C’era una volta una storia, un’eco, un canto che narravano i viaggiatori. Era un sogno, un tramonto, una dispersione di suoni. Non aveva mai un unico ritmo, era sempre diverso, scostante, imperioso, avvolgente, caloroso. Dava amore, dava potere, dava gioia, dava emozioni. Era un canto per cui le ragazzine arrossivano, per cui i ragazzini si voltavano; era un canto che dedicato a chi si amava, era la più dolce delle poesie e la più triste delle ballate.
C’era una volta un sogno, un eroe, un mito che vagava fra gli alberi in cerca di se stesso, della sua vita. Un esule disperso che aveva smarrito la strada di casa, di sé, di chi amava. Era un uomo solo, un viandante che affascinava chi incontrava, che si lasciava affascinare da chi incontrava e si lasciava avvolgere dagli eventi, cullare, percuotere e battere.
C’era una volta un evento, un ego che infelice camminava nelle foreste, che mal sopportava la luce del sole, che detestava gli specchi d’acqua. Era un essere che aveva perso la voglia di vivere, ma che viveva solo spinto dall’abitudine, dalla paura.
Sarebbe bello raccontare un’altra storia. Che c’era una volta un uomo che incontrò l’amore e che l’amore lo salvò. Ma non ora, non qui, non in questo momento. È troppo presto, troppo tardi. L’amore non cura tutti i mali, non è la panacea della vita, non è la culla primordiale. L’amore guida, l’amore lega, l’amore crea abitudini, dipendenze e in quelle incastra, ti affibbia un ruolo, un motivo. E sei felice, perché l’hai trovato, finalmente capisci per cosa hai combattuto finora.
Ma l’amore non cura tutto. Non cura i mali del corpo, non cura le malattie della mente, non cura da quelle sensazioni che ti avvolgono, ti schiacciano, ti opprimono fino a farti mancare il fiato, fino a farti perdere la mente per istanti che appaiono infiniti. L’amore guida, l’amore lega, ma quelle corde, quei fili, troppo facilmente si rompono.
E allora diventiamo tutti viandanti ossessionati dal trovare noi stessi. Di colpo ti guardi intorno e non sai più chi sei. Ti guardi allo specchio e non sai più cos’hai fatto. Ti perdi. Ti perdi nell’oblio, ti perdi in pensieri e racconti che devi tenere per te, che devi incantare e nascondere agli altri.
Vergogna, paura, ansia.
Ti perdi e perdi la voglia di fare qualunque cosa. Ti rompi, trascini i tuoi pezzi in giro con sempre maggiore fatica. Ti nascondi dietro palliativi, mentre cerchi qualcosa, qualunque cosa che possa darti un briciolo di gioia, perdendo di vista tutto quello che già avevi.
Sei tu, solo, incapace, infelice, inadatto, che ti guardi intorno e non sai più cosa devi fare, chi vuoi essere. Rifiuti chi devi essere, rifiuti le vie già tracciate, perché non sei stato tu a fartele, te le sei trovate e le hai colte.
E allora c’era una volta un uomo, un viandante, un folle che trascinava e tirava i pezzi di sé, fermandosi ogni tanto per ricomporli, per ricreare una maschera di parvenza umana e civile per non perdere completamente il contatto con la realtà.
E c’era una volta un amore che si sgretolava, si affievoliva, moriva. Il primo pezzo a cadere fu il romanticismo. Si spense in un istante. Cadde poi l’empatia, cadde la gioia, cadde il calore. Si persero i gesti quotidiani, si perse l’intimità. E furono due estranei a convivere, a crollare insieme, a sgretolarsi reciprocamente.
Uno parlava, lui parlava, il primo a cadere. E l’altro taceva, incapace di articolare le frasi, di esprimerle ad alta voce.
C’era solo rabbia ormai. Rabbia perché nulla era più corrisposto, perché la reciprocità era persa, perché nulla poteva più tornare come prima.
E c’era l’ansia di perdere tutto.
E allora c’era una volta un viandante, perso fra i boschi, che non sapeva più chi essere, cosa essere per l’altro, che tornava solo per lui e che annullava se stesso. Esisteva per l’altro, per lui, e quando emergeva il proprio ego si annichiliva, si distruggeva nella vergogna, nell’imbarazzo, si struggeva nella paura di perdere tutto da un secondo all’altro.
E l’amore nulla poteva. Cos’era rimasto dell’amore, se non due persone che un giorno si erano incontrate e con il tempo si erano cercate? Cosa restava dell’amore se non un’abitudine, una casa in cui nessuno voleva più stare.
Troppo presto, troppo tardi, che differenza poteva ormai fare quando tutto era crollato?
C’era una volta un amore, che perso, ramingo, disperato, si affaccendava per provare a sopravvivere.


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