia e la lasciava sul divano vicino a loro. I suoi occhi smisero di brillare e la stanchezza fu sostituita da un’espressione di puro terrore.
James li guardò, scattò indietro e subito cercò la porta. Poi fissò Jacqueline. «Cosa sei?»
Quel tono la ferì come una pugnalata. Era freddo, distaccato, ma, soprattutto, spaventato. «Sono una Protettrice di Kerevash…» mormorò debolmente.
James scoppiò a ridere, li guardò tutti. Vedevano l’incredulità nei suoi occhi. Fece per andarsene, era quasi alla porta quando si voltò di nuovo verso di lei. «Lo sapevi?»
Jacqueline lo guardò sorpresa. «No, non…»
«Come posso crederti quando mi hai mentito finora? Non so niente di te… dio, sono così stupido! Pensavo di conoscerti e invece non so assolutamente nulla.»
Jacqueline si ritrovò bloccata dalle sue parole, voleva solo piangere.
«James, se l’avessimo saputo, avremmo risvegliato Dal immediatamente», affermò Sen in modo deciso.
Lui sembrò convincersi, il dubbio che per lei fosse stato solo un mezzo per riavere Dal si placò. Annuì ed uscì senza dire altro.
Camminò senza una meta precisa, il suo cuore batteva furiosamente nel petto. Ogni passo sembrava portarlo più lontano da quella realtà confusa. Non sapeva cosa fare, dove andare. L’unica cosa che sapeva era che doveva allontanarsi, mettere distanza tra sé e quel mondo che fino a poco prima gli era sembrato normale.
Si ritrovò nel parco, lo stesso dove lui e Jacqueline avevano trascorso molti pomeriggi insieme. Ogni angolo di quel posto era pieno di ricordi che adesso gli sembravano estranei, distanti. Si sedette su una panchina, il respiro pesante, cercando di dare un senso a tutto.
Sentiva un senso di oppressione al petto. Qualcosa dentro di lui, di estraneo, si muoveva. Gli faceva male la testa. Si fermò, mentre provava a capire tutto quello a cui aveva assistito attraverso gli occhi di Dal, quando non era stato lui ad avere il controllo del proprio corpo.
Si prese la testa tra le mani, chiuse gli occhi. Rivide il volto di Jacqueline, il suo sguardo pieno di dolore e sincerità. Cosa sarebbe successo da quel momento? Come potevano tornare ad avere una relazione?
Mentre quei pensieri si agitavano nella sua mente, sentì una presenza accanto a lui. Alzò lo sguardo, confuso, ma non c’era nessuno. Sentì però il rumore dell’acqua della fontana diventare sempre più forte, tanto da coprire persino quelli della strada lì intorno. Si avvicinò incerto, arrivando a specchiarsi.
Solo che il riflesso non era il suo. C’era un uomo con dei luminosi occhi verdi e capelli bianchi, con delle strisce blu sul collo.
Capì immediatamente che fosse Dal.
«Ti aiuterò io a comprendere tutto», disse Dal con voce calma e rassicurante. «Mi dispiace che tu sia finito in questa storia.»
James si sentì pazzo. Si guardò intorno, una risata isterica già pronta sulle labbra. Notò che non c’era nessuno vicino a lui. «Perché io?»
Dal scosse il capo. «Perché sei stato sfortunato.»
James sorrise per quella sincerità. Sentì di potersi fidare di lui. Aveva assistito alla sua litigata con l’Erede, aveva compreso ben poco, ma aveva subito capito che era per difendere lui che avevano discusso.
«E ora che succede?»
«Decidiamolo insieme.»

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