Il sacrificio

Sen si ritrovò a sgranare gli occhi quando si trovò James alla porta. Era da una settimana che era completamente sparito, non l’avevano neanche trovato nel suo appartamento o in università. 

James entrò dopo un breve cenno del capo e andò verso il divano, verso Jacqueline. La baciò, come se nulla fosse, e si guardò intorno. «Dal dice che domani riprenderete Kerevash.» 

Arrivò Cecil dalle scale, leggera. «Verrà con noi?» 

«Sì… dov’è la goccia? Devo tenerla io.» 

Jacqueline gliela porse e lui, dopo un pesante sospiro, la prese e se la infilò in tasca. «Ti va di fare un giro?» le chiese poi. 

Jacqueline annuì, sorpresa, e subito si alzò per seguirlo. Restò in silenzio, timorosa di dire qualunque cosa. 

«Fingiamo che io non sappia la verità?» propose James quando furono in macchina. «Vorrei trascorrere un pomeriggio normale con te e non voglio parlare di cosa accadrà da domani.» 

Jacqueline si sporse per abbracciarlo. «Dove vuoi andare?» 

«Pensavo in spiaggia e poi magari per cena ci prendiamo dei falafel.» 

Fu serena quella giornata con lui, leggera. Sembrava davvero di essere di nuovo ad una settimana prima, quando lui non aveva mai neanche sentito nominare Kerevash. 

Mentre camminavano lungo la spiaggia, con le onde che lambivano i loro piedi, Jacqueline si sentì per un attimo come se nulla fosse cambiato. Il sole stava tramontando, tingendo il cielo di sfumature rosse e arancioni, e il suono del mare era un balsamo per la sua mente turbata. James sembrava rilassato, sorridente, e lei si aggrappava a quei momenti, cercando di trattenere ogni dettaglio. 

Decisero di andare al loro chiosco dei falafel quando ormai il sole era sparito oltre l’orizzonte. James salutò calorosamente il proprietario e si sedette al suo tavolino preferito, quello da cui poteva guardare i passanti. 

Per tutta quella giornata fu come se esistessero solo loro due, come se il resto del mondo fosse solo una cornice. Sembrava di essere tornati alla prima volta in cui erano andati lì, quando si erano appena presentati. L’unica differenza era che quella volta James poteva baciarla liberamente. 

Decisero di andare da lui dopo mangiato. Passeggiarono però, perché lui non aveva voglia di guidare. Casa sua era a più di mezz’ora a piedi, ma quella sera c’era un leggero venticello fresco che aveva spazzato via qualunque nuvola e si riuscivano persino a distinguere delle stelle. 

James camminò con il naso all’insù, per ammirarle. Le indicò anche qualche costellazione e Jacqueline si strinse contro il suo braccio sorridendo, felice e grata di quegli attimi con lui. 


Quando tornarono all’appartamento dagli altri, trovarono anche le Protettrici della Terra. Erano tutti pronti con i loro abiti per le missioni, quelli che gli cucivano gli elementi addosso quando li risvegliavano. 

James chiuse gli occhi mentre infilava la mano in tasca. Quando li riaprì, erano più luminosi e lentamente il suo aspetto iniziò a mutare in quello di Dal. Restarono tutti sorpresi di vederlo cambiare persino modo di camminare. 

Dal inspirò profondamente, sentendo il potere scorrere nel suo corpo. Si avvicinò al gruppo con passo deciso, mentre i Protettori lo osservavano con ammirazione e gioia. Lui però sentiva la rabbia ribollire dentro di sé, una rabbia che non gli apparteneva del tutto, ma che poteva utilizzare come forza. 

Jacqueline lo fermò, afferrandogli il braccio. «Stai attento.» 

Dal le sorrise, posando una mano sulla sua guancia. «Tranquilla, Jackie.» 

Alzò la mano, che si accese di un bagliore viola, e un portale cominciò ad aprirsi, espandendosi fino a rivelare Maskalia dall’altra parte. 

«Io penserò a Sobek; voi alle sue creature.» 

Liu inclinò il capo, perplesso. «Ce la fai da solo?» 

Dal lo guardò. «Sono pieno di rabbia non mia. Sconfiggere quell’essere è l’unica cosa che posso fare per sfogarla.» 

Non si spiegò meglio, varcò il portale e tutti loro si affrettarono a seguirlo. 

Le strisce sul corpo di Dal si illuminarono di un blu splendente, mentre lui si alzava in volo. Il mondo intorno a loro cambiò, fu scosso da un tremito. L’erba secca divenne verde, nacquero dei fiori e dal bosco dietro di loro si levarono in volo decine di uccelli. 

C’erano anche degli Avesaether, che subito scatenarono una bufera. Si crearono dei mulinelli d’aria nella pianura sotto di loro. 

Cecil si alzò in volo e si dissolse, per poter meglio controllare il vento. Liu chiuse gli occhi e dalle nuvole iniziarono a cadere pesanti gocce di pioggia, che bagnarono tutto tranne i Protettori, così che non fossero ostacolati nei movimenti. 

Sen prese l’impugnatura delle spade che aveva legate alla cintura e nacquero delle lame di fuoco. 

Intanto, arrivarono le prime creature oscure. C’erano le stesse che avevano già incontrato, che correvano velocemente verso di loro, come se fossero state l’avanguardia. Si muovevano a scatti, come dei disegni sovrapposti velocemente. E poi, più lontano, ce n’erano delle altre con l’aspetto di piante carnivore che si muovevano strisciando sulle loro radici. 

Uno sbarramento di fiamme bloccò la loro avanzata, incenerendone alcune. Altre provarono ad aggirarle, ma una voragine si aprì ai loro piedi. 

Si salvarono le creature vicine alle piante, che usarono le loro radici come reti di sicurezza. Cadde un fulmine su una pianta, che la fece ardere viva e sulle altre si scatenò un acquazzone. 

«Ma noi che dovremmo fare?» chiese Mariah incerta, strabiliata dalla magia delle loro controparti. 

Leslie si limitò a scuotere il capo e a voltarsi verso Sen. 

«Quella era l’avanguardia», commentò Sen prima di indicare verso nord. «Lì c’è la seconda ondata.» 

Erano ben più numerose quelle creature e ce n’erano di tutti i tipi. Sembravano tutti i disegni di un bambino ossessionato dai mostri, terrorizzato da qualcosa. 

La pioggia improvvisamente si bloccò, Liu annaspò dietro di loro, mentre Cecil riapparve inginocchiata ai loro piedi. 

Fecero appena in tempo a vedere Sobek che appariva dal nulla che Dal gli fu subito addosso, con un grido che fece tremare l’aria. 

«Cosa ci sta nascondendo?» mormorò Jacqueline a bassa voce, preoccupata, perché mai l’aveva visto così arrabbiato. 

Ogni affondo di Dal era seguito da un grido liberatorio e da una scarica di magia che distruggeva l’oscurità di Sobek e risvegliava una creatura magica assopita.

Dal sentiva la rabbia crescere sempre di più, alimentata da un senso di tradimento e frustrazione. Ogni colpo che dava a Sobek era come liberarsi di un peso. Ma, ogni volta che vedeva i suoi occhi, qualcosa dentro di lui si spezzava un po’ di più. 

I Protettori ripresero a combattere, per tenere lontano da lui tutti quei disegni distorti, sbagliati, e per difendere quel mondo che finalmente si stava ribellando alla tirannia di Sobek. 

Dal trafisse Sobek con una delle sue due spade verdi e restò di fronte a lui, ansimando. La rabbia iniziò a svanire. 

Allora lo guardò, lo scrutò tentando di capire chi fosse. Si concentrò sui suoi occhi, perché era da quelli che riusciva a ricostruire le storie di tutti e lentamente riaffiorò un ricordo, di millenni prima, quando Kerevash era ancora giovane, quando non aveva ancora creato i Gherdal per contrastare la supremazia degli Hydran. 

«Perché mi hai costretto a questo?» gridò Dal, sentendo la voce tremare dall’emozione. 

Rivide un bambino spaventato, terrorizzato dai suoi poteri che non riusciva a controllare, che aveva appena ucciso un intero villaggio. 

Si allontanò di qualche passo, mentre osservava Sobek cadere, mentre quel nome ritornava alla sua memoria riportando con sé i ricordi di quando aveva deciso di creare i Protettori. 

Sobek era stato il primo. 

Dal guardò le creature oscure e realizzò che erano fatte d’acqua, come acquarelli che avevano preso vita. La pittura, quando Sobek toccò terra, si sciolse. La magia che teneva insieme quelle creature si sgretolò e sulla terra rimasero delle pozze nere. 

La pioggia smise di colpo. 

Rivide i suoi tentativi di addestrare Sobek, tutte le giornate passate a insegnargli a gestire le proprie paure. 

Sobek lo guardò con un sorriso. «Si ricorda ora, altezza?» 

Dal gli si inginocchiò di fronte, mentre osservava ciò che era diventato. «Come puoi essere vivo?» 

Sentì i Protettori fermarsi dietro di lui, in silenzio, confusi. 

Sobek si passò una mano sulla ferita. Il suo sangue era quasi nero, molto più scuro di quello di qualunque altro Hydran. 

«Mi ha tenuto in vita la vendetta.» 

Dal chiuse gli occhi, mentre il senso di fallimento lo investiva. 

Sobek non aveva mai smesso di avere paura dei propri poteri. Aveva cercato dei modi per domarli, per non rischiare di nuovo di uccidere interi villaggi, e si era imbattuto nella magia oscura degli Tzagar, adoratori di Pen. 

Pen era il fratello di Dal. Erano gemelli, i signori di Kerevash: Dal controllava la vita; Pen la morte. Non si erano mai scontrati, mai avevano invaso l’altro: si rispettavano, si volevano bene, erano felici dell’equilibrio che avevano trovato. 

Ma gli Tzagar non conoscevano la volontà di Pen. Lo veneravano e credevano che volesse prendere il posto di Dal. Il loro culto si era diffuso, avevano studiato la magia di Pen, che era giusta per il mondo della morte, ma distruttiva per quello della vita. 

Sobek era stato inghiottito dagli incantesimi oscuri e lui se n’era accorto troppo tardi. Aveva perso il suo primo Protettore: non comunicava più con l’acqua, la corrompeva, la faceva morire. L’unica cosa che aveva potuto fare era stata esiliarlo nel mondo di Pen. 

Quello era stato il suo unico fallimento. Non aveva mai saputo cosa fosse, non era stato in grado di gestirlo e aveva deciso di cancellare ogni ricordo di Sobek. 

Lo cinse fra le sue braccia. «Perdonami.» 

«Grazie, altezza.» 

Avvertì qualcosa prendere forma vicino a loro. Era potente e sbagliato. Alzò il capo e, mentre i Protettori stringevano le loro armi, Dal si ritrovò a sorridere. 

«Ciao, Pen.» 

Pen indossava la sua armatura di cristalli, l’unica cosa che gli permetteva di sopravvivere nel mondo di Dal. Osservò Sobek e sospirò. «Non sono riuscito a trattenerlo, Dal, perdonami.» 

Dal scosse il capo. «Insegnami il canto.» 

Pen lo osservò incerto. Le loro magie non erano compatibili. «Ti farà male», accennò. 

«Non importa.» 

Il fratello gli si inginocchiò accanto, posò una mano sulla sua tempia e gli trasmise la conoscenza del canto. Era un incantesimo purificativo dei morti: li liberava dalla magia, così che tutte le specie potessero essere uguali nel suo mondo. 

Dal posò la fronte contro quella di Sobek e recitò quella preghiera. Si ritrovò a piangere per il dolore, ma non per colpa del canto: avvertiva lo spirito di Sobek allontanarsi e liberarsi della magia oscura che l’aveva incatenato. 

Gli tolse il cappuccio quando ebbe finito e ritrovò i tratti del suo Protettore. I suoi segni di Hydran rilucevano di nuovo e i suoi occhi erano tornati blu. Anche se spenti. 

Dal lasciò il corpo di Sobek e si voltò verso Liu, che assisteva atterrito. 

«Portalo al mare, per favore.» 

Liu lo guardò incredulo. «Era…» 

«È stato corrotto dagli Tzagar, ma sì, era un Hydran. Terrorizzato da quello che sapeva fare e incapace di controllarsi, a differenza tua.» Si voltò per guardarlo un’ultima volta. «Riportalo dove appartiene.» 

Liu si avvicinò esitante, lo sollevò e restò ad osservarlo a lungo. Chiuse poi gli occhi e tornò la pioggia. 

Quello era il funerale degli Hydran: ogni volta che uno di loro moriva, il cielo piangeva, fino a quando il corpo non trovava il suo posto nelle profondità dell’oceano. 

Liu scomparve, mentre Dal abbracciava Pen. 

«Stai bene, Dal?» gli chiese Pen mentre lo sorreggeva. Sentiva quanto fosse affaticato. 

«No, per niente», rispose lui allontanandosi. Volse gli occhi verso il castello di Maskalia, che si stava ricomponendo. «Ma non per colpa del canto. Un giorno andrà meglio.» 

Pen salutò il fratello con un cenno del capo e tornò nel suo mondo, mentre Dal, sospirando, si girò verso i Protettori. «Manca ancora una cosa. Andiamo al castello.» 

I Protettori si lanciarono delle occhiate confuse, mentre nelle loro menti prendeva sempre più forma il dubbio per quello che sarebbe successo dopo. Né Dal né James avevano voluto parlare della loro dualità. 

Dal chiuse gli occhi e tutti loro si ritrovarono nella stanza dove era sempre stata custodita la goccia, quella dalle vetrate rosse. C’era un grosso bacile di pietra bianca nel mezzo e sopra di essa Dal posizionò la goccia, che risplendette intensamente mentre restava sospesa nel vuoto. 

Poi, lui chiuse gli occhi e si appoggiò alla pietra. Si lasciò andare ad un grido di frustrazione. «Non è giusto.» 

La rabbia di James divenne tristezza. Era un sentimento così travolgente che si ritrovò a piangere. 

Aprì gli occhi e incontrò il suo riflesso nell’acqua. 

«Vai avanti», disse James. «Ho deciso.» 

«Non è giusto, non è così che doveva andare.» 

Jacqueline affiancò Dal e gli mise una mano sulla spalla, confusa. Dal la guardò tristemente. «Non posso fare nulla per James.» 

Lei sobbalzò. Si ritrovò a tremare, mentre una parte di lei sperava di non capire le implicazioni di quella frase. 

«O io o lui. Questa è la realtà…» Si allontanò, un sorriso ironico sul volto. «Ma senza di me, Kerevash muore! Non dovevano legarmi ad un umano, dannazione, non era così che doveva andare…» Si girò verso Liu, che li aveva raggiunti. «Mi avresti trovato più facilmente se fossi stato uno spirito libero e invece no! Quella stupida ha voluto darmi un corpo, perché ha pensato che potesse essere un problema…» Si lasciò andare ad un sospiro, mentre la sua espressione diventava sempre più straziata. 

Jacqueline chinò il capo. Nella sua mente ripercorse tutto il pomeriggio precedente, la calma di quelle ore con James e poi fu il vuoto. James non ci sarebbe più stato. 

Dal si fermò a guardarla, poi tornò al bacile di pietra. Proiettò i suoi poteri nella goccia e dopo poco apparve James accanto a lui. 

James si guardò intorno, si mosse verso una delle feritoie. «Non erano questi i patti, Dal.» 

Dal scosse il capo, furioso. «Non sono più importante di te, non è giusto…» 

«Certo che lo sei. Sei praticamente un dio, no?» chiese James prima di voltarsi verso di lui, spalancando le braccia. «Sono io quello sacrificabile, sono solo un umano di passaggio.» 

Lacrime bollenti scorrevano lungo il volto di Dal. Gli si avvicinò di un passo, ma si fermò, pieno di vergogna. «Non è così.» 

«Per te no, per il resto dell’universo sì», completò James scuotendo il capo. «Fai quello che avevi detto.» 

«Potresti vivere così», accennò Dal. 

«In questa stanza attendendo che qualcuno venga a parlarmi?» chiese lui retorico prima di scuotere il capo ridendo. «Lascia stare.» Si riavvicinò alla feritoia per osservare quel mondo, il mondo per cui si stava sacrificando. 

Jacqueline strinse il braccio di Dal, ma lui non la guardò, tornò a fissare il bacile. «Ne sei sicuro?» 

«Vai.» 

Dal alzò la mano verso la pietra e, ai loro piedi, apparve un cane. Era un meticcio di volpino, rosso e bianco. Aveva uno sguardo dolce e li guardò con entusiasmo, per poi correre verso James e sedersi dietro di lui. Non abbaiava, non emetteva suoni, se non un respiro concitato. 

Jacqueline si mise le mani davanti alla bocca per trattenere il pianto, ma comunque un singulto le uscì. 

James si voltò per guardarla, ma incontrò il cane. Spalancò gli occhi, restò in silenzio e poi pianse mentre si chinava su di lui. Charlie gli leccò il volto, festante, gioioso. 

«Ho richiamato il suo spirito,» affermò Dal, «è davvero lui.» 

James lo guardò riconoscente, mentre stringea a sé il cane. «Grazie.» 

«Posso bloccarvi in un’illusione: quello che vivrete sarà finto, ma voi due sarete veri e non ne avrete coscienza.» 

James guardò il cane e sorrise. «Io e te per sempre? Questo è un bel finale.» Si rivolse a Dal. «Grazie.» 

«Saprò sempre quello che vivrai. Se un giorno ti accorgerai dell’illusione, lo saprò.» 

«Spererai sempre che cambi idea?» gli chiese James sorridendo. 

Dal annuì. «Non è giusto che solo io viva.» 

James scosse il capo. «Vivere entrambi è impossibile.» Poi si alzò e si avvicinò a Jacqueline, mentre Charlie lo seguiva scodinzolando contento. «Addio, amore.» 

Lei deglutì e quelle parole la investirono con violenza. Sentiva un nodo alla gola, ma si sforzò di parlare, mentre le lacrime continuavano a scorrere implacabii. «Ti amo.» 

Lui sorrise. «Ti amo anch’io.» Guardò Dal e gli fece un cenno. 

Dal alzò le mani e James e Charlie scomparvero, divennero una piccola sfera luminosa che volò verso il soffitto. 

Dal restò fermo a guardarla, poi uscì dalla stanza, di getto, infuriato. Lui viveva per proteggere ogni creatura e quel giorno due erano morte per causa sua: una per la sua incapacità passata e una perché lui potesse vivere. 

Il sacrificio di James andava contro ogni fibra del suo essere, ma non era riuscito a convincerlo a cambiare idea. Fin da subito, James aveva stabilito che non poteva vivere alla condizione che in qualunque momento lui avrebbe potuto prendere il controllo e stravolgere tutto. 

Come poteva costruirsi un futuro in quel modo? Come avrebbe fatto a spiegare in un possibile lavoro che aveva dovuto lasciare il controllo del proprio corpo anche solo per un giorno, nella migliore delle ipotesi? Come poteva avere una relazione? 

Andò nei giardini del castello e restò a fissare gli alberi in fiore, in particolare i grandi peschi dai petali rosa. Continuò a piangere, l’unica cosa che poteva fare. 

Sentì Jacqueline abbracciarlo da dietro e si voltò, per l’ultimo compito che lo attendeva. «James mi ha chiesto di cancellare il suo ricordo da tutti.» 

Jacqueline sgranò gli occhi e lo fissò supplichevole. 

«Questa settimana era a casa dei suoi genitori per dirgli addio e lo stesso ha voluto fare con te ieri, per questo non ha mai voluto parlare di Kerevash. Però non vuole che qualcuno possa cercarlo inutilmente o piangerlo.» 

Jacqueline capì quel discorso, ma l’idea di perdere ogni attimo che aveva vissuto con lui, di dimenticare il suo sorriso o la sua risata, le lacerò l’anima. «Dal…» 

«Vi sto dando una scelta», affermò Dal guardando anche gli altri. «A voi Protettori.» Guardò le Protettrici della Terra. «Anche a voi.» 

Pauline spalancò le braccia. «Perché dovremmo volerlo dimenticare?» 

«Perché sarete le uniche su tutta la Terra a ricordarlo.» 

«Voglio ricordarlo», affermò Jacqueline. 

Dal annuì con un sorriso. «Sospettavo. Voi, invece?» 

«Anche io», affermò Cecil. «Trovo aberrante quello che gli è successo e non trovo neanche giusto che tutti dimentichino di lui, per cui io voglio ricordarlo.» 

«James era nostro amico», affermò Leslie stringendo i pugni. «Vogliamo ricordarlo anche noi.» 

Liu si inginocchiò, posò la fronte contro la terra e mormorò una preghiera. Una luce azzurra nacque di fronte a lui e serpeggiò fino ad un grande albero dietro, dove incise il nome di James e la sua età, come se fosse stato una lapide. 

«Vogliamo ricordare anche noi», affermò Sen mentre si avvicinava a Jacqueline per abbracciarla. 

Dal alzò il volto verso il cielo, che ancora piangeva. «Questo è l’ultimo passo per salvare Kerevash… Ricordate, Protettori, oggi è il giorno in cui un umano ci ha salvati tutti.» 

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